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Bruno Barbieri

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Intervista a Bruno Barbieri

A cura di: Dino del Vescovo

Nikonista dai primi anni '70, Bruno Barbieri è particolarmente affascinato dai deserti. Qui sente di esprimere al meglio la sua passione per la fotografia. La foto a cui più è affezionato, di cui si parla nell'intervista che segue e presente nella galleria allegata (delle due, quella a colori), è nata infatti durante un'escursione nel Sahara marocchino. Utilizza con soddisfazione una Nikon D700 e trova particolarmente versatile l'obiettivo AF-S Nikkor 24-70mm f/2.8G ED, ma Ambisce a un corpo macchina che gli consenta di registrare anche i filmati ad alta definizione. Potesse tornate indietro, farebbe il fotografo professionista di reportage.

Buongiorno Bruno, cosa fai nella vita e perché ti piace fotografare?

Dunque, da un po' di tempo sono in pensione ma ho lavorato nel ramo informatico e organizzativo di una banca. Sono infatti laureato in matematica a indirizzo informatico, una formazione che ai tempi era poco diffusa: come potrai immaginare, non capitava tutti i giorni di parlare di informatica negli anni '70. Ho iniziato a fotografare in vacanza perché era bello tornare a casa e rivedere le diapositive, insieme agli amici e ai parenti, dei luoghi in cui si era stati. Anche in banca, presso il Cral, si organizzavano serate a tema e concorsi. A quei tempi, naturalmente, si parlava di pellicola, diapositive, camera oscura e sviluppo. Da lì è nato tutto, quindi la passione per la fotografia.


Il genere fotografico per il quale senti di essere più portato? E quello per cui lo sei meno...?

Mi piace molto fare reportage di viaggio e macro-fotografia. Così come mi affascina la fotografia di ritratto. Questo però è un discorso un po' delicato, perché per fare del buon ritratto si deve invadere un ambito, come dire, più professionale. Innanzitutto occorre disporre di una modella o di una persona che sia disponibile a farsi ritrarre, permettendoti di cogliere ogni aspetto della sua persona e del suo carattere. Né si può prescindere dalla giusta illuminazione, quindi da tutto quello che si trova su un vero set fotografico. Faccio quindi fotografia di ritratto quando mi capita l'occasione.
Se mi chiedi invece qual è il genere per cui sono meno portato, rispondo con la street photography. Non perché non mi piaccia, ma perché preferisco essere discreto e rispettare la privacy del soggetto. Per fare street photography ci vuole un po' di faccia testa

 

Da quanto tempo sei nikonista e perché? Ottica preferita?

Dagli anni '70. Ho iniziato con Minolta se devo raccontarla tutta. Poi, nel '72, un amico di ritorno dal Giappone mi ha regalato una Nikon F2. Da allora sono sempre vissuto con “Nikon al collo”. Nell'era digitale ho posseduto dapprima la D70 poi la D300. Dopo ho iniziato a coltivare l'idea di scattare con una Full Frame, quindi con il formato FX, e di riprendere anche video ad alta definizione. Soddisfare tutte e due le esigenze era però un po' costoso per cui ho optato per una D300s, non una FX ma in grado di catturare filmati. Dopo ho invertito la rotta, comperando una Nikon D700, quindi rinunciando al video ma godendo del pieno formato. Prima o poi avrò l'una e l'altra feature.
La mia ottica preferita è l'AF-S Nikkor 24-70mm f/2.8G ED, obiettivo con cui scatto circa l'80% delle mie foto. La ritengo flessibile e in grado di far fronte alla gran parte delle situazioni.

 

Quanto tempo occupa la post-produzione nella tua fotografia?

Non sono un grande esperto di post-produzione quindi non dedico molto tempo. In ogni caso adopero il Photoshop e il Nikon Capture NX2, ma più il primo, lo ammetto. Più che altro intervengo sugli scatti per convertirli da Nef a Tiff, poi a Jpeg, dopo aver fatto una selezione delle fotografie che più mi piacciono direttamente on-camera.

 

Cosa le piace meno della D700?

Il fatto che non possa riprendere filmati. Ma questo non è un limite della macchina: è semplicemente nata quando il video nel mondo reflex non era ancora una vera e propria necessità. Per il resto è un'ottima macchina.

 

Bianco e nero o colore? Quando è indispensabile l'uno e quando l'altro?

Direi bianco e nero... e colore, nel senso che alcune fotografie mi piacciono in bianco e nero, altre non riuscirei a vederle se non a colori. Forse chi ha iniziato la gavetta con la pellicola, e quindi in camera oscura, ha mosso i suoi primi passi nel bianco e nero. A quei tempi stampare a colori aveva anche un costo. Se dovessi distinguere, preferisco il bianco e nero nei ritratti o nella fotografia di paesaggio, soprattutto con determinate condizioni di cielo; il colore è indispensabile con i fiori, quando sei in montagna, a Barcellona, a Parigi...

 

C'è una tua foto a cui sei particolarmente affezionato? E perché?

Sì. Nel 2010 sono stato in Marocco con un amico, appassionato anch'egli di fotografia e possessore di una Nikon D300. Il deserto mi ha colpito profondamente, lasciandomi un segno indelebile. E lì, nel deserto marocchino, ho realizzato uno scatto che ritrae due turisti in compagnia di un Tuareg, in cammino, con la curva delle pedate che ne indicano il tragitto. Trovo che quella sia una bella fotografia.

 

Le piacerebbe essere un fotografo di professione?

Certamente, la sola idea di fare ciò che alla gente comune viene concesso solo dopo aver investito una somma di danaro, ovvero viaggiare, mi porta a rispondere sì. È fuori discussione, mi sarebbe piaciuto moltissimo lavorare come fotografo professionista di reportage.

 

Un fotografo a cui si ispira?

Ce ne sono molti. Potrei citarle Ansel Adams ed Elmut Newton. Entrambi mi piacciono in modo particolare.

 

                     
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