Una vita di scatti

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Oltre che fotografo (autore di reportage su temi sociali e di attualità internazionale e di diversi libri fotografici, in particolare su Russia, Italia e Stati Uniti, accompagnati da mostre itineranti) Roberto Koch, romano, quarantacinquenne, ha fondato e dirige l'agenzia Contrasto, la più importante struttura italiana di produzione fotografica d'autore.
Per Roberto Koch lavorare con altri fotoreporter - che "girano il mondo per raccontare storie attraverso la fotografia" - significa "la responsabilità di indirizzare la loro produzione", ma anche "la possibilità di parlare la stessa lingua e quindi di capire problemi e scambiarsi esperienze".
Qui racconta la sua maniera di concepire la fotografia, il suo sguardo insomma.


Come nasce il tuo rapporto con la fotografia?
Da un desiderio di conoscenza, fondamentalmente. Per me il vero obiettivo è la conoscenza, la fotografia è un ottimo mezzo, il migliore che ho sperimentato per conoscere le situazioni in cui vado.
Attraverso la propria interpretazione si può conoscerle meglio e poi trasmette re queste conoscenze ad altri. Per il tipo di fotografia che faccio, fotografare determinate circostanze significa superare alcune barriere, guadagnare un accesso alle cose, che per rendere le tue fotografie interessanti dev'essere diverso da quello di un incontro superficia le con la realtà.
Prima di un viaggio è bene costruirsi dei pregiudizi, cioè informarsi, per poi, una volta partiti, essere disposti a cancellarli.
Informarsi su una certa realtà ti aiuta ad avere più motivazioni per conoscerla direttamente.

A cosa risponde questa sete di conoscenza?
Al desiderio di essere nel mondo in un modo diverso, di non essere soltanto uno spettatore, di partecipare. Si fa un gran parlare del mondo globale, che tutto è vicino, che le lontananze sono abbattute. Poi in realtà quando viaggi scopri molte cose nuove che ti riempiono e arricchiscono.
La fotografia è un ricordo forte di un'esperienza vissuta. Per me c'è la necessità di acquisire prima personalmente queste conoscenze e poi di esprimerle, trasferirle ad altri. Oggi si fa un gran parlare di Internet; personalmente, trovo abbastanza fastidioso l'espressione navigare in Internet: si usa semplicemente un mouse, è un contatto parziale. Viaggiare di persona, conoscere direttamente è diverso.

Ma in epoca di Internet e computer, oltre che di cinema e tv, quale è la specificità della fotografia?
Intanto la fotografia è un'immagine fissa che si ferma, appunto, molto meglio nella memoria. Ha un carattere simbolico molto più forte di un'immagine in movimento. Siamo bombardati da moltissime immagini, perciò la selezione di alcune diventa necessaria.
Se si pensa agli eventi storici, in termini di icona, di immagine simbolo, è sempre una fotografia che resta, mai una ripresa televisiva.
Certo la fotografia ha dei limiti, non ti dà tutte le altre informazioni aggiuntive, la profondità, il suono. Fa domande più che dare delle risposte. Certamente attraverso la descrizione, ma la folle idea iniziale che la fotografia sia la verità non ha ovviamente alcun senso. È un'interpretazione; laddove è forte porta a farti delle domande su quello che qualcun altro ha visto; laddove le fotografie chiudono un argomento forse vuol dire che non sono abbastanza buone.

Persone, paesaggi, natura. Nel comporre un'immagine cosa cerchi diatturare?
La definizione di Cartier-Bresson, della fotografia come organizzazione e riconoscimento delle forme nel loro significato, rimane insuperata. Certamente l'istantanea è qualcosa che mi piace molto, un esercizio che dipende anche dalla capacità di prevedere, anticipare i gesti delle persone.
Se ci si riflette bene, poi, è interessante la faccenda che con una reflex l'unica fotografia che non si vede è quella che si scatta, perché proprio nel momento dello scatto si cessa di vedere. Delle persone mi interessa la possibilità di realizzare attraverso una certa composizione il significato di un momento.
Un rapporto con le persone che fotografo c'è sempre, spesso dopo aver fotografato; in alcune situazioni non è possibile farsi accettare prima di fotografare, pena di perdere la spontaneità del momento.

Come pensi debba porsi chi vuole fotografare nei confronti dell'ambiente di cui entra a far parte?
Il rispetto degli altri è fondamentale. La fotografia è un mezzo invasivo. Ed è più o meno invadente a seconda di come ci si comporta.
La presenza in un certo luogo dovrebbe essere comunque rispettosa, indipendentemente dal fatto di fotografare. Se chi fotografa è bravo modifica poco le situazioni in cui interviene, la sua presenza è in qualche modo parte integrante del momento, il gesto di fotografare, che può essere molto violento, può risultare meno aggressivo. Tutto dipende dalla sensibilità personale. L'importante è intervenire poco con la propria presenza, avere rispetto per una realtà che appartiene prima di tutto a coloro che la abitano.
L'approccio oltre che discreto dev'essere anche veloce; è un equilibrio abbastanza difficile da raggiungere tra l'immediatezza di reazione a sollecitazioni che vengono da realtà che non possono essere rinviate e il rispetto dovuto alla situazione esterna.

Che tipo di attrezzatura suggeriresti?

Credo sia importante viaggiare il più leggeri possibile. Le buone fotografie non nascono dalla disponibilità di cinquanta obiettivi, sette macchine fotografiche e flash, centinaia di rullini di vario tipo.
La leggerezza consente di muoverti con più facilità e di non dover rinunciare a qualcosa perché il trasporto del materiale richiede una fatica eccessiva.
Consiglio scelte semplici. Un apparecchio, un obiettivo tra il normale e il piccolo grandangolo per avere una dimensione corrispondente a quello che è lo sguardo e poi un piccolo tele per poter lavorare sul paesaggio o sul ritratto. A quel punto si può aggiungere un'enfatizzazione del punto di vista con un grandangolo più spinto o privilegiare la dimensione del teleobiettivo.
È importante, poi, scegliere se fare fotografie in bianco e nero o a colori e scegliere se fare diapositive o stampe e fare poi una sola cosa, non pretendere di fare l'una o l'altra, perché è come se si facesse una scelta di linguaggio con gli elementi che si scelgono e più il linguaggio è preciso più è facile raggiungere l'obiettivo.

Bianco e nero e/o colore, quale è la tua posizione?
È totalmente un fatto di sensibilità personale. Un tempo c'era l'idea, un po' nostalgica, che il bianco e nero fosse un linguaggio più corrispondente a temi sociali, a un'indagine, mentre il colore si prestasse di più a raccontare la bellezza, il godimento estetico, la natura, eccetera; ma è un'idea che ovviamente lascia il tempo che trova.
A me piace molto il bianco e nero per il suo carattere di essenzialità, forse anche perché la complessità e la specificità della fotografia a colori è da esplorare ancora.

Pensi che una foto debba avere sempre una sua perfezione tecnica o che possa a volte essere un po' sporca?

Cartier Bresson diceva che inizi a fotografare senza preoccuparti della tecnica; man mano che migliori e vai avanti scopri l'importanza della tecnica al punto che diventa quasi un'ossessione; e nel momento in cui te ne sei impadronito, te ne dimentichi un'altra volta.
La conoscenza della tecnica è un elemento molto importante per poter fare una buona fotografia, indispensabile per costruire un'immagine pulita. Credo che un modo di fotografare trascurato sia da criticare.
Però non penso che un'immagine mossa, una foto di atmosfera o anche uno sfocato, in alcune circostanze, possano essere un limite espressivo. Ma, anzi, la capacità tecnica ti consente di dominare questi aspetti.