Maestri: solo in bianco e nero

Henri Cartier-Bresson: Immagini e parole (da Sguardi 81)

Come ha scritto Beaumont Newhall, storico della fotografia, «è più di mezzo secolo che sono abbagliato dalla fotografia di Henri Cartier-Bresson. Quasi ogni sua foto che conosco è un’esperienza visiva. Attraverso il suo obiettivo, riesce a cogliere la frazione di secondo in cui il soggetto è rivelato nel suo aspetto più significante e nella sua forma più evocatrice». […] Immagini e parole: 44 fotografie accompagnate dal commento di intellettuali, scrittori, critici, fotografi, amici. Una selezione aggiornata con nuovi contributi rispetto al progetto nato qualche anno fa, quando un gruppo di amici festeggiò il compleanno di Cartier-Bresson chiedendo ad addetti ai lavori e non di scegliere e commentare la propria immagine preferita tra le tante scattate da Cartier-Bresson. Ne è nata una scelta di foto che è anche una panoramica sintetica dell’opera. Un’occasione unica per contemplare e comprendere Cartier-Bresson, la sua poetica legata agli “attimi decisivi” che riusciva a cogliere con la sua macchina fotografica quando, come affermava, si riesce a «mettere sulla stessa linea di mira il cuore, la mente e l’occhio». Un’occasione, grazie ai commenti - tra gli altri di Gae Aulenti, Bruce Davidson, Ferdinando Scianna, Milan Kundera, Jean Baudrillard, Ernst Gombrich, Leonardo Sciascia, Alessandro Baricco, Antonio Tabucchi - per approfondire il potere comunicativo, le peculiarità stilistiche, il ruolo della fotografia. Ricordando che, per lui, «una sola cosa conta: l’istante e l’eternità, l’eternità che, come la linea dell’orizzonte, non smette di arretrare». Tra gli scritti presenti in mostra e nel volume riportiamo le parole […] di Avigdor Arikha davanti all’immagine di una Pechino durante gli ultimi giorni del Kuomintang nel 1949: «Si direbbe che possieda un compasso nell’occhio. In effetti, ogni immagine fotografata da H.C-B. è rigorosamente definita nelle sue proporzioni, nella dinamica e nelle divisioni di neri e bianchi. I soggetti si offrono a lui miracolosamente, come a comando. Vengono formulati in anticipo. Il fatto è che, come un’aquila, il suo occhio - occhio di pittore - è particolarmente vigile. In un soggetto qualsiasi, riesce a vedere di cosa questo soggetto sia fatto e, in questo modo, nessun soggetto è uguale all’altro».
 


© Henri Cartier-Bresson/Magnum Photos/Contrasto, Eunuco della corte imperiale dell'ultima dinastia, Pechino, 1949

 

Sebastião Salgado: Dalla mia terra alla Terra (da Sguardi 93)

Per alcuni Sebastião Salgado è “il più grande fotogiornalista al mondo”. Un testimone del nostro tempo, con il suo bianco e nero di ritratti potenti che narrano di vite quotidiane e ultimi della Terra, lavoratori o rifugiati, deserti e selve, fino al suo recente Genesi. Una giornalista francese, Isabelle Francq, ha raccolto per la prima volta in un libro - Dalla mia Terra alla Terra, Contrasto, pp. 160, euro 19,90 - “le riflessioni scritte in prima persona” del fotografo brasiliano, esponendone le convinzioni, trascinandoci in paesi lontani, territori di immensa bellezza ma anche di profonde ingiustizie, dal Brasile al Ruanda, dall’India all’Antartide, ricostruendone il percorso dalla nascita dell’Instituto Terra ai reportage di Genesi, dall’agenzia Magnum Photos fino ad Amazonas Images. Scrive nella prefazione Isabelle Francq, «guardare una foto di Sebastião Salgado non vuol dire solo fare l’incontro dell’altro, ma anche incontrare se stessi. Vuol dire fare esperienza della dignità umana, capire ciò che significa essere una donna, un uomo, un bambino. Probabilmente Sebastião nutre un amore profondo verso le persone che fotografa. Altrimenti come potremmo sentirle così presenti, vive e fiduciose? Come potremmo provare quel sentimento di fraternità? È da molto tempo che il suo lavoro mi colpisce. Mi piacciono le sue immagini classiche, le luci sempre straordinarie delle sue foto, la forza che trasmettono e al tempo stesso la tenerezza che infondono e che si raccorda alla parte migliore di me. I casi della vita mi hanno dato l’opportunità di incontrare Sebastião e sua moglie Lélia. Questo duo mi affascina perché, dietro il successo internazionale di Sebastião, c’è una coppia rara. Una storia d’amore e di lavoro in cui ciascuno svolge il proprio ruolo, ciascuno ha il proprio posto e sa tutto quello che deve all’altro. Insieme, hanno costruito una famiglia, hanno fondato la loro agenzia, Amazonas Images, hanno creato Instituto Terra, un progetto ambientale per ripristinare la foresta della fascia atlantica brasiliana, cui sono destinati gran parte degli introiti provenienti dal lavoro e dalla vendita delle stampe delle collezioni.
 


Galápagos, Ecuador, 2004 - © Sebastião Salgado/Amazonas

 

Ferdinando Scianna: Autoritratto di un fotografo (da Sguardi 78)

Cinquant’anni di carriera raccontati da uno dei maestri della fotografia non solo italiana. Autoritratto di un fotografo di Ferdinando Scianna (Bruno Mondadori, 224 pp., 19 euro) è la narrazione, in prima persona, nella stagione della maturità, della sua avventura esistenziale e professionale. «La grande fortuna, uscendo dall’adolescenza», scrive Scianna nel primo capitolo del libro, «è stata che il caso me l’abbia fatta incontrare, la fotografia. Il mio grande amico Romeo Martinez, storico e critico, diceva spesso con sarcasmo che noi fotografi avremmo dovuto erigere un santuario a Santa Fotografia. Altrimenti, aggiungeva, che cosa diavolo avreste fatto nella vita? Me lo chiedo spesso anch’io. Solo questa fortuna, penso, può giustificare che mi accinga a comporre un libro sulla mia storia di fotografo. Che è come dire, per uno come me, sulla mia storia di uomo. […] Faccio fotografie da quasi mezzo secolo. Dalla Sicilia a Milano, a Parigi, dall’adolescenza ai miei sessantotto anni di oggi, la fotografia è stata e continua a essere per me una passione, la conquista di un linguaggio, l’occasione di incontri, lo strumento chiave della mia vicenda umana». Di seguito riportiamo il capitolo dedicato all’agenzia Magnum. […] Per anni sono stato “il primo e unico fotografo italiano entrato a Magnum dalla sua fondazione”. Fardello difficile da portare. Orgoglio anche, certo. Ma sapevo e so che non sono certo stato il primo a meritarlo. È probabile che la presentazione di Cartier-Bresson sia stata importante. E del resto me l’hanno fatta pagare abbastanza in seguito. Non credere che questo ti dia dei privilegi! Figurarsi! Il fatto è che Magnum si è portata dietro per anni uno snobismo franco-anglo-americano. Sembrava che se non provenivi da quelle aree geografico-culturali non potevi essere un fotografo degno di entrare a farne parte.
 


Bagheria, Marpessa 1987 © Ferdinando Scianna

 

Robert Capa: Una retrospettiva (da Sguardi 87)

In occasione del centenario della nascita, Palazzo Reale di Torino celebra con un’importante retrospettiva uno dei maestri della fotografia del XX secolo, […] in collaborazione con Magnum Photos, celebre agenzia fotografica di cui Robert Capa fu uno dei soci fondatori nel 1947. L’esposizione racconta il percorso umano e artistico di Capa attraverso 97 fotografie in bianco e nero, raggruppate in 11 sezioni: Lev Trockij 1932, Francia 1936-1939, Spagna 1936-1939, Cina 1938, Gran Bretagna e Italia 1941-1944, Francia 1944, Germania 1945, Europa orientale 1947-1949, Israele 1948-1950, Indocina 1954, Amici. In mostra sono inoltre presenti alcune fotografie di personaggi famosi - da Picasso a Hemingway, da Matisse a Ingrid Bergman - che illustrando le grandi qualità di ritrattista di Capa, dimostrano che non può essere etichettato semplicemente come fotografo di guerra: molte delle sue immagini infatti catturano, con sensibilità e arguzia, anche le gioie della pace. […] Per John Morris, primo direttore di Magnum Photos e grande amico di Robert Capa
, «lavorare con lui era un sogno». Morris, che è intervenuto all’apertura della mostra, conobbe Capa durante la seconda guerra mondiale quando era responsabile della redazione londinese della rivista Life e assicurò la copertura dello sbarco in Normandia con la pubblicazione delle storiche foto di Capa, che documentarono i momenti cruciali dell’azione. Da allora i due instaurarono un sodalizio umano e lavorativo che si interruppe solo nel 1954, quando John Morris ricevette il telegramma che annunciava la tragica morte del collega e amico. Nel 1938 Robert Capa fu definito dalla prestigiosa rivista inglese Picture Post “il migliore fotoreporter di guerra nel mondo”. Sebbene il suo lavoro sia in molti tratti lirico e talvolta anche spiritoso - tanto da essere paragonabile a quello di altri fotografi come André Kertész o Henri Cartier-Bresson - tuttavia la forza visiva e l’incisività delle sue fotografie, oltre alla quantità dei reportage realizzati, giustificano ancora oggi questo lusinghiero giudizio.
 


© Robert Capa

 

Josef Koudelka: Zingari (da Sguardi 83)

Zingari di Josef Koudelka, «senza dubbio uno dei lavori fotografici più celebri del Novecento». La mostra, in prima mondiale e in collaborazione con Magnum Photos, rispecchia fedelmente la sequenza e il menabò del volume Cikáni (zingari in ceco) che lo stesso Koudelka aveva progettato nel 1970, prima di lasciare la Cecoslovacchia, e rimasto a lungo inedito. Quel volume, riproposto da Contrasto, testimonia la spettacolare teatralità visiva che Josef Koudelka aveva concepito intorno al suo lavoro di ricognizione fotografica delle comunità gitane dell’Est Europa. In esposizione le 109 immagini del libro, sontuosamente stampate (sotto la stretta sorveglianza dell’autore) appositamente per la presentazione di Forma. Da un lato, le immagini raccontano la quotidianità delle comunità gitane negli anni Sessanta in Boemia, Moravia, Slovacchia, Romania, Ungheria e in alcuni casi in Francia e Spagna. Dall’altro, testimoniano lo sguardo penetrante e insolito dell’autore, la sua capacità di fermare, in momenti unici per la perfetta composizione formale e la pregnanza dell’azione, scene di vita familiare, momenti di festa, di gioco e di ritualità collettiva. Una dopo l’altra, le immagini compongono un vero affresco visivo di grande potenza e con poetica malinconia registrano la fine di un’epoca, la fine di un viaggio: quello del nomadismo zingaro in Europa. Riferimento essenziale di culto per generazioni di fotografi, Zingari mantiene nel tempo la sua forza e conferma la grandezza del suo autore, Josef Koudelka, tra i più grandi fotografi viventi. […] «Gli zingari sono sempre stati visti come forestieri pur avendo abitato nei paesi dell’Europa per più di sei secoli. Conoscono bene il significato della parola esclusione e la loro lunga permanenza in Europa è stata segnata da campagne di espulsione o da periodici pogrom dalle conseguenze ancora più spaventose. Queste persecuzioni sono culminate nella Seconda guerra mondiale, quando mezzo milione di zingari morì nei campi di concentramento nazisti, insieme agli ebrei. Eppure non sarebbe corretto leggere la storia gitana soltanto come una cronaca di continue persecuzioni. Gli zingari hanno rappresentato una componente importante delle economie locali, soprattutto in Europa centrale e orientale. Dispersi in una vasta diaspora e senza un loro territorio, vivevano nelle baracche degli insediamenti rurali o in quartieri urbani generalmente segregati (mahala), o ancora in piccole bande nomadi, offrendo prodotti artigianali e servizi di vario tipo. Insomma non erano un gruppo a se stante ma avevano una relazione simbiotica con gran parte delle popolazioni con le quali vivevano.
 


© Josef Koudelka/Magnum Photos/Contrasto, Romania, 1968

 

Richard Avedon: La prima retrospettiva (da Sguardi 53)

Per più di 50 anni Avedon è stato uno dei grandi nomi della fashion photography, il primo a rompere i confini tra la cosiddetta fotografia seria e quella non ritenuta tale. Fotografo di star, e star anch’egli, ma con la capacità di non occuparsi solo di moda, ma anche dei mutamenti della società in cui viveva e dei loro risvolti politici, psicologici o filosofici. Avedon (nato nel 1923), in parallelo con la sua attività nel campo della moda (nel 1961 fu direttore artistico del celebre magazine americano Harper’s Bazaar, passando poi nel 1965 a Vogue e collaborando infine con il settimanale New Yorker), ha realizzato anche reportage sociali oltre a una ricca galleria di ritratti di artisti, statisti e attori. Il suo obiettivo anticonformista e creativo, intenso e viscerale, ha immortalato star del cinema come Katherine Hepburn, Marilyn Monroe, Buster Keaton, Charlie Chaplin, Humphrey Bogart, Brigitte Bardot, ed icone dell’arte, della letteratura e della politica come i Beatles, Karen Blixen, Truman Capote, Andy Warhol, Henry Kissinger, Edward Kennedy. Insieme a Irving Penn, Avedon è considerato l’innovatore della fotografia ritrattistica del XX secolo. “Cerco qualcosa di speciale in un viso”, diceva Avedon, “contraddizioni, complessità, elementi conflittuali ma allo stesso tempo interconnessi”. Nei suoi ritratti – radicali, intensi, forti, molto diretti, spesso frontali, con uno sfondo bianco minimalista - Avedon si concentra sul viso delle persone, che considera la finestra dell’animo umano.
 


Dovima med elefanter, aftenkjole af Dior, Cirque d'Hiver, Paris, August 1955 / Courtesy The Richard Avedon Foundation © 1955 The Richard Avedon Foundation

 

Ansel Adams: La natura è il mio regno (da Sguardi 77)

Come scrive William Turnage nella biografia a lui dedicata pubblicata dall’Oxford University Press, Adams «si è descritto come fotografo, professore e scrittore. Sarebbe forse più esatto dire che è stato semplicemente - in verità compulsivamente - un comunicatore. La sua grande influenza è venuta dalla sua fotografia. Le sue immagini sono diventate i simboli, le vere icone dell’America selvaggia. Quando la gente pensava ai parchi nazionali del Sierra Club o alla natura o ai grandi spazi, spesso li visualizzava come una fotografia di Ansel Adams. Le sue immagini in bianco e nero non erano documenti realistici della natura. Cercavano, invece, un’intensificazione e purificazione dell’esperienza psicologica della bellezza della natura. Adams creava un senso di magnificenza sublime della natura che infondeva nello spettatore l’equivalente emozionale dei luoghi selvaggi, spesso più potente di quella reale». Adams veniva «spesso criticato per il fatto di non includere nelle sue fotografie di paesaggi uomini o tracce di umanità. È famoso il commento di Henri Cartier-Bresson: “il mondo sta cadendo a pezzi e tutta la fotografia di Adams e Weston è fatta di rocce e alberi”. I critici hanno frequentemente definito Adams come un fotografo di una natura selvaggia che non esiste più. Al contrario, i luoghi che Adams ha fotografato sono, con poche eccezioni, precisamente quei luoghi selvaggi e parchi che sono stati conservati fino a oggi», molti salvatisi grazie agli sforzi di ambientalisti come Adams e dei suoi colleghi. «Visto nel contesto più tradizionale della storia dell’arte», continua Turnage, «Adams è stato l’ultimo esempio del pittore e fotografo americano nella tradizione romantica del XIX secolo. Diretto erede filosofico dei trascendentalisti americani come Ralph Waldo Emerson e Henry David Thoreau», cresciuto in un periodo e in un luogo caratterizzato dalla «nozione che la civilizzazione europea era stata reinventata - in meglio - nella nuova nazione e, particolarmente, nel nuovo West». Che cosa ha generato l’amore dal grande pubblico per Adams, si chiede infine Turnage. «Il soggetto di Adams, la magnificente bellezza naturale del West, era assolutamente, inconfondibilmente americano, e lo strumento prescelto, la macchina fotografica, era la quintessenza della cultura del ventesimo secolo».
 


Ansel Adams, Moon and Half Dome, Yosemite Valley, 1960 © 2011 The Ansel Adams Publishing Rights Trust courtesy of the National Museum of Modern Art

 

Mario Giacomelli: in memoria di un maestro (da Sguardi 9)

Il percorso di Mario Giacomelli come fotografo è probabilmente uno dei più atipici per questo grande maestro della fotografia. Nato a Senigallia nel 1925 in una famiglia poverissima, a tredici anni Mario Giacomelli comincia a lavorare in una tipografia, affascinato dalle infinite possibilità di comporre parole e immagini offerte dalla stampa. Nello stesso periodo comincia a dipingere, si appassiona di corse motociclistiche e scrive poesie. Nel 1954 acquista la sua prima macchina fotografica. Tra il 1954 e il 1957 partecipa a numerosi concorsi fotografici in Italia. Dopo aver completato la sua prima serie “Vita d’ospizio”, comincia una serie di nudi femminili e maschili che abbandona negli anni sessanta. Assalito da un’ansia investigativa sulla sua identità di narratore, Giacomelli inizia a viaggiare, ma sono solo delle escursioni in altri mondi e in altri modi di vivere più che dei veri e propri viaggi, che lo riportano alla sua infanzia e condizione sociale. Nella primavera del 1957 si reca a Scanno, un villaggio dell’Italia centrale che aveva affascinato anche Cartier-Bresson, dove Giacomelli produce capolavori quali “Il ragazzo di Scanno”. Alla nascita del figlio Neris, la famiglia si reca a Lourdes dove Giacomelli realizza delle immagini di straordinario impatto emotivo. Negli anni sessanta, Giacomelli lavora al progetto “Non ho mani che mi accarezzino il volto”, universalmente conosciuto come la serie dei Pretini, un gruppo di immagini realizzate nel seminario di Senigallia, presentate da Ferrania per la prima volta nell’edizione di Photokina di Colonia. John Szarbowsky, all’epoca direttore del dipartimento di fotografia del MOMA di New York acquista alcune immagini della serie “Scanno” e le pubblica nel volume “Looking at Photographs: 100 Pictures from the Collection of the Museum of modern Art”. Nel 1967 Giacomelli inizia uno studio sul legno. Dopo il grande successo della serie “Pretini” esposti al Metropolitan Museum e a Bruxelles, negli anni settanta Giacomelli approfondisce la sua ricerca sulla natura, con i primi scatti aerei di paesaggi, con un’incursione nel colore. Dalla fine degli anni settanta, caratterizzati da un sempre crescente legame tra fotografia, arte astratta e poesia, Giacomelli attraversa un periodo di analisi e approfondimento della propria attività artistica. Mario Giacomelli muore il 25 novembre del 2000.
 


© Mario Giacomelli

 

Herb Ritts: in piena luce (da Sguardi 92)

Un miracolo di leggerezza e armonia. Le immagini di Herb Ritts sono la raffigurazione di un equilibrio raro da incontrare e che si esprime con il dosaggio attento degli elementi naturali, l’esaltazione del corpo, l’evidenza dei visi in piena luce. Il mondo come vorremmo che fosse, insomma, fatto solo di giornate perfette, di cieli azzurri, di corpi levigati e di visi spensierati. Il risultato è un gioco visivo apparentemente semplice e accattivante ma che, dietro, nasconde una sapienza tecnica elaborata, una creatività pronta e fresca, un mestiere affinato in tante osservazioni, tante prove, tanti progetti. E una capacità di mantenere sempre, per ogni fotografia, una voglia intatta di sperimentare e inventare. La fotografia di Herb Ritts è un insieme calibrato di spontaneità e di studio, di glamour e immediatezza, di pose sofisticate, supermodelle e divi del cinema, e di tanta, semplice, luce del sole. Gli elementi naturali di cui si alimenta il suo sguardo - il vento, la luce e la terra della California, l’orizzonte a perdita d’occhio, gli spazi immensi - entrano in ogni sua fotografia, esattamente come avviene per i corpi dei modelli e delle modelle, i loro sguardi, i loro abiti, creando una combinazione rara e preziosa, geniale eppure semplice, di questi ingredienti. Herb Ritts nasce sotto il sole del sud della California, da una famiglia agiata di commercianti, nel quartiere hollywoodiano di Brantwood. Il padre ha una ditta di mobili da giardino in rattan e per un breve periodo, anche Herb lo aiuterà nel lavoro. L’infanzia e l’adolescenza scorrono apparentemente tranquille, tra grandi case californiane, vicini illustri come Steve McQueen e studi regolari a Los Angeles e poi al prestigioso Bard College, sulla East Coast. La fotografia si insinua come una curiosità, un passatempo da coltivare per riprendere gli amici durante i viaggi e le vacanze. Che da hobby potesse diventare lavoro, cominciò a sembrare chiaro quando una sua foto apparve sulle pagine di Newsweek.
 


© Herb Ritts, Wrapped Torso, Los Angeles, 1989

 

Robert Mapplethorpe: Tra antico e moderno, una retrospettiva (da Sguardi 34)

Una grande e articolata retrospettiva su Robert Mapplethorpe, finalmente riconosciuto come uno dei massimi artisti americani della seconda metà del Novecento. […] un itinerario che attraversa la sua vicenda artistica ed esistenziale, dagli esordi nel 1972 alla tragica e prematura morte nel 1989, e saranno accompagnate da dipinti, sculture, incisioni, fotografie di maestri e di momenti diversi nella storia delle arti. “Voglio che la gente guardi le mie opere prima di tutto come opere d’arte, e poi come fotografie” Robert Mapplethorpe. […] Una rilettura del suo lavoro, sottraendolo all’aura scandalosa che l’ha accompagnato, per reinserirlo nel contesto dell’arte e della cultura americana di quegli anni, segnata dall’espressione di libertà, dai pregiudizi etnici e dalle convenzioni sessuali di cui Mapplethorpe fu interprete e paladino e insieme tragica vittima. […] Opere esposte secondo un criterio cronologico, rispettando tuttavia la suddivisione in temi e soggetti ben definiti, come l’opera di Mapplethorpe richiede. Il lavoro critico del curatore ha affiancato, a questi temi cari a Mapplethorpe, alcune opere di artisti su cui formò la sua cultura visiva, approfondendo e ampliando un primo parziale lavoro nato in occasione della mostra realizzata dal Guggenheim di New York a Berlino negli scorsi anni, e che ha toccato l’Ermitage di San Pietroburgo, il Puskin di Mosca ed è oggi a New York. In quell’occasione furono posti a confronto alcune fotografie di Mapplethorpe e alcune stampe fiamminghe delle collezioni dell’Ermitage, dando il via ad un lavoro di ricerca e di approfondimento che porta oggi a questa grande mostra. Si potranno confrontare gli elementi comuni e di parallelismo tra le sue fotografie di body-builder e black bodies e la statuaria antica dagli etruschi a Michelangelo e Canova, fino a Rodin. Si testimonieranno poi le similitudini iconografiche e le innegabili affinità tra i suoi soggetti, femminili e maschili, a opere rinascimentali e manieriste, neoclassiche e moderne, da Bronzino a Tiziano, da Rembrant a Julien de Parme, da Bacon a Warhol includendo anche le fotografie da Man Ray a Von Gloeden. In tal modo la retrospettiva di Mapplethorpe si pone come un forte intreccio tra arti e fotografia, tra contemporaneità e storia, rendendo così più comprensibile e conoscibile il linguaggio estremamente raffinato e unico di Mapplethorpe. La sua volontà di porsi all’interno del grande flusso della storia dell’arte occidentale esprimendo temi così moderni ed “estremi”, come il sesso e l’eros, attraverso forme di un’eleganza e di una classicità essenziale.
 


Derrick Cross, 1983 - Copyright © Robert Mapplethorpe Foundation

 

Leonard Freed: Io amo l’Italia! (da Sguardi 82)

Capita, a volte, di innamorarsi di un posto, di un paese, della strana chimica che si percepisce tra la certi luoghi e i suoi abitanti e tra essi e il visitatore occasionale. A uno dei grandi fotografi Magnum, il newyorkese Leonard Freed, era capitato di innamorarsi dell’Italia. Delle tracce della sua storia imponente, della sua umanità palpitante. […] Freed era in primo luogo uno che fotografava la gente. L’amore della sua vita erano gli italiani, molto più di quanto non lo fossero l’arte, l’architettura o il paesaggio italiani, sebbene le sue rare fotografie di paesaggi siano davvero emozionanti». «Una volta», continua Miller, «Leonard Freed ebbe a parlare del suo rapporto con l’Italia come di "una storia d’amore". Una passione di lunga data, che va oltre la sua carriera di fotografo e all’origine è radicata nel suo interesse per l’arte, che risale al suo primo viaggio in Europa, nel 1952. Come altri artisti appartenenti a famiglie ebraiche emigrate in America dall’Europa orientale, sentiva il bisogno di tornare in Europa per scoprire se stesso e gettare le fondamenta di una carriera artistica, prendendo le distanze da un ambiente familiare che discordava con la sua ambizione. Freed voleva diventare un pittore, benché sua madre sostenesse ostinatamente che gliene mancava il talento. Si trovava in Italia e faceva la vita del giovane artista, quando il suo compagno di viaggio, un pittore, gli suggerì che - per guadagnare qualcosa - avrebbe potuto fare delle fotografie e provare a venderle ai giornali americani. Freed seguì il suo consiglio, e l’espediente che doveva semplicemente procurargli un po’ di denaro in più divenne una passione che avrebbe dato forma a gran parte della sua vita adulta».«Io amo l’Italia!» era la frase che Freed amava ripetere dopo la sua prima visita in Italia nel 1956. Ma il suo non era un interesse canonico: benché amante dell’arte, del paesaggio, dei monumenti e delle antiche rovine, ciò che più lo affascinava era l’Italianità, che rincorre con il suo obiettivo a cominciare da Little Italy, con i venditori ambulanti, i giochi dei bambini, i caratteristici matrimoni, fino alla quotidianità di Napoli e della sua adorata Roma. A proposito di Roma, nel testo di Miller viene citata l’intervista esclusiva che Sguardi fece a Leonard Freed, di passaggio nella capitale, per sottolineare la capacità di immedesimazione e immersione del fotografo: «Io sono un po’ di tutto, come capita nei sogni, in cui a volte sei una cosa e a volte un’altra. Sono di destra e sono di sinistra. Sono religioso e antireligioso. Amo e odio le donne. Tutto mi attraversa come in sogno. Sono simile a uno studente curioso, che vuole sempre imparare. Per essere in grado di fotografare, prima devi farti un’opinione e prendere una decisione. Poi, quando stai fotografando, sei immerso nell’esperienza e diventi parte di ciò che stai fotografando. Devi immedesimarti nella psicologia di chi stai per fotografare, pensare ciò che lui pensa, essere sempre molto amichevole e neutrale».
 


Napoli, 1956 © Leonard Freed - Magnum (Brigitte Freed)

 

Elliott Erwitt: Personal Best (da Sguardi 81)

Oggi, a 84 anni, Erwitt è uno dei fotografi più celebri e celebrati. Origini russo-ebraiche, nascita a Parigi, infanzia in Italia, approdo negli Stati Uniti prima a New York e poi a Los Angeles. Membro da quasi cinquant’anni dell’agenzia Magnum, Erwitt si è applicato al fotogiornalismo raccontando gli ultimi sessant’anni di storia contemporanea con leggerezza, rapidità, garbo, ironia, senso dell’umorismo e della rappresentazione quasi cinematografica, tra intenti documentaristici e committenze commerciali, un po’ aneddotica, un po’ da cartolina. Personaggi straordinari e gente comune, da Marilyn Monroe a Che Guevara, dai bambini agli animali (cani soprattutto) cui Erwitt dedica nel tempo una serie di veri e propri ritratti. Fra i più celebri c’è quello di un chihuahua vestito con tanto di cappotto e cappellino e messo di fianco alle zampe di un altro cane di grossa taglia e alle gambe della padrona tagliate dall’inquadratura; passato il riso del primo impatto, rimane l’evidenza dei fatti: stanno tutti sullo stesso piano. Figure e composizioni colte con uno stile diventato riconoscibile. Storie di quotidianità, animate da un bianco e nero che somiglia al tratto di un disegnatore. Una galleria composita di gesti, sorrisi, carezze, sguardi colti negli aspetti normali o insoliti, tragici, divertenti, commoventi. La capacità di andare vicino al sentimento della commedia umana. Come dice Erwitt stesso, «alcuni dicono che le mie foto siano tristi, alcuni pensano siano divertenti. Divertenti e tristi, non sono poi davvero la stessa cosa?». Un’apparizione, una visione saltate fuori, come all’improvviso, dalla vita di tutti i giorni. Un lampo, un istante. «Nei momenti più tristi e invernali della vita, quando una nube ti avvolge da settimane», ha scritto Erwitt, «improvvisamente la visione di qualcosa di meraviglioso può cambiare l’aspetto delle cose, il tuo stato d’animo. Il tipo di fotografia che piace a me, quella in cui viene colto l’istante, è molto simile a questo squarcio nelle nuvole. In un lampo, una foto meravigliosa sembra uscire fuori dal nulla». Erwitt è un superclassico, con un talento naturale che va oltre la sua coscienza. Per lui «quando è ben fatta, la fotografia è interessante. Quando è fatta molto bene, diventa irrazionale e persino magica. Non ha nulla a che vedere con la volontà o il desiderio cosciente del fotografo. Quando la fotografia accade, succede senza sforzo, come un dono che non va interrogato né analizzato».
 


USA, Santa Monica, California, 1955 © Elliott Erwitt/Contrasto

 

Edward Weston, una retrospettiva (da Sguardi 85)

Edward Weston è considerato uno dei più grandi maestri della fotografia del Novecento. A oltre quindici anni dalla sua ultima personale in Italia, gli spazi espositivi dell’ex Ospedale Sant’Agostino di Modena ospitano una grande retrospettiva dedicata al fotografo statunitense. Nel percorso espositivo trovano spazio tutti i temi da lui indagati, dai nudi ai paesaggi, attraverso una galleria di ritratti e di “oggetti” - dai famosi peperoni ai giocattoli indigeni - trasformati in icone surrealiste e postmoderne. Spesso direttamente paragonata alla pittura e alla scultura, la fotografia di Weston è l’espressione di una ricerca ostinata di purezza, nelle forme compositive così come nella perfezione quasi maniacale dell’immagine. 110 opere fotografiche originali, scattate dai primi anni Venti fino agli anni Quaranta, in gran parte provenienti dal Center for Creative Photography diTucson dove è conservato il più grande archivio dell’autore. Realizzate dall’artista stesso o sotto la sua diretta supervisione, le stampe fotografiche di Weston sono infatti una parte fondamentale e imprescindibile del suo lavoro: stampe a contatto, di piccolo o medio formato, nelle quali non è concessa alcuna manipolazione dell’immagine. Ogni dettaglio - descritto con una nitidezza assoluta – concorre a definire la sua idea di perfezione, indagando l’entità stessa della materia e le sensazioni che è capace di trasmettere. […] La visione, la reazione istintiva, la conoscenza della vita sono requisiti necessari per coloro che vogliono rappresentare attraverso la lente dell’obiettivo forme di universale interesse […] magari solo un frammento, ma capace di indicare o simboleggiare i ritmi vitali”. Per arrivare a ciò, Weston abbandona presto il pittorialismo e le sue pretese “artistiche”, pur riconoscendone l’importanza come movimento culturale. Il realismo in fotografia cui Weston aspira è di fatto la ricerca di una pura forma di espressione della contemporaneità che non abbia bisogno di etichette: “In questa epoca in cui i valori cambiano continuamente, non è rilevante la questione se la fotografia è o non è un’arte […] noi abbiamo bisogno della fotografia come una espressione vitale della contemporaneità. Il mondo reale, se è già chiaro ai nostri occhi, se riusciamo a riconoscerne le forme, non abbisogna di artifizi per essere riprodotto: sia esso il volto di un uomo o una donna, una olla o un juguete di un qualsiasi artigiano, il cuore di un carciofo o una coppia di funghi, è nella nostra mente che essi diventano sculture dallo sguardo superbo, oggetti che paiono animarsi da sé o verdure eleganti, oppure svogliate. Il fotografo deve restituirli come sono e per ciò che in quel momento essi significano: per questo Weston stampa a contatto.
 


Edward Weston, Nude, 1936© 1981 Center for Creative Photography, Arizona Board of Regents

 

Gabriele Basilico, un omaggio (da Sguardi 88)

A tre mesi dalla sua scomparsa, il Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo dedica una mostra a Gabriele Basilico, un omaggio a uno dei riconosciuti maestri della fotografia contemporanea europea, un importante artista della contemporaneità che si colloca in posizione centrale nel contesto della grande fotografia documentaria internazionale grazie alla vastità e alla saldezza della sua ricerca totalmente dedicata, negli anni, al complesso tema della trasformazione del paesaggio contemporaneo. Tra fine anni Settanta e anni Ottanta infatti, gli anni nei quali egli produce le sue prime importanti ricerche (Milano. Ritratti di fabbriche e Bord de mer, lavoro realizzato all’interno della Mission Photographique de la DATAR) la fotografia compie una svolta storica e assume funzioni culturali strategiche: il tema delle modificazioni del paesaggio nel passaggio dall’economia industriale alla fase postindustriale si dimostra per gli artisti e gli intellettuali un terreno di lavoro di estrema importanza. L’opera di Basilico si colloca nel punto in cui si incrociano più questioni: l’osservazione del paesaggio antropizzato stretto tra la fine della storia e la fine della natura, la riflessione sulla condizione di attesa e disorientamento dell’uomo contemporaneo, il significato dell’arte nell’epoca del più acuto sviluppo tecnologico. In questo senso la città, espressione massima del procedere dell’azione umana sul territorio, nelle sue declinazioni più diverse, dal centro storico alla periferia, dall’urbanizzazione diffusa alla crescita delle grandi infrastrutture, fino alle forme massime della metropoli e della megalopoli, è stata la sua ossessione.
 


© Mario Giacomelli

 

Robert Frank: Gli americani (da Sguardi 59)

Nel 1955 un giovane fotografo svizzero, Robert Frank, ottiene una borsa di studio dalla Fondazione John Simon Guggenheim per realizzare un lavoro fotografico sull’America. Per due anni, tra il 1955 e il 1956, Frank percorre il paese, sovvenzionato dalla Fondazione, toccando ben 48 stati diversi. Strade, volti, città, bar, negozi, marciapiedi, un lunghissimo viaggio, un immenso reportage. Oggi, a cinquant’anni dalla prima pubblicazione del libro da parte di Delpire nel 1958, il capolavoro di Robert  Frank - Gli Americani - viene riproposto da Contrasto in una nuova edizione (formato 21 x 18,5 cm, 180 pagine, 83 fotografie in bianco e nero, euro 39) accompagnata dalla toccante introduzione di Jack Kerouac, che di seguito Sguardi ripropone integralmente. «Quella folle sensazione in America, quando il sole picchia forte sulle strade e ti arriva la musica di un jukebox o quella di un funerale che passa. È questo che ha catturato Robert Frank nelle formidabili foto scattate durante il lungo viaggio (finanziato da una borsa della Fondazione Guggenheim) attraverso qualcosa come quarantotto stati su una vecchia macchina di seconda mano. Con l’agilità, il mistero, il genio, la tristezza e lo strano riserbo di un’ombra ha fotografato scene mai viste prima su pellicola. Per questo Frank sarà riconosciuto come un grande della fotografia. Dopo che hai visto quelle immagini finisci per non sapere se sia più triste un jukebox o una bara. Perché lui fotografa ininterrottamente bare e jukebox - e i misteri dell’intermediazione, come il prete negro accucciato chissà perché sotto la pancia liquida e lucente del Mississippi a Baton Rouge, all’imbrunire o alle prime luci dell’alba, con una croce bianca di neve e i suoi incantesimi segreti, mai sentiti fuori del bayou. Oppure quella sedia in un caffè, col sole che entra dalla finestra e la avvolge di un alone sacro. Non avevo mai pensato che fosse possibile fissare tutto questo sulla pellicola e ancora meno che le parole potessero descriverne la meravigliosa complessità visiva.
 


© Robert Frank - Parata. Hoboken, New Jersey

 

Mimmo Jodice: Antologica 1964-2009 (da Sguardi 70)

L’antologica dedicata a Mimmo Jodice celebra i cinquant'anni di attività del famoso fotografo italiano nato a Napoli settantacinque anni fa: circa 180 fotografie, scattate tra il 1964 e il 2009, tutte in bianco e nero e stampate per la maggior parte a mano dall’autore. Dalle sperimentazioni degli anni Sessanta al momento dell’indagine sociale, dalla sparizione della figura umana ai particolari del paesaggio napoletano trasformati in icone metafisiche, dai frammenti e dettagli di antiche vestigia trasformati in presenze magiche al mare catturato in una dimensione atemporale. [...] Jodice fa poche concessioni al taglio documentario della vista di insieme. Preferisce concentrare l’attenzione sulla figura. Pur riconoscendo il valore di Cartier-Bresson, ha più volte ribadito la sua estraneità alla poetica del momento decisivo. Le sue immagini non rubano l’intimità a coloro che pregano, lavorano, al malato ricoverato o al povero inattivo nel suo alloggio. Jodice sembra accostarsi a questi soggetti con cautela e solo a patto dell’apertura di un canale di comunicazione. Molti dei personaggi che ritrae, come è stato più volte notato, guardano in macchina, hanno la dignità delle persone in posa ma soprattutto guardano noi (guardavano quindi Jodice che li fotografava) come si guarda la persona con cui si sta dialogando. […] Lavora con quello che trova, presentandosi all’appuntamento con l’immagine quasi spoglio, munito di una attrezzatura leggera. Talvolta è un espediente escogitato sul posto, che gli permette di fare una bella foto, come quando nell’Anfiteatro Flavio a Pozzuoli ha acceso un piccolo fuoco perché il fumo desse corpo ai raggi di sole che irrompevano dalla volta. Gran parte del lavoro, come di consueto, Jodice lo svolge nella camera oscura è lì che accende le sue luci, infonde il giusto grado di contrasto, cesella un rilievo o spiana una superficie. Una verifica del suo uso poderoso della luce, possiamo considerarla il fatto che in Mediterraneo nessun frammento, nessuna scultura ingiuriata dal tempo, riesce a destare malinconia. Non trapela un sentimento romantico da queste foto di antiche vestigia che la luce di Jodice trasfigura in assoluto presente. Non vediamo rovine, ma ciò che della cultura antica permane nel pensiero, nei modi, nella memoria estetica, nell’essere tutto dell’autore.
 


Amazzone da Ercolano, 2007. Stampa al bromuro d’argento, 2007

 

Paolo Pellegrin: Dies Irae (da Sguardi 75)

Dalla Cambogia al Kosovo, dall’Iraq ad Haiti, la prima grande retrospettiva di Paolo Pellegrin, Dies Irae, ci porta fino ai luoghi dell’uragano Katrina e dello Tsunami asiatico. Ritratti, paesaggi in bianco e nero, a volte anche colore, terre lontane, luoghi dove Pellegrin, membro della Magnum Photos, ha provato a cogliere il senso delle cose, fissando istanti, storie, momenti drammatici, la vita dentro l’obiettivo. Silenzi e pensieri, sguardi disperati di un mondo che grida, fumo alto fino al cielo intrappolati per sempre negli scatti di un fotogiornalista che ha saputo spalancare i suoi occhi, non farsi sommergere dalla paura e mettere in azione un talento attento e inquieto, dotato di una speciale capacità, quella di guardare con responsabilità e sensibilità, per attivare un racconto e una riflessione su una terra che appare spesso troppo desolata. «Ci sono fotografie che acquistano una vita propria sulle pagine di una rivista o magari incorniciate e sistemate su una parete bianca, magari ancora a disposizione via internet», racconta Pellegrin, «posseggono una vita autonoma e nel loro tragitto trasportano le intenzioni, il carico iniziale di domande che ha indotto a realizzarle. Sono frammenti di una conversazione, dotati di una voce e una carica attiva che non si esaurisce nel momento in cui è pronunciata, ma si rafforza e si definisce meglio, insieme magari ad altre voci, nel corso della conversazione con chi osserva. È come piantare un seme che poi cresce e che lo spettatore completa. Nel mio lavoro penso di fornire domande edubbi. Questa è la forma attiva e dinamica della fotografia che si trasforma e muta in chi la guarda. La possibilità di mettere in circolo un sistema di impulsi, di anticorpi, senza pretesa di migliorare il mondo, ma semmai di aprire una conversazione con il mondo».
 


Phanna, 24 anni, malata di Aids, nella sua casa. Phnom Penh, Cambogia 1998 © Paolo Pellegrin/Magnum Photos

 

O’Neill: Icone pop (da Sguardi 94)

Terry O’Neill per decenni ha fotografato la frontline of fame, icone del nostro tempo, miti di cinema, musica, moda, politica e sport, da Winston Churchill a Nelson Mandela, da Frank Sinatra a Elvis Presley, dai Beatles ai Rolling Stones, da Audrey Hepburn a Brigitte Bardot, da David Bowie a Amy Winehouse, da Nicole Kidman a Muhammed Ali. […] Terry OʼNeill, il cui sogno era diventare un batterista jazz, ha cominciato la sua carriera nel dipartimento di fotografia della British Airways nellʼaeroporto di Heathrow di Londra, dove fotografava i viaggiatori che arrivavano nel paese.
 Nel 1959 inizia a lavorare per il periodico Daily Sketch. Nel 1963, per lo stesso periodico, scatta la prima fotografia dei Beatles, negli studi di Abbey Road in occasione dellʼuscita del loro primo album Please Please me, per la prima volta un gruppo musicale appare sulla copertina di un periodico britannico. 
A questa foto ne seguono molte altre, dai Rolling Stones, a David Bowie ed Elton John. Nello stesso periodo ritrae le grandi icone della moda da Twiggy Jerry Hall.
 A 26 anni decide di andare a Hollywood. I suoi amici, Micheal Caine Richard Burton, gli aprono le porte del mondo del cinema, permettendogli così di immortalare star del calibro di Clint EastwoodPaul NewmannSean Connery Robert Redford. Vivendo tra i miti dello spettacolo e avendo con loro un rapporto di grande vicinanza complicità, nei suoi cinquantʼanni di carriera OʼNeill realizza alcuni dei loro ritratti più autentici: da Frank Sinatra (fotografato nellʼarco di trentʼanni) a Bono Vox, da Elizabeth Taylor Marlene Dietrich.
 


David Bowie in posa per il suo album Diamonds Dogs. David Bowie posing for his album Diamonds Dogs. Londra / London, 1974 91 x 73 cm. © Terry O'Neill

 

Kenro Izu: Luoghi avvolti nel mito (da Sguardi 96)

La raffinata ricerca artistica di Kenro Izu (Osaka, 1949) è incentrata sui più importanti “luoghi sacri” del mondo, dalla Cambogia al Tibet, dall’Indonesia all’India, dall’Egitto e alla Siria. Affascinato dalla sublime bellezza delle vestigia antiche, il fotografo giapponese individua nel recupero di stili e tecniche di stampa tipici della fotografia ottocentesca il mezzo più adatto per imprimere le atmosfere mistiche dei luoghi incontrati. Come racconta Kenro Izu "nel 1979 sono stato in Egitto per la prima volta e ho fotografato alcuni siti celebri. Tornato a New York, sono rimasto affascinato da una foto in particolare, che era riuscita a catturare la forte aura spirituale del luogo. Era l’immagine della piramide a gradoni di Sakkara. Sembrava che le sue pietre emanassero una luce abbagliante proveniente dall’interno. Da allora l’architettura sacra in pietra è diventata il mio soggetto preferito; ho così iniziato la mia ricerca di luoghi ricchi di energia spirituale, per visitarli e fotografarli uno ad uno. Appena ne ritraevo uno, sembrava che quello mi indicasse naturalmente il successivo; era come se il ‘sacro spirito’ mi guidasse attraverso i luoghi per farmi cogliere più a fondo l’essenza della spiritualità"..
 


© Kenro Izu, Kailash #75, Tibet, 2000, dalla serie Sacred Places, stampa ai pigmenti, 72x102 cm

 

Mario Cravo Neto: Mystic Tales (da Sguardi 65)

Mystic Tales di Mario Cravo Neto, artista brasiliano di fama internazionale, scultore, fotografo. Un bianco nero raffinato, sospeso, mistico, sensuale, un chiaroscuro dai toni scurissimi e dal bianco candido, che ripercorre gli ultimi venti anni del suo lavoro. «Queste immagini racchiudono metà della mia vita, e pure la vita di altre persone, i miei figli, i mie genitori, vecchi amici e compagni con i quali ho danzato. Credo che d’ora in avanti queste intime fotografie danzeranno da sole». […] È l’arte di Mario Cravo Neto, che sì è fotografia nella fisicità dell’oggetto, soprattutto è lucidità intellettuale nel saper far emergere l’universo del nostro sentire che ignoriamo, volutamente soffochiamo, e che è in noi. Carne, sangue e muscolo di un’altra natura inconcreta e terribilmente palpitante. Però, Cravo Neto deve compiere dei passaggi di conoscenza per svincolarsi e giungere alla lucidità intellettuale dell’opera compiuta. L’opera è come una lastra di cristallo purissimo che protegge verità ignorate. Si guarda attraverso i segni incisi sulla superficie e avviene la rivelazione. Le esperienze plasmano l’essere, se le sa accogliere e filtrare. Nato a Bahia, ama dire: «O baiano é uma família à parte do resto do Brasil» (La gente di Bahia è una famiglia a parte dal resto del Brasile). Infatti, Bahia è uno sposalizio felice di credi religiosi e filosofici che, l’artista, cerca di comunicare attraverso le sue immagini. Bahia, la città magica del sincretismo religioso, dove chiunque, a qualsiasi credo appartenga, sente l’influenza del Candomblé, e non si sottrae Mario Cravo Neto, anzi lo ‘studia’ e trae quegli insegnamenti che lo arricchiscono. Il Candomblé è l’universo di credenze importate dagli schiavi africani. È una struttura religiosa come tutte le altre: liturgia, cerimonie, sacerdoti, santi protettori, gli ‘orixas’, e un dio supremo. Gli orixas, re e regine del lontanissimo passato, furono i progenitori dell’umanità e divennero semidei. Il loro compito è fondamentale, santi protettori e intermediari fra gli uomini e dio, governano tutte le attività e ogni manifestazione della natura. L’essenza della religione degli orixas è l’armonia fra gli esseri umani e gli elementi della natura. […] Inutili i lunghi viaggi per incontrare le immagini. Le immagini sono lì e dentro di noi: si incontrano, quando sappiamo riconoscere la corrispondenza, avviene il miracolo. Cravo Neto lavora con i soggetti e gli oggetti che gli stanno intorno, il vasto patrimonio dei sentimenti e delle esperienze.
 


© Mario Cravo Neto – SACRIFICE V, 1989