Interviste: Fotogiornalismo, cronaca, reportage

Gianni Berengo Gardin: Storie di un fotografo (da Sguardi 89)

Questione di cultura fotografica.
D’accordo, i libri costano caro, indubbiamente. Però i circoli fotografici se le dividono le spese. A parte Cartier-Besson che lo conoscono anche i sassi, ma già quando parlo di Paul Strand proprio nessuno sa chi sia, nessuno sa che ha fatto un paese con Zavattini, Luzzara, che io ho fatto vent’anni dopo. C’è questa ignoranza. Poi adesso col digitale è andato tutto in vacca perché il digitale cambia la mentalità dei fotografi che scattano a mitraglia, a mitraglia proprio, e poi non guardano nemmeno, tanto se vengono brutte poi le si salva con Photoshop. Io Photoshop, per il reportage, non per la moda o la pubblicità, lo abolirei per legge, perché falsa la comunicazione. È quello il grave, che non è più una comunicazione onesta, perché ormai tutte le foto di paesaggio in digitale hanno i cieli tempestosi. A parte che il digitale non mi piace perché è freddo, è metallico, però può essere una scelta. I due unici vantaggi reali del digitale sono l’immediatezza (fai una foto adesso e il minuto dopo è a New York) e la possibilità di cambiare impostazioni secondo le condizioni. Ma tolti questi due vantaggi? Sì, il digitale è più inciso della pellicola. Ma la pellicola è più plastica. E poi la cosa gravissima è che non esisteranno più gli archivi, perché tra cinque, dieci anni cambieranno i mezzi di lettura. Io ho dei cd che sono diventati vecchi, illeggibili, e poi ho dovuto cambiare computer, stampante, anche se io in digitale stampo pochissimo, solo quando ho un’urgenza. Io sono un fanatico della pellicola. E poi mi dicono i galleristi americani che ormai i collezionisti non comprano più stampe in digitale, vogliono i sali d’argento e quindi io continuo a stampare con i sali d’argento. […]
Vorrei farti una domanda sul linguaggio. Ma tu cosa cerchi ancora?
Il racconto cerco, il racconto. Ci sono due tipi di fotografia che raccontano. Una, chiamiamola alla Cartier-Bresson tra virgolette: una foto unica che però racconti qualcosa. L’altra, il racconto con cento foto, quindi più dilazionato, per fare un libro. […]
Adesso, se guardi in prospettiva, c’è un desiderio particolare da qualche parte in te?
No, a me basta scattare. È proprio un fatto fisico. Io dico sempre, scherzando un po’, che non sono un artigiano ma un manovale della fotografia. Si pensa che i manovali facciano dei lavori materiali e basta, che non serva l’intelligenza. Una grande frase di Cartier-Bresson è stata “Voi credete di fare le fotografie con la macchina, ma in realtà le fate con la testa, con gli occhi e col cuore” è quella la grande verità. Digitale, pellicola, va tutto bene, ma se non c’è la testa...
 


© Gianni Berengo Gardin, Lido di Venezia 1958

 

Don McCullin: La realtà da vicino (da Sguardi 11)

Perché a un certo punto della sua vita ha deciso di smettere di fotografare la guerra e di dedicarsi ai paesaggi?
Innanzi tutto perché la tragedia, la miseria, la sofferenza che vedevo mi ha consumato. Poi perché sono stato licenziato dal Sunday Times, il giornale per il quale lavoravo, dal nuovo direttore un uomo di Murdoch. Diceva basta con queste immagini di guerre, rivoluzioni, bambini morenti africani. Io mi sono arrabbiato moltissimo e mi hanno elegantemente invitato a dare le dimissioni. Mi sono trovato senza lavoro, dopo 18 anni di contratto col Sunday Times. Ho pensato: cosa faccio adesso? Quello che non avevo capito era che mi si era presentata un'opportunità per esplorare me stesso, per scoprirmi. […]
È vero che ha detto: «a cosa serve farsi uccidere se la foto non è bene esposta?».
Non esattamente. Ho detto: perché riprendere una foto se la luce non è giusta? Bisogna essere sempre professionali. Controllare, ricontrollare e controllare ancora.
E quanto conta la tecnica?
Non è una questione di tecnica, è una questione di anticipare le mosse, sapere quel che sarà la prossima cosa che succederà. Qualche volta pensi che qualcosa stia per accadere. Stai lì che aspetti come un falco nel cielo. Un attimo in cui si prendono decisioni, un millesimo di secondo. Qualche volta invece non succede quello che ci si aspettava. La prima regola nel mondo della fotografia è che il soggetto non è tuo. Non puoi dire è mio, lo prendi se ci riesci, lo fermi ma non hai il diritto divino di pensare che ti appartiene. Stai comunque rubando un momento che appartiene a un altro. Gli arabi pensano che gli rubiamo l'anima quando li fotografiamo, e questo è un gran problema.
Perciò la fotografia è un furto?
Una forma. Il problema è che se tu vedi una cosa e vuoi essere educato e dici "scusi posso scattare una foto", quella cosa è comunque cambiata, non è più la stessa o non c'è più per niente. Quindi si ruba. Io sono sempre vicino, non fotografo da molto lontano. La fotografia non ha nulla a che vedere con gli obiettivi, l'attrezzatura. Non importa cos'hai nelle mani. Potete regalare a qualcuno la macchina fotografica più costosa che ci sia sulla faccia della terra ma non vuol dire che farà buone foto se non ha cuore.
 


© Don Mc Cullin

 

Ferdinando Scianna: Premio Kapuściński (da Sguardi 90)

Parliamo subito di reportage. So che il tuo interesse, quando si tratta di raccontare, è doppio. Da una parte c’è la fotografia, dall’altra c’è la parola scritta. Come ti regoli, come convivi con queste due modalità espressive?
In realtà quello che mi interessa è raccontare le cose attorno a me, le cose che mi appassionano, le cose che mi indignano, le cose che mi piacciono. Per me fotografia e racconto non sono scissi. Negli ultimi tempi ho avuto dei problemi di deambulazione, questo probabilmente mi ha portato più a scrivere. Ma non l’ho trovata una cosa stramba, alla fine mi ci sono ritrovato dentro, perché è la continuazione della stessa storia con altri mezzi. Pensa che il mio primo libro, avevo vent’anni, è stato pubblicato insieme al mio angelo paterno, Leonardo Sciascia. Già allora la dimensione del racconto era implicita. Aveva una scrittura di carattere narrativo. Per me la fotografia che non è racconto non so cosa diavolo sia. Ogni immagine può dire un testo ed è il testo che ha in testa quello che la sta facendo e che poi ci mette quello che la sta guardando. Questo testo a volte affiora. Scrittura e fotografia non si escludono. Io nasco fotografo e mi sento fotografo, però ho fatto il giornalista per venticinque anni, scrivendo anche. Mi ricordo che Sciascia, mettendomi in guardia, mi disse “stai attento che te ne può venire una schizofrenia”. Ma io questa cosa l’ho sempre esorcizzata considerandomi un fotografo che scrive. I fotografi hanno una maniera un po’ diversa di scrivere, da questo punto di vista per esempio Kapuściński è per me impressionante - e naturalmente non solo per me - è un punto di riferimento e un maestro, perché io penso che Kapuściński abbia una straordinaria scrittura da fotografo. Nel senso che arriva alla complessità del racconto e del reportage attraverso l’accumulo dei dettagli, l’esperienza diretta del dettaglio vissuto sulla cosa reale.
Le foto per raccontare.
Sì, non mi interessa la bella fotografia, mi interessano le fotografie che raccontano qualcosa, è allora che raccontano il mondo. Naturalmente, dire reportage e dire fotografia per me è la stessa cosa, dire viaggio e dire fotografia è la stessa cosa. Paolo Monti diceva che le fotografie si fanno con i piedi. Io l’ho capito benissimo, da subito, e ancora di più quando i piedi non sono stati così disponibili all’avventura. Perché un fotografo cerca. Un pittore può andare a vivere in una casa sulla scogliera e riproporre immagini della sua esperienza. Un fotografo le proprie immagini le trova. È questo che fa il fotografo. Guarda il mondo e ogni tanto ne riconosce un istante significativo, significativo sul piano del racconto, e naturalmente tanto di più la forma lo accompagna tanto di più e di più significante viene raccontato. Insomma, per me foto e racconto è veramente un sinonimo. Non ho mai pensato alla fotografia altrimenti che così.
 


© Ferdinando Scianna / Magnum Photos / Contrasto

 

Leonard Freed: Fotogiornalismo, testimonianza e poesia (da Sguardi 3)

Che definizione darebbe di se stesso?
Sono un po' di tutto, come nei sogni in cui a volte sei una cosa e poi un'altra. Sono di destra, sono di sinistra. Sono religioso, antireligioso. Amo le donne, le odio. Tutto mi attraversa come in un sogno. Sono come uno studente curioso, che vuole sempre imparare. Per poter fotografare devi prima avere un'opinione, devi prendere una decisione. Poi, quando stai fotografando, sei immerso nell'esperienza, diventi parte di ciò che stai fotografando. Devi immedesimarti nella psicologia di chi stai per fotografare, pensare ciò che lui pensa, essere sempre molto amichevole e neutrale.
Cosa deve esserci in una buona foto di reportage?
La foto non deve aver bisogno di una spiegazione, deve trasmettere un messaggio forte di per sé. Non dovrebbe essere accompagnata da una didascalia. Altrimenti non è una buona foto. Ci sono due lingue, quella visiva e quella letteraria. La lingua letteraria è la didascalia, la lingua visiva è la fotografia e quest'ultima dovrebbe dire tutto. Le fotografie dovrebbero parlare da sole la loro lingua. 
Prima di tutto occorre che ci sia una buona composizione che possa funzionare come astrazione, che è come le fondamenta di una casa: se non ci sono delle buone fondamenta la casa crolla. Poi la fotografia deve raccontare una storia, la gente deve guardarla come se stesse leggendo una poesia. Una buona fotografia deve essere come un piccolo poema, l'osservatore deve percepirlo così e a questo contribuisce molto anche il taglio di luce. Per fare un buon servizio devi conoscere bene la psicologia del giornale e del photo-editor, ma serve sempre una buona apertura, qualche foto descrittiva e una bella foto di chiusura, una foto che deve dire "finito". […]
Se dovesse fare una sola raccomandazione a chi ha la passione della fotografia, cosa gli direbbe?
Io credo che si debba amare la vita per fare questo lavoro. E che bisognerebbe avere sempre l'attitudine di uno studente, essere curiosi, aver voglia di sapere. Essere un eterno studente, questa è la mia filosofia di vita, è questo che rende la vita interessante. Quelli che dicono "bene, non siamo più studenti" sono persone morte. Fotografare è quindi imparare continuamente, avere lo spirito di un bambino pur essendo un adulto. Io cerco di fare questo, guardare il mondo come un bambino. Credo sia importante dire: "oh guarda, non è fantastico?". Guardare il cielo e vedere la sua bellezza, talvolta lo dico a chi mi accompagna. Tanta gente che conosco è andata in pensione e io mi chiedo: cosa faranno ora si siederanno o passeranno il resto dei loro giorni a giocare a tennis? Io non posso neanche immaginare di andare in pensione. Sono piuttosto vecchio, ma la fotografia mi fa sentire bene. A volte non sto bene, ho il raffreddore; ma poi faccio foto, buone foto, e il raffreddore passa improvvisamente. È incredibile, ma è così. Fotografare è il mio segreto per restare giovane.
 


© Leonard Freed

 

Francesco Cito: Una certa pulizia dell'immagine (da Sguardi 50)

Come hai iniziato a fotografare?
A Londra per mantenermi ho fatto molti lavori, da Harrod's ai night club privati. Un giorno conobbi per caso il direttore di un settimanale di musica pop-rock e così ho passato un anno a fotografare concerti e complementi. Ma volevo conoscere il mondo attraverso altre vie. Avevo capito di avere una certa capacità di lettura, di cronaca, di stare sui fatti. Sfogliando i settimanali inglesi, Epoca divenne presto provinciale, superata. L'obiettivo era pubblicare sul Sunday Times Magazine. Feci vedere al suo photo-editor degli scatti su una festa religiosa in Italia e parlammo di un possibile servizio sul contrabbando a Napoli. Mostrò interesse, ma non mi diede garanzie. Ci provai da solo. L'ambiente dei contrabbandieri si rivelò molto più difficile di quel che pensavo. Per un mese gravitai nell'area di Santa Lucia, nel frattempo le Nikon erano arrivate a due. Seguivo la polizia, facevo le irruzioni con loro, facevo le foto al momento dell'arresto. Riuscii a salire su uno dei motoscafi dei contrabbandieri. Portai a termine il lavoro, il mio primo reportage sul Sunday Times. A Epoca venni presentato come quello che aveva pubblicato sul Sunday Times. C'è un detto secondo il quale i grandi giornali fanno i grandi fotografi.
Poi sei tornato in Italia.
Da Londra ero già tornato spesso, come free-lance, per esempio per un lavoro sulla camorra napoletana durato tre mesi che poi è stato pubblicato in mezzo mondo. A furia di seguire le squadre della polizia, ero quasi diventato uno di loro. Credo sia fondamentale introdursi in una certa realtà e cercare di viverla dall'interno, da quella dei contrabbandieri a Napoli a quella dei minatori in Inghilterra. Sono io, come fotografo, che mi devo calare nella loro mentalità. Ci vuole la più grande umiltà per diventare uno di loro.
Bisogna, prima di tutto, instaurare un rapporto.
Farsi accettare, conquistare la fiducia e il rispetto. Io non scatto subito, preferisco perdere una foto magari bellissima per non pregiudicare il lavoro. Una bella foto non significa niente rispetto alla costruzione di un percorso. Alla fine, la bella foto è la parte più facile. Il problema è arrivare a comporre un racconto. Penso di non essere mai tornato senza il lavoro; se la storia non c'era ho sempre trovato qualcosa da portare indietro. Uno dei complimenti più belli me lo ha fatto Carlo Rognoni, direttore di "Epoca", per un lavoro su Lorenteggio, il Bronx di Milano "Cito è uno che riesce a trovare la merda anche quando non c'è". Un buon reporter è uno che riesce a scavare. […]
Riconosci degli elementi principali nel tuo stile?
Credo di cercare sempre una certa pulizia dell'immagine. Sono per una fotografia in un certo senso asettica, per eliminare dal campo visivo tutti gli orpelli, per far rientrare nell'immagine soltanto gli elementi necessari e indispensabili. Certo poi devi inserire le cose che ti raccontano il fatto che vuoi raccontare. Non amo la tendenza alle foto sbilenche; sono della vecchia scuola, quella delle linee ben definite. Il mosso non è detto che sia da dimenticare, però poi la gente lo deve capire. Mi ricordo che una volta, a Panorama, mi chiesero una cosa sul Palio, perché si era battuto il record di velocità nel percorrerlo, allora ho pensato a un panning per dare tutta la dinamicità del cavallo che corre col cavaliere. Mi raccontarono che il giorno dopo il direttore era infuriato: "ma che cos'è questa foto tutta mossa?", urlava. Gli ho mandato a dire che la stessa foto l'aveva pubblicata Life.
 


Napoli 1994 - La sposa e la sorella © Francesco Cito

 

Gianni Giansanti: Testimoniare con fantasia (da Sguardi 36)

Qual è la tua idea di fotografia? 
Che definizione dai, se ce n'è una, di te come fotografo?
Non mi definirei. Per quanto riguarda il mio lavoro, sono ancora in fase di sperimentazione. A me la fotografia piace a 360 gradi. Ho fatto le mie esperienze in tutti i campi: nello sport, nel ritratto, nel reportage, anche di guerra, nel sociale. A me piace la sfida della non conoscenza, la sfida del non saper fare e imparare. Quando ho iniziato a fare la Formula Uno, per esempio, seguendo Ayrton Senna e poi Jacques Villeneuve, non capivo niente, eppure ho tirato fuori cinque libri su quel mondo. Vedevo queste macchine sfrecciare a 300 kmh e non capivo quali abilità richiedesse fermare quel movimento. Non parlo del lavoro dietro le quinte dei piloti o delle scuderie; andare dietro le quinte dei personaggi è sempre stata un po' la mia specialità, il mio modo di raccontare. Da un punto di vista tecnico lo sport è quanto di più difficile ci possa essere. Alle mie prime Olimpiadi, a Seul, dopo aver finalmente appreso la tecnica per fotografare il salto in lungo, zac, dovevo passare al nuoto. È faticoso, ma stimolante. Il segreto, come sempre, è rubare con gli occhi, vedere come lavorano gli altri, soprattutto i più bravi, senza mai chiedere a nessuno, e scattare, scattare.
Che rapporto cerchi di stabilire con chi fotografi?
Cerco di partecipare a momenti veri della sua vita quotidiana. È la maniera più bella che c'è: il personaggio non è lì a posare, cercando di dare l'immagine migliore di sé; tu lo fotografi nel suo relax, gli catturi l'anima. La stessa cosa vale, per esempio, coi Mursi in Etiopia: siamo stati una settimana con loro, dormendo con loro. Il primo e secondo giorno ti toccano, ti stanno attorno; il terzo giorno non ti filano più ed è allora che inizi a fotografare, quando la gente si abitua a te, quando entri a far parte della loro vita, del loro mondo. Allora il personaggio tira fuori ciò che ha di più suo, naturale, intimo. Col tempo ho imparato che tutto quel che si può fare per tirar fuori delle immagini interessanti è bene farlo subito, appena si può. Magari prima se vedevo il personaggio un po' stanco dicevo "va bene, questa la facciamo domani"; fatalmente l'indomani succedeva sempre qualcosa, come quando ti cambia la luce e perciò ti cambia la foto, e non si riusciva più a fare niente. Perciò è sempre meglio continuare anche solo per cinque minuti. Quando il personaggio è nella sua parabola ascendente, ti dà tutto; quando è al top, pressato da mille cose, non ha più tempo e si chiude a riccio; poi, dopo gli anni migliori, quando ha bisogno di rifarsi un po' l'immagine, ti richiama. Ricordo che qualche anno fa eravamo a Montecarlo con Jarno Trulli e Fernando Alonso, sulla barca di Briatore; per creare qualcosa di divertente ho chiesto ad Alonso di buttarsi nella Jacuzzi, anche se non voleva; oggi non potrei più chiedergli una cosa del genere. […]
Quanto conta la tecnica?
Io credo non conti nulla. Oggi come oggi, con il materiale a disposizione, chiunque può produrre una buona immagine. Conta invece la fantasia, il modo di vedere quella cosa, di immaginarla, di fotografarla. Se hai questa capacità di fantasia, puoi raccontare. È un dono, che però puoi coltivare, educare. E quando realizzi una bella immagine è come un sogno, lo senti con lo stomaco, è come un parto, fantastico.
 


Roma, Italia, 9 Maggio 1978. Il ritrovamento del corpo di Aldo Moro dentro una Renault rossa in Via Castani © Gianni Giansanti

 

Francesco Zizola: L’obbligo di raccontare la realtà (da Sguardi 53)

Uno dei problemi centrali del fotogiornalismo è la relazione con il soggetto. Troppo veloce, furtiva, spesso invasiva. Fotografare è, a volte, un atto predatorio, soprattutto in situazioni drammatiche. Eppure hanno detto di te che nelle tue immagini le persone non sono mai in preda dell'obiettivo, che i soggetti fotografati si fidano di te, che si sente solidarietà, rispetto. Come entri, da fotoreporter, in rapporto con l'ambiente?
La fotografia, rispetto a tutti gli altri linguaggi, ha l'obbligo intrinseco di raccontare la realtà che è fuori di noi. Infatti l'etimologia stessa ci dice che fotografia è scrittura di luce, e la luce illumina un mondo che è esterno alla nostra immaginazione. Il valore massimo di vincolo con la realtà si ha con il fotogiornalismo perché vincola con un patto etico l'operatore fotografo, che è giornalista, al suo pubblico; ciò che racconto è colto nella sua evidenza reale senza manipolazione. Il fotoreporter, a differenza del fotografo, stipula un patto con il lettore, il patto di non modificabilità della realtà in cui si trova con l'obiettivo di raccontarla. Sappiamo che ogni visione della realtà è soggettiva ma il fotoreporter si deve limitare ad aggiungere la sua interpretazione operando solo delle scelte linguistiche. Mentre il fotografo dispone, crea, modifica, insomma fa di tutto affinché la luce risponda in pieno al suo disegno (foto-grafia), il reporter deve sviluppare l'arte dell'istinto, della disciplina visiva, dell'attimo significativo, della psicologia degli esseri umani e, come dicevo prima, provare a far sì che in quella porzione di fotogramma rimanga traccia di ciò che per un istante è stato un essere umano con le sue gioie e i suoi dolori. Se poi si riesce a provare empatia, se ci si sente parte di quella realtà, è molto probabile che l'altro si fidi di te, che ti accolga nella sua, a volte difficile, realtà. […]
La scelta di linguaggio attraverso il bianco&nero è quella che preferisci?
Ho fotografato molto in b/n e ancora oggi lo uso. Facilita quella lettura "altra", al secondo grado, della realtà rappresentata. Il bianco e nero è stata una scelta linguistica precisa per l'inchiesta sulla condizione dell'infanzia. Con le mie fotografie cerco di raccontare la realtà, che è il primo grado della rappresentazione, e poi cerco di fare in modo che questo primo grado ne contenga un secondo, il senso, più simbolico. Il b/n è una scelta conseguente perché aiuta il lettore a cercare questo secondo grado; è già esso stesso un'astrazione dalla realtà (che è colorata) percepita comunemente. Negli ultimi anni, quelli hanno segnato il salto di qualità della tecnologia digitale, ho trovato il piacere e scoperto le potenzialità del colore. Colore che cerco di usare come il b/n, cioè esaltando i contrasti o lavorando sulle saturazioni in modo da ottenere quella lettura "altra".
 


© Francesco Zizola - Baghdad, 01.04.2003. La popolazione irachena abbatte la statua di Ahmed Hassan Al-Baker, il fondatore del partito Baath

 

Roberto Koch: Una vita di scatti (da Sguardi 1)

Come pensi debba porsi chi vuole fotografare nei confronti dell'ambiente di cui entra a far parte?
Il rispetto degli altri è fondamentale. La fotografia è un mezzo invasivo. Ed è più o meno invadente a seconda di come ci si comporta. La presenza in un certo luogo dovrebbe essere comunque rispettosa, indipendentemente dal fatto di fotografare. Se chi fotografa è bravo modifica poco le situazioni in cui interviene, la sua presenza è in qualche modo parte integrante del momento, il gesto di fotografare, che può essere molto violento, può risultare meno aggressivo. Tutto dipende dalla sensibilità personale. L'importante è intervenire poco con la propria presenza, avere rispetto per una realtà che appartiene prima di tutto a coloro che la abitano. L'approccio oltre che discreto dev'essere anche veloce; è un equilibrio abbastanza difficile da raggiungere tra l'immediatezza di reazione a sollecitazioni che vengono da realtà che non possono essere rinviate e il rispetto dovuto alla situazione esterna. […]
Bianco e nero e/o colore, qual è la tua posizione?
È totalmente un fatto di sensibilità personale. Un tempo c'era l'idea, un po' nostalgica, che il bianco e nero fosse un linguaggio più corrispondente a temi sociali, a un'indagine, mentre il colore si prestasse di più a raccontare la bellezza, il godimento estetico, la natura, eccetera; ma è un'idea che ovviamente lascia il tempo che trova. A me piace molto il bianco e nero per il suo carattere di essenzialità, forse anche perché la complessità e la specificità della fotografia a colori è da esplorare ancora.
Pensi che una foto debba avere sempre una sua perfezione tecnica o che possa a volte essere un po' sporca?
Cartier-Bresson diceva che inizi a fotografare senza preoccuparti della tecnica; man mano che migliori e vai avanti scopri l'importanza della tecnica al punto che diventa quasi un'ossessione; e nel momento in cui te ne sei impadronito, te ne dimentichi un'altra volta. La conoscenza della tecnica è un elemento molto importante per poter fare una buona fotografia, indispensabile per costruire un'immagine pulita. Credo che un modo di fotografare trascurato sia da criticare. Però non penso che un'immagine mossa, una foto di atmosfera o anche uno sfocato, in alcune circostanze, possano essere un limite espressivo. Ma, anzi, la capacità tecnica ti consente di dominare questi aspetti.
 


© Roberto Koch

 

Davide Monteleone: L’idea e la passione (da Sguardi 95)

Con Spasibo, il tuo ultimo lavoro dedicato alla Cecenia, hai vinto la quarta edizione del Premio Carmignac. Spasibo significa «grazie». A chi la gratitudine? Puoi spiegarci come mai hai scelto questo titolo e come nasce questo progetto?
È un titolo sarcastico, un ringraziamento che i ceceni dovrebbero fare a Kadyrov (Ramzan Kadyrov, Primo Ministro della Cecenia, ndr), a Putin, alla Russia per tutto quello che è successo, per i conflitti, per come è gestita la situazione in Cecenia adesso. E poi deriva da una grossa scritta che si trova su un palazzo nella piazza di Grozny (capitale della Cecenia, ndr). Questo progetto nasce in maniera molto semplice. La Fondazione Carmignac ha indetto un bando, due anni fa ormai. Il tema riguardava la Cecenia che è un po’ il mio territorio di lavoro e ho inviato una specie di sinossi su quel che intendevo fare: raccontare cos’è l’identità cecena per i ceceni adesso, in una Cecenia pacificata, normalizzata - almeno apparentemente - dopo due conflitti e con questa figura autoritaria che gestisce il paese.
Scorrendo le immagini di Spasibo, colpisce subito non ritrovare il colore e quell’impronta cromatica che caratterizza molti dei tuoi lavori. Per questo progetto hai scelto il non-colore, un bianco e nero molto delicato e poco contrastato. Sembra un cambio netto rispetto allo stile dei tuoi lavori precedenti. Come mai questa direzione?
Non è detto che poi continui a lavorare in bianco e nero in futuro. Questa era un’occasione specifica per quel progetto. Mi ero dedicato al Caucaso abbondantemente e mi serviva anche una modalità tecnica che mi facesse vedere le cose in un altro modo, essendo la fotografia un’arte applicata che utilizza degli strumenti tecnici relativamente limitati che ti vincolano ad avere un determinato sguardo, ad avere una determinata visione. Ho scelto il bianco e nero, di usare sempre il cavalletto, lavorando anche molto con il flash. Questo è il primo motivo. Il secondo è che volevo rendere un po’ omaggio a una fotografia di documentario e al fotogiornalismo, che di fatto è nato in bianco e nero.
 


© Davide Monteleone

 

Kate Brooks, Nella luce delle tenebre (da Sguardi 82)

Nonostante tutte le difficoltà sei andata avanti. Pensi che si possa fare l'abitudine alla guerra? E cosa pensi di tutte queste persone ferite, potranno mai dimenticare?
Ho continuato perché credo in quello che faccio. Le persone sono incredibilmente adattabili e resistenti. Che altra scelta hanno? Purtroppo, durante i periodi di guerra, la vita diventa spesso pura sopravvivenza.
Cosa pensi dei soldati? Pensi che fossero consci e convinti di combattere per uno scopo? O forse anch'essi erano soltanto altre vittime?
Non ci sono verità assolute. Alcuni soldati combattono per la loro patria. Altri imbracciano le armi perché non hanno altre opportunità. Una generazione di giovani americani è andata in Iraq con false aspettative. Molti hanno pagato con le loro vite o sono rimasti menomati. Considero anche loro vittime di guerra.
Alla fine sei giunta a una tua verità personale?
Sono stufa della guerra e non credo che il conflitto possa essere un mezzo per raggiungere la pace.
Com'è adesso la tua vita, riesci a dormire?
Ci sono delle volte in cui combatto con una profonda tristezza, per delle situazioni a cui ho assistito. Ma in generale mi sento abbastanza fortunata di essere viva e grata di ciò che ho.
È stato difficile restare obiettivi di fronte a così tanta violenza?
Non credo che esista un’oggettività emotiva quando fotografi la sofferenza. Credo che il lavoro di un giornalista o documentarista sia presentare i fatti o cogliere l’esistente.
Come hai gestito le emozioni? Pensi di essere riuscita a sviluppare una tecnica particolare per controllare l'ansia?
Non ho una tecnica particolare e alcune esperienze colpiscono più duramente di altre. Un paio di anni fa rimasi particolarmente colpita da un soldato ferito, incontrato mentre era in procinto di essere evacuato a casa. Aveva perso tre arti e non si sapeva se sarebbe sopravvissuto. Fino a che non ho saputo che era morto non sono riuscita a smettere di pensare a lui e alla sua famiglia. All’epoca ho trascorso un po' di tempo nel parco del Serengeti. In generale, trovo che ritrovarsi nella natura possa essere di grande aiuto.
 


© Kate Brooks - Women dance on a bar top competing for the title of sixiest woman at a club party in Beirut (Lebanon, 2006)

 

Fabio Bucciarelli, WPP e Robert Capa Gold Medal Award (da Sguardi 88)

Che rapporto hai con la guerra? Con la sua quotidianità, la paura, l’incertezza, la routine, il dramma, il coraggio e la disperazione, la roulette russa che coinvolge chi combatte e la popolazione civile.
La guerra è il peggiore dei mali dell’uomo. In guerra si combatte e vince chi uccide il prossimo. Durante le situazioni di conflitto, i sentimenti dell’uomo sono alla loro massima espressione: odio, amore, felicità e dolore ti travolgono e rimangono dentro di te. Ogni conflitto che ho coperto fino ad ora lo porto dentro, è diventato parte di me. Come professionista, una volta sul campo, ho chiare le ragioni per cui sono lì: dare voce, attraverso le immagini, agli ultimi e alla loro sofferenze. Molte volte sono civili, donne e bambini che vivono e muoiono sotto le bombe. La paura fa parte del lavoro: diffido sempre da chi mi dice di non avere paura. Credo sia normale in una situazione di conflitto. L’importante non è avere paura, ma come si reagisce alla paura.
In Siria eri vicinissimo, dentro il fronte e dietro le quinte; in Libia davanti al cadavere di Gheddafi steso su un materasso insanguinato; in Mali embedded tra le truppe francesi. Come cambiano gli scenari e come si adatta il tuo sguardo? Come ti muovi nel tentativo di catturare l’azione?
Ogni guerra è diversa dalla precedente e dalla successiva; ogni popolo ha la sua cultura e le sue abitudini. Inoltre, per un giornalista, la prospettiva cambia in relazione alla parte da cui documenta il conflitto. In Libia per esempio, ho coperto la guerra civile dal suo inizio fino alla morte di Gheddafi dalla parte dei Guerriglieri della Rivoluzione. Medici, avvocati, muratori e insegnanti. La popolazione civile, stanca di una dittatura quarantennale, ha imbracciato le armi per rovesciare il satrapo. In questo contesto, i “cosiddetti ribelli” mi hanno aiutato, dato da mangiare e protetto nei momenti più pericolosi. Erano consci del ruolo fondamentale dei giornalisti e del loro dovere di informare sul conflitto in atto. In Siria la situazione è più delicata e le variabili in gioco sono più numerose, ma a grandi linee è successo lo stesso: lavorando con i rivoluzionari, ho documentato i bombardamenti incessanti dell’esercito di Assad sulla popolazione civile ad Aleppo. Anche in questo caso i guerriglieri del FSA (Free Syrian Army) mi hanno aiutato a svolgere il mio lavoro. In Mali, invece, ho documentato la “marcia di liberazione” dal lato dell’esercito francese e maliano. Stare agli ordini di un esercito regolare, chiaramente, limita gli spostamenti e le azioni. Durante l’offensiva di Diabaly, nella zona nord-ovest del paese ai confini con la Mauritania, ai giornalisti è stato permesso entrare nel paese liberato solo giorni dopo l’entrata dell’esercito. Molte volte quando si lavora a contatto con un esercito regolare, si deve sottostare ai blackout informativi imposti.
 


© Fabio Bucciarelli/AFP, A Free Syrian Army fighter takes up a position during clashes against government forces in the Sulemain Halabi district.

 

Francesco Cocco: L'empatia del fotografo (da Sguardi 60)

Perché dei tanti volti della Cina hai scelto di raccontare proprio quello dei lavoratori delle miniere di carbone?
L'industria di estrazione del carbone in Cina è la più grande del mondo. Assolutamente drammatico resta a tutt'oggi il problema della sicurezza. Ogni anno muoiono nelle miniere cinesi circa 10 mila lavoratori. Nella stragrande maggioranza dei casi gli incidenti sono dovuti alla mancanza di adeguati sistemi di sicurezza, alle durissime condizioni di lavoro e alla corsa da parte dei proprietari delle miniere al profitto a scapito delle norme di sicurezza. In Cina è molto difficile lavorare, ci sono molte restrizioni da parte del governo. Non potevo chiedere permessi per entrare in questi luoghi, non mi sarebbero stati concessi, ma volevo attraverso il mio lavoro mantenere alta l'attenzione rispetto a questa triste realtà. Non ho la presunzione di poter dire di esserci riuscito ma mi fa stare bene il pensiero di averci provato. [...]
Come ti accosti alle persone per raccontarle? Cerchi un'interazione o preferisci essere osservatore esterno?
Per il tipo di fotografia che faccio, fotografare determinate circostanze significa superare delle barriere, guadagnare un accesso alle cose e alle situazioni e per rendere le tue immagini interessanti questo approccio deve essere diverso da quello di un incontro superficiale con la realtà. Non potrei mai limitarmi ad essere un osservatore esterno. Con questo linguaggio cerco di raccontare delle storie. Per fare questo devo entrare in sintonia con quelle persone, con quei soggetti che faranno parte delle mie fotografie. Devo vivere i luoghi e le persone che fotografo. Trascorrere del tempo con loro significa conoscerli, ma al tempo stesso anche svelarsi. È in questo gioco di specchi che si abbassa la guardia e ci si spoglia dai pregiudizi.
C'è chi sostiene che il visitatore di passaggio possa mettere a fuoco l'essenza dei luoghi meglio di chi li abita. Tu cosa ne pensi? Come fotografo preferisci raccontare persone e luoghi con passaggi veloci o soffermandoti più a lungo?
Forse questo in parte è vero. La famosa battuta... l'esotico aiuta sempre! Anche se non credo fino in fondo che sia propriamente così, è certo comunque che fotografare dietro l'angolo di casa è altrettanto difficile. Si finisce per acquisire una sorta di assuefazione visiva rispetto alle cose che tutti i giorni abbiamo sotto gli occhi, diventa più complicato il processo di selezione. Del resto prima di ottenere buone foto bisogna imparare a vedere. La natura del mio lavoro è di per sé lenta. Le storie che cerco di raccontare a volte durano degli anni. Per Prisons, il lavoro nelle carceri in Italia, sono stato in carcere tantissime volte. Non le ho mai contate, ma la sensazione è sempre stata di avere avuto un tempo a disposizione molto breve rispetto a quello che è il mio modo consueto di fotografare, rispetto al tempo che avrei desiderato trascorrere con i detenuti. Quando posso mi piace ritornare sui luoghi dove sono già stato a fotografare, per vedere se è successo qualcosa, se è cambiato qualcosa. Il senso del ritornare è proprio la voglia di approfondire, ed è quello che mi interessa della fotografia.
 


© F. Cocco/Contrasto, Mines, Cina, Febbraio 2007, Provincia dello Shanxi.
Miniera di Yongdingzhuang (miniera numero 2) - Minatore

 

Livio Senigalliesi: Fotografia come testimonianza (da Sguardi 56)

La fotografia ha la capacità di raccontare, di trasmettere informazioni, mediata dalla sensibilità del fotografo. Nel tuo sito c'è un'immagine accompagnata dalla frase «quando scoppia una guerra la prima vittima è la verità». Cosa intendi? Parlando di "verità" fino a che misura pensi si possa essere in grado di raccontare gli eventi "oggettivamente"? Fino a che punto pensi che la fotografia possa «garantire il reale» come diceva Bourdieu, citato nell'introduzione di Mimmo Càndito di "Dispacci dal fronte"?
Tutti noi crediamo fermamente nella bontà e veridicità della fotografia quale riproduzione fedele della realtà. Ma sappiamo anche quanto tale strumento sia stato usato in modo distorto nel corso della storia. Pensiamo ai falsi storici di epoca sovietica ma anche alle elaborazioni consentite in tempi più recenti dai programmi di fotoritocco. A mio avviso la fotografia può tuttora garantire il reale se c'è onestà in chi la scatta ma anche in chi la usa. Il rischio di strumentalizzazioni è alto quando ci sono in gioco forti interessi. Pensiamo a quanto diventa delicato ed essenziale il contenuto di una didascalia quando si parla di una strage di civili in un teatro di guerra. La fotografia pubblicata sul mio sito riproduce cadaveri di guerriglieri kosovari uccisi nel corso di uno scontro con reparti dell'esercito jugoslavo. Io scatto la foto, scrivo un'ampia e circostanziata didascalia e la invio ai giornali ma a questo punto perdo il controllo del prodotto finale. Se il redattore che la impagina ha premura o non ha sensibilità per l'argomento e stralcia il complesso significato della didascalia, al lettore arriverà un'informazione distorta. E se poi tali immagini servono ad avvalorare la bontà di un intervento militare ti rendi conto della portata del problema? Da un semplice click derivano talvolta decisioni importanti. Di qui il mio impegno ad affrontare situazioni complesse e drammatiche con la doverosa serietà. Cerco sempre di prepararmi prima della partenza con la lettura di numerosi libri e seguo quotidianamente le notizie sui giornali e sul web per avere un quadro della situazione, attuale e pregressa. Una buona conoscenza della letteratura e della lingua locale aiuta. Un ruolo determinante lo giocano sul posto anche gli stringer, autisti e interpreti a cui ci si affida per raggiungere le zone calde. I loro consigli, le chiavi di lettura degli avvenimenti, la corretta traduzione di un'intervista sono essenziali per un buon risultato. Quindi dietro una storia che si condensa in una foto c'è molto spesso un lavoro di équipe. A questi collaboratori che hanno con me condiviso impegno e rischi elevati devo molto. Con alcuni di loro sono in continuo contatto e a loro mi lega una sincera e profonda amicizia.
 


© Livio Senigalliesi

 

Alessandro Penso: migrazioni in Europa (da Sguardi 94)

Cosa hai provato rispetto alla notizia del premio?
Quest’anno sono cambiate le regole, lo puoi intuire leggermente prima. Mi hanno contattato quattro giorni prima chiedendomi il raw. Che io ho mandato subito senza fare domande, perché immaginavo che fosse il procedimento. Capisci, ma non ti viene dichiarato. Dicono, “guarda la giuria vuole vedere il tuo bell’originale” e io tra l’altro in quel momento ero a casa, perché la mail è arrivata verso le sette sette e mezza di sera, mi trovavo a Roma e l’ho mandato nel giro di mezz’ora. Ancora senza fare domande. Poi ti ricontattano e ti dicono “abbiamo ricevuto il file” e a te viene da chiedere almeno “posso sapere che cosa sta succedendo?”. Perché comunque era una procedura nuova. Io sapevo che negli anni passati era successo che avevano chiesto il raw, ma non a tutti, quando avevano vinto. “Che è successo? C’è qualche problema nel file inviato?”, ti vengono mille domande. Allora, ho scritto “E’ tutto a posto, c’è qualche problema?”. Nessuna risposta. Poi succede che alle due del pomeriggio escono i risultati, il giorno di San Valentino, il 14 febbraio, e il telefono impazzisce. Perché probabilmente c’è gente che aspetta il risultato, io ovviamente lo aspettavo perché dicevo “il raw, sarà in finale”. Perché quest’anno c’erano state dichiarazioni della giuria ‘Siamo arrivati a questo punto, abbiamo sei lavori che stiamo esaminando, ok oggi abbiamo deciso il vincitore del World Press Photo”. Quest’anno hanno cominciato a sfruttare anche i social network, si è creata un’attesa. Quindi poi alle due, per quattro ore il mio telefono è impazzito. Neanche ho ragionato, probabilmente non avevo visto neanche le foto dei vincitori. Ho ricevuto telefonate, alcune bellissime, di colleghi in Grecia, colleghi in Bulgaria, che comunque avevano visto il mio approccio al lavoro, le mie condizioni lavorative. Perché comunque questa tematica che io affronto sulle migrazioni non è mai finanziata da nessuno, non ho commissioni dietro. Ho preso un grant, ma negli ultimi cinque anni sono io che ci ho voluto lavorare su.
Perché quella foto ti convince, ha convinto la giuria? Qual è la sintesi che tu hai individuato e loro letto?
Io sono molto contento che abbiano scelto quella foto, anche se so che ad alcuni fotografi può far storcere il naso. Perché come dire è una foto abbastanza di quiete. Non ha una grande azione, non c’è sensazionalismo. Sono contento perché ho pensato molto se mettere quella foto, perché devo dire che avevo sottovalutato forse la capacità di poterla leggere. Perché comunque so che il World Press vede migliaia di foto, so che si deve parlare anche degli eventi più significativi. Era un po’ una sfida. Ci ho pensato molto, mi ero confrontato su questo anche con una mia amica, Annalisa D’Angelo, “a me piace, mettiamola perché è importante”. E devo dire che poi la giuria ha colto quello che ti raccontavo prima, il fatto dell’accoglienza. Quello che non c’è. La foto vuole parlare di quello che non c’è. Non tanto del fatto che ci sono 11.000 rifugiati. La temporary accomodation è un posto temporaneo che però nella foto si vede come è con queste famiglie. Cercano di renderlo in qualche modo accogliente, anche se il rifugiato non si vede, si vede la sua dignità. Si vede che in una scuola invece di buttarsi aterra e piangere e strapparsi i capelli, ha creato un proprio angolo, tutto molto ordinato e tutto molto pulito. Cose che hanno fatto tutte loro. Sono loro che hanno creato questa dimensione. Addirittura a me ha colpito tantissimo la sedia come se si fossero creati un piccolo borgo, come nei paesi del Sud d’Italia. Viviamo tutti in piccole case di dieci metri quadrati, dove non ci sono magari i bagni e poi mettiamo delle sedie fuori dove c’è comunità.
 


Primo Premio Notizie Generali Foto Singole Alessandro Penso, Italia, OnOff Picture 21 novembre 2013, Sofia, Bulgaria

 

Francesco Cabras: La dismisura delle emozioni (da Sguardi 91)

Iniziamo con BDSM, Tecniche di Consolazione. Come si è sviluppato questo progetto?
L’acronimo sta per Bondage Sado Maso e identifica il mondo legato alle pratiche sadomasochistiche, di subordinazione o dominazione. Senza entrare nel merito antropologico di queste attività che hanno una storia antica quanto l’uomo, ciò che mi ha interessato subito è stato l’aspetto psicologico insieme a quello estetico. Da profano, a differenza di quanto mi potessi aspettare frequentando questi contesti, ho capito una cosa apparentemente paradossale: non c’è violenza, aggressività, né atteggiamento di sopraffazione in qualche modo lesivo tra chi si riunisce per condividere il BDSM. Parlo di ciò che ho visto, ovviamente, ma se vai in qualsiasi discoteca, in qualsiasi parte del mondo, la tensione o la prepotenza, ad esempio negli approcci interpersonali, è decisamente superiore e spesso molesta. Queste serate invece sono consumate da persone che condividono pulsioni simili e l’atmosfera, direi, è molto serena in un certo senso.
Cosa ti ha colpito di più e hai cercato di conseguenza di fermare nelle immagini?
Ciò che mi è arrivato di più è l’aspetto di accudimento, di tenerezza e di accoglimento che sempre intervalla e conclude le pratiche di quel tipo. Da qui il titolo, tecniche di consolazione. Insomma mi è parso evidente che almeno uno dei cardini centrali di quegli scambi fosse un modello affettivo relazionale assimilabile a quello madre-figlio, genitore-figlio, cioè punizione, perdono, amore, attenzione. Forse si tratta di psicologia troppo spicciola, ma quell’aspetto mi ha toccato e ho provato a ritrarlo cercando di rifuggire le seduzioni voyeuristiche. C’è una bellissima e tristissima canzone d’amore di Lucio Dalla che diceva «farsi del male per potersi con dolcezza perdonare». È una frase che mi colpì quando la sentii la prima volta, da bambino. E oggi ha acquisito un ulteriore senso. Per dire una sacrosanta banalità, la vita è bella perché è varia.
Come sei riuscito a entrare in quell’ambiente?
Inizialmente è nato tutto mio malgrado e grazie all’intuizione di un amico, Luca De Dominicis, imprenditore genialoide decisamente illuminato. Attraverso lui sono stato introdotto agli incontri del Ritual, serata culto della scena italiana underground legata al BDSM organizzata da Tiziano Rizzuti, il leader della band Jesus was Homeless. Non ero attratto da quel contesto, ma De Dominicis insisteva dicendo che il mio sguardo sarebbe stato in grado di cogliere oltre le apparenze. Non so se questo sia poi avvenuto, ma sono stato senz’altro catturato dagli aspetti cui accennavo prima che hanno fatto nascere subito e con precisione l’idea del progetto, ovvero ciò che mi interessava e ciò che non mi interessava affatto.
 


BDSM Tecniche di Consolazione © Francesco Cabras

 

Lina Pallotta: Leggere portfolio, Insegnare fotografia, Fotografare (da Sguardi 61)

Cosa insegni all'interno della Scuola Romana di Fotografia? Qual è il tuo approccio?
Insegno Reportage d'autore. Il centro motore della mia classe è la costruzione di storie visive. La fotografia come linguaggio. Il punto di partenza è rappresentato dall'esposizione di tutte quelle regole che compongono e caratterizzano la tradizione della narrativa fotografica - sia Documentaria che del Reportage - al fine di comprendere e sovvertirne i codici narrativi tradizionali e ampliare le possibili aree di approccio personale. Cerco di far emergere le ragioni intime e personali che ognuno di noi ha, come elementi integranti di un processo che produca immagini pregnanti e ricche di tensione emotiva. Cerco di dare particolare importanza al concetto di contenuto e al punto di vista personale, in quanto garanzia dalle facili generalizzazioni dei sistemi comunicativi dominanti. Il rapporto con gli studenti è amichevole. Ogni classe si compone di due momenti dialetticamente interconnessi: visione di una serie di lavori importanti di fotografi che hanno fatto la storia di questo genere di fotografia; intenso lavoro di revisione critica dei lavori prodotti dagli studenti, selezione e montaggio: imparare come costruire e creare una storia o una serie.
Oltre a insegnare, fotografi. Qual è il tuo modo di concepire la fotografia? Che fotografia fai? A quali progetti stai lavorando?
Il mio approccio fotografico è semplice e diretto, mi occupo dei piccoli momenti quotidiani. Questa mia ricerca mi cercare di bilanciare il mio bisogno di libertà espressiva con la necessità di documentare i brevi e evasivi momenti di verità. Ovviamente la realtà è caotica, piena di conflitti, e la verità è un concetto labile, sprazzi in continuo flusso. La fotografia, per me, non è un momento di distanza, anzi è il mezzo per afferrare, sentire, mostrare di più. È la capacità di trasformare la percezione in un'immagine. Robert Frank ha detto: «I'm always doing the same images. I'm always looking outside, trying to look inside. Trying to tell something that's true. But maybe nothing is really true. Except what's out there. And what's out there is always different». Continuo a lavorare al progetto sulle donne messicane che lavorano nella fascia di confine con gli Usa, nelle maquilladoras, le famigerate fabbriche in mano a corporations straniere. Sono appena tornata da Ciudad Juarez, nel nord del Messico, ai confini con il Texas. Solo il Rio Bravo la separa da El Paso. Accade a Juarez un fenomeno particolare. Giovani donne vengono rapite, scompaiono nel nulla, e vengono poi ritrovate fatte a pezzi, nel deserto, circa 500 negli ultimi 10 anni. La maggioranza delle vittime si assomigliano sia nell'aspetto, magre, coi capelli lunghi e bruni, di colorito olivastro, sia nell'occupazione ed estrazione sociale: circa il 65% lavorava nelle maquilladoras o erano studentesse (non si riscontrano casi di scomparse appartenenti alla classe media o alta). L'età va dai 14 ai 25 anni. Dal 28 Novembre al 20 dicembre espongo una mia mostra sul tema a Genova, nel cortile del porticato di Palazzo Ursi: ¡ni una más! (non una di più!).
 


© Lina Pallotta - La croce

 

Ivo Saglietti: Istanti di umanità (da Sguardi 45)

Cos'è per te il reportage? Un genere, una vocazione, il dovere della cronaca, il racconto/ testimonianza del reale? Quali mondi ti attirano?
Il reportage è un mestiere con una profonda e radicata vocazione Umanistica: come mestiere richiede continuità, applicazione e formazione; la sua vocazione vuole cultura, linguaggio, umanità, impegno verso l'uomo e il suo destino. Con questo io mi sento "engagé". È questo ciò che semplicemente cerco in una fotografia: un istante di Umanità.
Cosa pensi del momento attuale della fotografia? Da una parte, sembra conquistare sempre più spazi di visibilità, le mostre, soprattutto quelle dei cosiddetti grandi nomi, attirano migliaia di visitatori. Dall'altra, si fa la solita fatica nel lavoro quotidiano: le immagini guidano spesso le scelte delle riviste, ma i budget, dicono, sono quelli che sono.
Sì, mi sembra che la fotografia, dal punto di vista della visibilità e promozione, stia attraversando un buon momento. È vero le mostre richiamano un buon numero di persone, ogni "villaggio" organizza la sua manifestazione, i suoi workshop, si aprono gallerie e laboratori. In Italia si è arrivati tardi, come sempre, e si è arrivati con forme e attività spesso speculative. Quello su cui forse vale la pena discutere e ragionare è la qualità dei lavori e delle immagini, che mi sembra si stia affievolendo, perdendo intensità. Il digitale è agli inizi, sembra alla portata di tutti, però non ha ancora affrontato il tema del linguaggio o perlomeno di un suo linguaggio, continua ad usare il linguaggio della fotografia tradizionale (uso tradizionale, il termine analogico mi sembra offensivo). Il rapporto fotografia-giornale non è mai stato idilliaco, pensiamo ai contrasti Eugene Smith-Life, alla Magnum che nasce affinché gli autori possano controllare il proprio lavoro, ecc. Mi sembra che i fotografi sono o dovrebbero essere più staccati dal potere e più pericolosi per lo stesso, più indipendenti insomma. È fatica si sa, ma un altra vocazione di questo mestiere è la libertà. […]
A quale gruppo o generazione di fotografi, se ce n'è uno/a, pensi di appartenere? 
Riconosci qualche maestro, qualche modello di riferimento?
Il primo "maestro" o meglio il primo incontro è stato Henri Cartier-Bresson, di cui tutti noi siamo un po’ figli, ma le prime emozioni, le prime vere suggestioni me le ha date Eugene Smith con "Spanish Villane". 
Ecco io mi riconosco in questi autori, a cui aggiungerei Robert Frank, Franco Pinna e altri. Ma la parola maestro non mi piace molto, credo che questi autori mi abbiano solamente suggerito che nella mia vita poteva esserci un'altra via, un'altra possibilità.
Prediligi il bianco e nero, ma usi anche il colore...
Sì, la mia fotografia è in bianco e nero, colpa dei "maestri" forse. Ma credo che la fotografia abbia con il bianco e nero, i colori della speranza e della disperazione, la sua vera forza. 
A volte devo lavorare con il colore, e non mi dispiace, a volte.
 


Il viaggio da est all' Italia © Ivo Saglietti

 

Valerio Bispuri: Encerrados e altre storie (da Sguardi 78)

A Perpignan è stata inaugurata la tua personale "Encerrados", che vedremo presto anche a Roma a Palazzo delle Esposizioni nel corso del Festival della Letteratura di Viaggio. Un viaggio durato dieci anni attraverso 74 prigioni del Sud America. Come nasce il progetto? Perché hai scelto di raccontare proprio le carceri sudamericane?
Il progetto è nato per caso nel 2002. Da oltre un anno vivevo in Argentina e stavo cercando un reportage che mi permettesse di raccontare il continente Sudamericano, un qualcosa che legasse tutti i paesi, un unico filo conduttore. Poi una sera a cena a Quito, in Ecuador ho incontrato uno scrittore che aveva appena pubblicato un libro sul nuovo sistema carcerario dell'Ecuador. Parlando mi ha invitato a visitare un carcere del paese. Ho subito accettato, spinto sempre da una grande curiosità, ma ho preso la cosa molto alla leggera. Il mio "primo" carcere è stata un'esperienza traumatizzante, difficile, non sapevo nulla e i detenuti hanno reagito in maniera molto aggressiva. Con il tempo ho poi capito che è fondamentale avere un rapporto con i detenuti, parlare loro di quello che stavo facendo e perché li fotografavo. In ogni caso uscito dal carcere di Quito ho cominciato a riflettere e si è formata l'idea del lavoro: raccontare il Sud America attraverso le carceri. Mi sembrava un lavoro immenso, impossibile quasi, ma anche unico al mondo, una testimonianza forte di quello che succedeva in questo continente, oltre che ha denunciare la situazione drammatica che molto spesso non lascia scampo. La scoperta iniziando questo lavoro è stata che il carcere rappresenta fedelmente lo specchio del paese e che i detenuti dopo un primo momento di smarrimento e rabbia riproducono le loro abitudini anche quando sono Encerrados (rinchiusi).
Cuba, Berlino, New York, Senegal, Egitto, ma soprattutto America Latina. Ecuador, Colombia, Argentina, Brasile. Hai lavorato in tutto il mondo, ma sembra che l'America Latina sia più presente nei tuoi reportage delle altre terre del mondo. C'è una ragione? Hai un legame speciale con questo luogo?
Ognuno di noi ha un posto nel mondo che lo rappresenta, che sente più vicino al proprio modo di essere e il Sud America è un continente che sento nel cuore. La rabbia e la felicità mischiata alla nostalgia sono le caratteristiche della gente. Ogni paese è diverso dall'altro, ma sono accomunati da una grande forza e amore per la vita nel bene e nel male. Io chiamo Latino America il Secondo Mondo, perché hanno sempre la forza di reagire e ricominciare dopo dittature e crisi economiche e questo gli permette di sopravvivere e non essere mai come l'Africa, ma hanno un così grande amore per la vita in tutti i suoi aspetti che non vivono per lavorare, per produrre, per arricchirsi, gli basta quel poco per pasarla bien.
 


© Valerio Bispuri

 

Ilaria Prili, Sguardi femminili (da Sguardi 85)

Fotografare vuol dire scegliere una porzione di mondo, un soggetto, un istante, un’urgenza. Naturalmente, da un punto di vista: fisico-geografico, ma anche di cultura, di sensibilità, di sentimenti. Tu hai scelto un genere, anzi “lo sguardo femminile sulla realtà che ci circonda” è il sottotitolo della rassegna che curi. Credi che esista un modo particolare di guardare il mondo da parte delle donne, una specificità di genere dietro un mirino che va oltre la possibilità di accesso a situazioni e contesti per gli uomini off-limits?
Una delle occasioni più interessanti che questa rassegna mi ha offerto è la possibilità che mi ha dato, o forse mi sono creata, di formare poco a poco un'idea sempre più precisa su questo tema che all'inizio mi lasciava abbastanza interdetta. Non sono mai stata molto convinta dalle argomentazioni di chi propone con forza il tema della superiorità femminile, relativamente alla sensibilità, alla delicatezza ma anche alla forza d'animo delle donne rispetto agli uomini. Avevo sempre "visto" il mondo attorno a me fatto di persone dotate di maggiore o minor talento, coraggio, sensibilità appunto, senso etico o forza morale. Con il passare del tempo, però, ho avuto modo di vedere, sarebbe meglio dire studiare, un tale numero di lavori fotografici compiuti da donne da riuscire a individuare, forse, una diversità di fondo. Ecco, preferisco non parlare di migliori o peggiori, maggiori o minori qualità, ma di sensibilità differenti, forse sì. Forse il metro di quella differenza l'ho trovato grazie a uno dei complimenti più belli che ho sentito fare alla rassegna, quindi indirettamente alle fotografe, complimento che ho ricevuto alla fine della prima serata quando in molti mi hanno detto che la bellezza delle immagini non scavalcava, non sovrastava la drammaticità dei temi trattati, che erano particolarmente forti. E mi sono ritrovata a ragionare su una sensazione che andavo maturando da tempo e cioè che forse le donne fotografe abbiano meno bisogno di essere protagoniste della storia che raccontano, sappiano interpretare con delicatezza quello che vedono senza prevaricare la "scena". A mio avviso, questa sensazione, difficile ora da spiegare meglio, rende lo sguardo femminile sulla realtà che ci circonda estremamente pulito, empatico, diretto e forse particolarmente sincero. […]
Qual è il format di Shades of Women? È un happening fotografico, un ciclo di proiezioni-presentazioni, con la presenza di alcune autrici, in ambiente teatrale. Come si sposano fotografia e teatro?
Nasco come fotografa di scena e per anni mi sono trovata a lavorare nei teatri, fotografando la magia di certi momenti e cercando di cogliere le atmosfere che si creano in quel mondo. Ho sempre sentito fortissima la capacità catartica delle rappresentazioni teatrali e cinematografiche e ne ho sempre avvertito l'universalità. La fotografia, in particolare raccontata attraverso le proiezioni, ha per me lo stesso valore universale e catartico. Mi preme moltissimo sottolineare come ogni opera valga, presa singolarmente e direttamente ricondotta alla storia narrata, ma anche e soprattutto possa rappresentare un simbolo che la riconduca alla molteplicità delle situazioni che attraversano il tempo e il mondo. Con Shades of Women ho voluto provare a sottolineare questo aspetto, aggiungendo alle immagini anche testi e musiche che bene si accompagnino al loro significato.
 


© Anastasia Taylor-Lind

 

Pietro Di Giambattista: Mondi al margine (da Sguardi 4)

Com'è nato il reportage sui campi nomadi?
Dopo i workshop ero entrato in crisi. Non mi piaceva quello che facevo, né come lo facevo. Ero lì lì per abbandonare la fotografia. Mi sono messo alla ricerca di un soggetto su cui lavorare, sia per entrare profondamente in contatto con il soggetto, sia per trovare un linguaggio fotografico mio. Avevo capito che per maturare un proprio linguaggio, per crescere, ci vuole tempo. Ho scelto il mondo dei nomadi perché è un mondo che mi ha sempre affascinato. Avevo una visione abbastanza romantica di quel mondo, ora so che non è così. Però ancora oggi, ogni volta che entro in un campo nomadi, con questi paesaggi abbastanza grandi, con il degrado, sento qualcosa, forse una reminiscenza chissà. Non so nemmeno io che cosa ho cercato andando lì, avrà a che vedere con qualcosa che mi porto dentro.
In quanto tempo hai sviluppato il reportage?
Un anno, a parte i contatti. Ci andavo soprattutto il fine-settimana, ma a volte anche durante la settimana. Soprattutto la mattina, fino alle dieci e mezzo-undici, poi c'era troppa luce. Inizialmente è stata un po' dura, sai ci sono degli  equilibri interni da rispettare, a volte devi fare i conti con vere e proprie faide. E poi ce l'hanno a morte con i giornalisti, spesso sono state pubblicate vere idiozie su di loro. Ho dovuto spiegarmi più volte: "non pubblico questa cosa, questa è una ricerca personale". Tutta questa esperienza con i marginali, con persone che hanno certi problemi, mi ha maturato molto anche umanamente. Mi ha dato anche delle bastonate, mi ha fatto vedere miei difetti nel relazionarmi con gli altri. Ha fatto scattare anche delle molle interiori.
Quasi un'auto-analisi attraverso l'immagine…
Sì e attraverso le persone, pure. Perché, fotografando, capti anche delle sensazioni, delle sofferenze, che a volte diventano pure tue. Ti dico una cosa: io ho fotografato sicuramente gli sfigati perché mi sentivo sfigato pure io in quel momento. Non penso che sia un caso se ho scelto di fotografare quelle persone e non altre. Cercavo un po' anche me stesso. A livello interiore, ci capivamo molto bene. È strano, ma è così. Voglio continuare a occuparmi di marginali, di nomadi e barboni, anche perché ho ancora delle cose personali da risolvere e le vado a ritrovare in queste persone. Sai, se potessi fare un'altra vita farei il barbone. Perché quella condizione ti dà uno stato di libertà personale che non hai. Perché le diecimila cose che devi fare ti distraggono da quello che sei. Noi, alla fine, non siamo liberi per niente. Loro forse sì.
 


© Pietro Di Giambattista