Maestri: solo in bianco e nero

Henri Cartier-Bresson: Immagini e parole (da Sguardi 81)

Come ha scritto Beaumont Newhall, storico della fotografia, «è più di mezzo secolo che sono abbagliato dalla fotografia di Henri Cartier-Bresson. Quasi ogni sua foto che conosco è un’esperienza visiva. Attraverso il suo obiettivo, riesce a cogliere la frazione di secondo in cui il soggetto è rivelato nel suo aspetto più significante e nella sua forma più evocatrice». […] Immagini e parole: 44 fotografie accompagnate dal commento di intellettuali, scrittori, critici, fotografi, amici. Una selezione aggiornata con nuovi contributi rispetto al progetto nato qualche anno fa, quando un gruppo di amici festeggiò il compleanno di Cartier-Bresson chiedendo ad addetti ai lavori e non di scegliere e commentare la propria immagine preferita tra le tante scattate da Cartier-Bresson. Ne è nata una scelta di foto che è anche una panoramica sintetica dell’opera. Un’occasione unica per contemplare e comprendere Cartier-Bresson, la sua poetica legata agli “attimi decisivi” che riusciva a cogliere con la sua macchina fotografica quando, come affermava, si riesce a «mettere sulla stessa linea di mira il cuore, la mente e l’occhio». Un’occasione, grazie ai commenti - tra gli altri di Gae Aulenti, Bruce Davidson, Ferdinando Scianna, Milan Kundera, Jean Baudrillard, Ernst Gombrich, Leonardo Sciascia, Alessandro Baricco, Antonio Tabucchi - per approfondire il potere comunicativo, le peculiarità stilistiche, il ruolo della fotografia. Ricordando che, per lui, «una sola cosa conta: l’istante e l’eternità, l’eternità che, come la linea dell’orizzonte, non smette di arretrare». Tra gli scritti presenti in mostra e nel volume riportiamo le parole […] di Avigdor Arikha davanti all’immagine di una Pechino durante gli ultimi giorni del Kuomintang nel 1949: «Si direbbe che possieda un compasso nell’occhio. In effetti, ogni immagine fotografata da H.C-B. è rigorosamente definita nelle sue proporzioni, nella dinamica e nelle divisioni di neri e bianchi. I soggetti si offrono a lui miracolosamente, come a comando. Vengono formulati in anticipo. Il fatto è che, come un’aquila, il suo occhio - occhio di pittore - è particolarmente vigile. In un soggetto qualsiasi, riesce a vedere di cosa questo soggetto sia fatto e, in questo modo, nessun soggetto è uguale all’altro».
 


© Henri Cartier-Bresson/Magnum Photos/Contrasto, Eunuco della corte imperiale dell'ultima dinastia, Pechino, 1949

 

Sebastião Salgado: Dalla mia terra alla Terra (da Sguardi 93)

Per alcuni Sebastião Salgado è “il più grande fotogiornalista al mondo”. Un testimone del nostro tempo, con il suo bianco e nero di ritratti potenti che narrano di vite quotidiane e ultimi della Terra, lavoratori o rifugiati, deserti e selve, fino al suo recente Genesi. Una giornalista francese, Isabelle Francq, ha raccolto per la prima volta in un libro - Dalla mia Terra alla Terra, Contrasto, pp. 160, euro 19,90 - “le riflessioni scritte in prima persona” del fotografo brasiliano, esponendone le convinzioni, trascinandoci in paesi lontani, territori di immensa bellezza ma anche di profonde ingiustizie, dal Brasile al Ruanda, dall’India all’Antartide, ricostruendone il percorso dalla nascita dell’Instituto Terra ai reportage di Genesi, dall’agenzia Magnum Photos fino ad Amazonas Images. Scrive nella prefazione Isabelle Francq, «guardare una foto di Sebastião Salgado non vuol dire solo fare l’incontro dell’altro, ma anche incontrare se stessi. Vuol dire fare esperienza della dignità umana, capire ciò che significa essere una donna, un uomo, un bambino. Probabilmente Sebastião nutre un amore profondo verso le persone che fotografa. Altrimenti come potremmo sentirle così presenti, vive e fiduciose? Come potremmo provare quel sentimento di fraternità? È da molto tempo che il suo lavoro mi colpisce. Mi piacciono le sue immagini classiche, le luci sempre straordinarie delle sue foto, la forza che trasmettono e al tempo stesso la tenerezza che infondono e che si raccorda alla parte migliore di me. I casi della vita mi hanno dato l’opportunità di incontrare Sebastião e sua moglie Lélia. Questo duo mi affascina perché, dietro il successo internazionale di Sebastião, c’è una coppia rara. Una storia d’amore e di lavoro in cui ciascuno svolge il proprio ruolo, ciascuno ha il proprio posto e sa tutto quello che deve all’altro. Insieme, hanno costruito una famiglia, hanno fondato la loro agenzia, Amazonas Images, hanno creato Instituto Terra, un progetto ambientale per ripristinare la foresta della fascia atlantica brasiliana, cui sono destinati gran parte degli introiti provenienti dal lavoro e dalla vendita delle stampe delle collezioni.
 


Galápagos, Ecuador, 2004 - © Sebastião Salgado/Amazonas

 

Ferdinando Scianna: Autoritratto di un fotografo (da Sguardi 78)

Cinquant’anni di carriera raccontati da uno dei maestri della fotografia non solo italiana. Autoritratto di un fotografo di Ferdinando Scianna (Bruno Mondadori, 224 pp., 19 euro) è la narrazione, in prima persona, nella stagione della maturità, della sua avventura esistenziale e professionale. «La grande fortuna, uscendo dall’adolescenza», scrive Scianna nel primo capitolo del libro, «è stata che il caso me l’abbia fatta incontrare, la fotografia. Il mio grande amico Romeo Martinez, storico e critico, diceva spesso con sarcasmo che noi fotografi avremmo dovuto erigere un santuario a Santa Fotografia. Altrimenti, aggiungeva, che cosa diavolo avreste fatto nella vita? Me lo chiedo spesso anch’io. Solo questa fortuna, penso, può giustificare che mi accinga a comporre un libro sulla mia storia di fotografo. Che è come dire, per uno come me, sulla mia storia di uomo. […] Faccio fotografie da quasi mezzo secolo. Dalla Sicilia a Milano, a Parigi, dall’adolescenza ai miei sessantotto anni di oggi, la fotografia è stata e continua a essere per me una passione, la conquista di un linguaggio, l’occasione di incontri, lo strumento chiave della mia vicenda umana». Di seguito riportiamo il capitolo dedicato all’agenzia Magnum. […] Per anni sono stato “il primo e unico fotografo italiano entrato a Magnum dalla sua fondazione”. Fardello difficile da portare. Orgoglio anche, certo. Ma sapevo e so che non sono certo stato il primo a meritarlo. È probabile che la presentazione di Cartier-Bresson sia stata importante. E del resto me l’hanno fatta pagare abbastanza in seguito. Non credere che questo ti dia dei privilegi! Figurarsi! Il fatto è che Magnum si è portata dietro per anni uno snobismo franco-anglo-americano. Sembrava che se non provenivi da quelle aree geografico-culturali non potevi essere un fotografo degno di entrare a farne parte.
 


Bagheria, Marpessa 1987 © Ferdinando Scianna

 

Robert Capa: Una retrospettiva (da Sguardi 87)

In occasione del centenario della nascita, Palazzo Reale di Torino celebra con un’importante retrospettiva uno dei maestri della fotografia del XX secolo, […] in collaborazione con Magnum Photos, celebre agenzia fotografica di cui Robert Capa fu uno dei soci fondatori nel 1947. L’esposizione racconta il percorso umano e artistico di Capa attraverso 97 fotografie in bianco e nero, raggruppate in 11 sezioni: Lev Trockij 1932, Francia 1936-1939, Spagna 1936-1939, Cina 1938, Gran Bretagna e Italia 1941-1944, Francia 1944, Germania 1945, Europa orientale 1947-1949, Israele 1948-1950, Indocina 1954, Amici. In mostra sono inoltre presenti alcune fotografie di personaggi famosi - da Picasso a Hemingway, da Matisse a Ingrid Bergman - che illustrando le grandi qualità di ritrattista di Capa, dimostrano che non può essere etichettato semplicemente come fotografo di guerra: molte delle sue immagini infatti catturano, con sensibilità e arguzia, anche le gioie della pace. […] Per John Morris, primo direttore di Magnum Photos e grande amico di Robert Capa
, «lavorare con lui era un sogno». Morris, che è intervenuto all’apertura della mostra, conobbe Capa durante la seconda guerra mondiale quando era responsabile della redazione londinese della rivista Life e assicurò la copertura dello sbarco in Normandia con la pubblicazione delle storiche foto di Capa, che documentarono i momenti cruciali dell’azione. Da allora i due instaurarono un sodalizio umano e lavorativo che si interruppe solo nel 1954, quando John Morris ricevette il telegramma che annunciava la tragica morte del collega e amico. Nel 1938 Robert Capa fu definito dalla prestigiosa rivista inglese Picture Post “il migliore fotoreporter di guerra nel mondo”. Sebbene il suo lavoro sia in molti tratti lirico e talvolta anche spiritoso - tanto da essere paragonabile a quello di altri fotografi come André Kertész o Henri Cartier-Bresson - tuttavia la forza visiva e l’incisività delle sue fotografie, oltre alla quantità dei reportage realizzati, giustificano ancora oggi questo lusinghiero giudizio.
 


© Robert Capa

 

Josef Koudelka: Zingari (da Sguardi 83)

Zingari di Josef Koudelka, «senza dubbio uno dei lavori fotografici più celebri del Novecento». La mostra, in prima mondiale e in collaborazione con Magnum Photos, rispecchia fedelmente la sequenza e il menabò del volume Cikáni (zingari in ceco) che lo stesso Koudelka aveva progettato nel 1970, prima di lasciare la Cecoslovacchia, e rimasto a lungo inedito. Quel volume, riproposto da Contrasto, testimonia la spettacolare teatralità visiva che Josef Koudelka aveva concepito intorno al suo lavoro di ricognizione fotografica delle comunità gitane dell’Est Europa. In esposizione le 109 immagini del libro, sontuosamente stampate (sotto la stretta sorveglianza dell’autore) appositamente per la presentazione di Forma. Da un lato, le immagini raccontano la quotidianità delle comunità gitane negli anni Sessanta in Boemia, Moravia, Slovacchia, Romania, Ungheria e in alcuni casi in Francia e Spagna. Dall’altro, testimoniano lo sguardo penetrante e insolito dell’autore, la sua capacità di fermare, in momenti unici per la perfetta composizione formale e la pregnanza dell’azione, scene di vita familiare, momenti di festa, di gioco e di ritualità collettiva. Una dopo l’altra, le immagini compongono un vero affresco visivo di grande potenza e con poetica malinconia registrano la fine di un’epoca, la fine di un viaggio: quello del nomadismo zingaro in Europa. Riferimento essenziale di culto per generazioni di fotografi, Zingari mantiene nel tempo la sua forza e conferma la grandezza del suo autore, Josef Koudelka, tra i più grandi fotografi viventi. […] «Gli zingari sono sempre stati visti come forestieri pur avendo abitato nei paesi dell’Europa per più di sei secoli. Conoscono bene il significato della parola esclusione e la loro lunga permanenza in Europa è stata segnata da campagne di espulsione o da periodici pogrom dalle conseguenze ancora più spaventose. Queste persecuzioni sono culminate nella Seconda guerra mondiale, quando mezzo milione di zingari morì nei campi di concentramento nazisti, insieme agli ebrei. Eppure non sarebbe corretto leggere la storia gitana soltanto come una cronaca di continue persecuzioni. Gli zingari hanno rappresentato una componente importante delle economie locali, soprattutto in Europa centrale e orientale. Dispersi in una vasta diaspora e senza un loro territorio, vivevano nelle baracche degli insediamenti rurali o in quartieri urbani generalmente segregati (mahala), o ancora in piccole bande nomadi, offrendo prodotti artigianali e servizi di vario tipo. Insomma non erano un gruppo a se stante ma avevano una relazione simbiotica con gran parte delle popolazioni con le quali vivevano.
 


© Josef Koudelka/Magnum Photos/Contrasto, Romania, 1968

 

Richard Avedon: La prima retrospettiva (da Sguardi 53)

Per più di 50 anni Avedon è stato uno dei grandi nomi della fashion photography, il primo a rompere i confini tra la cosiddetta fotografia seria e quella non ritenuta tale. Fotografo di star, e star anch’egli, ma con la capacità di non occuparsi solo di moda, ma anche dei mutamenti della società in cui viveva e dei loro risvolti politici, psicologici o filosofici. Avedon (nato nel 1923), in parallelo con la sua attività nel campo della moda (nel 1961 fu direttore artistico del celebre magazine americano Harper’s Bazaar, passando poi nel 1965 a Vogue e collaborando infine con il settimanale New Yorker), ha realizzato anche reportage sociali oltre a una ricca galleria di ritratti di artisti, statisti e attori. Il suo obiettivo anticonformista e creativo, intenso e viscerale, ha immortalato star del cinema come Katherine Hepburn, Marilyn Monroe, Buster Keaton, Charlie Chaplin, Humphrey Bogart, Brigitte Bardot, ed icone dell’arte, della letteratura e della politica come i Beatles, Karen Blixen, Truman Capote, Andy Warhol, Henry Kissinger, Edward Kennedy. Insieme a Irving Penn, Avedon è considerato l’innovatore della fotografia ritrattistica del XX secolo. “Cerco qualcosa di speciale in un viso”, diceva Avedon, “contraddizioni, complessità, elementi conflittuali ma allo stesso tempo interconnessi”. Nei suoi ritratti – radicali, intensi, forti, molto diretti, spesso frontali, con uno sfondo bianco minimalista - Avedon si concentra sul viso delle persone, che considera la finestra dell’animo umano.
 


Dovima med elefanter, aftenkjole af Dior, Cirque d'Hiver, Paris, August 1955 / Courtesy The Richard Avedon Foundation © 1955 The Richard Avedon Foundation

 

Ansel Adams: La natura è il mio regno (da Sguardi 77)

Come scrive William Turnage nella biografia a lui dedicata pubblicata dall’Oxford University Press, Adams «si è descritto come fotografo, professore e scrittore. Sarebbe forse più esatto dire che è stato semplicemente - in verità compulsivamente - un comunicatore. La sua grande influenza è venuta dalla sua fotografia. Le sue immagini sono diventate i simboli, le vere icone dell’America selvaggia. Quando la gente pensava ai parchi nazionali del Sierra Club o alla natura o ai grandi spazi, spesso li visualizzava come una fotografia di Ansel Adams. Le sue immagini in bianco e nero non erano documenti realistici della natura. Cercavano, invece, un’intensificazione e purificazione dell’esperienza psicologica della bellezza della natura. Adams creava un senso di magnificenza sublime della natura che infondeva nello spettatore l’equivalente emozionale dei luoghi selvaggi, spesso più potente di quella reale». Adams veniva «spesso criticato per il fatto di non includere nelle sue fotografie di paesaggi uomini o tracce di umanità. È famoso il commento di Henri Cartier-Bresson: “il mondo sta cadendo a pezzi e tutta la fotografia di Adams e Weston è fatta di rocce e alberi”. I critici hanno frequentemente definito Adams come un fotografo di una natura selvaggia che non esiste più. Al contrario, i luoghi che Adams ha fotografato sono, con poche eccezioni, precisamente quei luoghi selvaggi e parchi che sono stati conservati fino a oggi», molti salvatisi grazie agli sforzi di ambientalisti come Adams e dei suoi colleghi. «Visto nel contesto più tradizionale della storia dell’arte», continua Turnage, «Adams è stato l’ultimo esempio del pittore e fotografo americano nella tradizione romantica del XIX secolo. Diretto erede filosofico dei trascendentalisti americani come Ralph Waldo Emerson e Henry David Thoreau», cresciuto in un periodo e in un luogo caratterizzato dalla «nozione che la civilizzazione europea era stata reinventata - in meglio - nella nuova nazione e, particolarmente, nel nuovo West». Che cosa ha generato l’amore dal grande pubblico per Adams, si chiede infine Turnage. «Il soggetto di Adams, la magnificente bellezza naturale del West, era assolutamente, inconfondibilmente americano, e lo strumento prescelto, la macchina fotografica, era la quintessenza della cultura del ventesimo secolo».
 


Ansel Adams, Moon and Half Dome, Yosemite Valley, 1960 © 2011 The Ansel Adams Publishing Rights Trust courtesy of the National Museum of Modern Art

 

Mario Giacomelli: in memoria di un maestro (da Sguardi 9)

Il percorso di Mario Giacomelli come fotografo è probabilmente uno dei più atipici per questo grande maestro della fotografia. Nato a Senigallia nel 1925 in una famiglia poverissima, a tredici anni Mario Giacomelli comincia a lavorare in una tipografia, affascinato dalle infinite possibilità di comporre parole e immagini offerte dalla stampa. Nello stesso periodo comincia a dipingere, si appassiona di corse motociclistiche e scrive poesie. Nel 1954 acquista la sua prima macchina fotografica. Tra il 1954 e il 1957 partecipa a numerosi concorsi fotografici in Italia. Dopo aver completato la sua prima serie “Vita d’ospizio”, comincia una serie di nudi femminili e maschili che abbandona negli anni sessanta. Assalito da un’ansia investigativa sulla sua identità di narratore, Giacomelli inizia a viaggiare, ma sono solo delle escursioni in altri mondi e in altri modi di vivere più che dei veri e propri viaggi, che lo riportano alla sua infanzia e condizione sociale. Nella primavera del 1957 si reca a Scanno, un villaggio dell’Italia centrale che aveva affascinato anche Cartier-Bresson, dove Giacomelli produce capolavori quali “Il ragazzo di Scanno”. Alla nascita del figlio Neris, la famiglia si reca a Lourdes dove Giacomelli realizza delle immagini di straordinario impatto emotivo. Negli anni sessanta, Giacomelli lavora al progetto “Non ho mani che mi accarezzino il volto”, universalmente conosciuto come la serie dei Pretini, un gruppo di immagini realizzate nel seminario di Senigallia, presentate da Ferrania per la prima volta nell’edizione di Photokina di Colonia. John Szarbowsky, all’epoca direttore del dipartimento di fotografia del MOMA di New York acquista alcune immagini della serie “Scanno” e le pubblica nel volume “Looking at Photographs: 100 Pictures from the Collection of the Museum of modern Art”. Nel 1967 Giacomelli inizia uno studio sul legno. Dopo il grande successo della serie “Pretini” esposti al Metropolitan Museum e a Bruxelles, negli anni settanta Giacomelli approfondisce la sua ricerca sulla natura, con i primi scatti aerei di paesaggi, con un’incursione nel colore. Dalla fine degli anni settanta, caratterizzati da un sempre crescente legame tra fotografia, arte astratta e poesia, Giacomelli attraversa un periodo di analisi e approfondimento della propria attività artistica. Mario Giacomelli muore il 25 novembre del 2000.
 


© Mario Giacomelli

 

Herb Ritts: in piena luce (

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