Intervista

A cura di:

Ritratti operai
Paola Mattioli

Il Palazzo Calcagni di Reggio Emilia ha ospitato Fabbrico, personale di Paola Mattioli dedicata alla realtà operaia odierna. Romina Marani, che ha avuto occasione di collaborare con lei e ha realizzato le immagini del backstage, le ha posto per Sguardi alcune domande su quest'ultimo progetto e sul suo lavoro di fotografa in generale.

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© Paola Mattioli - Fabbrico (Luca Parmiggiani), 2006

Come nasce il progetto su Fabbrico?
L'idea è nata qualche anno fa parlando con Maria Grazia Meriggi [docente di Storia delle culture politiche e dei movimenti sociali all'Università di Bergamo, ndr] di un suo saggio sugli operai e l'attività sindacale di Dalmine, altra importante realtà industriale, seppur molto diversa da quella di Fabbrico, in cui la storia di un intero paese si intreccia in modo singolare a quello di una fabbrica. Il "soggetto operaio" ha vissuto a lungo una paradossale attualità associata all'idea di scomparsa-invisibilità. I media si sono dedicati con tenacia a questo sforzo di cancellazione e il conflitto sociale stesso sembra essere percepito oggi come una lotta per la sopravvivenza. Così, ho voluto entrare in fabbrica con la mia macchina fotografica, anzi con tutto il mio set, per andare a testimoniare la realtà attuale del mondo del lavoro.

E, a giudicare dai ritratti, direi che di operai ne hai trovati.
Sì, a quanto pare gli operai esistono ancora, seppur molto diversi da quelli di ieri. Con il mio lavoro ho voluto raccontare anche questo cambiamento, andando a incontrare e fotografare accanto agli operai di oggi anche gli operai del passato, oggi in pensione. Ovviamente non ho fatto tutto questo da sola, ma con l'aiuto di molte persone e soprattutto della Fiom di Bergamo e la CGIL di Reggio Emilia, che sono state le mie guide in questo progetto.

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Dal backstage, Paola Mattioli nella fabbrica Landini mentre ritrae l'ex operaio Giuàchi (Lino Ferretti) che fu partigiano durante la resistenza e sindaco di Fabbrico nel dopoguerra - Foto di Romina Marani

Come è stato portare il set all'interno di una fabbrica?
Faticoso per molti versi, ma imprescindibile. La fabbrica, quantomeno l'officina metalmeccanica che ho visitato io, non è un ambiente luminoso e l'attrezzatura è stata cruciale per permettermi di ottenere quel che volevo, di volta in volta. Ho praticamente portato il mio intero studio in fabbrica.

Ma non sei rimasta solo in fabbrica, ai ritratti si alternano anche immagini del paesaggio e del paese stesso. È stato solo un modo per contestualizzare il suo lavoro o c'è altro?
Gli operai non sono solo fabbrica e mai come nel caso di questo paesino emiliano la storia della fabbrica e degli operai si lega con fittissimi intrecci a quella del territorio. Tra gli ex operai che ho fotografato ci sono uomini che hanno fatto la resistenza e hanno guidato l'amministrazione locale. Sono stati partigiani e anche sindaci, alcuni entrambe le cose. Così, tanto per fare un esempio, mi pareva significativo far comparire nella sequenza, accanto all'ex partigiano Giuàchi, un casolare del paese che era stato adibito a casa di latitanza durante la resistenza.

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Dal backstage, un particolare dal set di "Fabbrico" - Foto di Romina Marani

Come mai la scelta piuttosto insolita di alternare il colore al bianco e nero nella sequenza di immagini?
Beh, volendo intrecciare assieme due diversi aspetti di un discorso era necessario tenerli ben distinti per non creare confusione. Per conferire un ritmo alla sequenza di immagini ho deciso di mantenere invariate le misure e giocare sull'alternanza di b/n e colore: bianco e nero per i ritratti e pellicola a colori per l'ambiente, sia di fabbrica che di esterni.

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© Paola Mattioli - Fabbrico, 2006

A molte immagini hai affiancato altri piccoli elementi, che hai chiamato "note a margine", che anziché fornire didascalie esplicative sembrano voler incuriosire l'osservatore. È questo il loro scopo?
Sì, qualcosa del genere. Queste piccole immagini vogliono essere annotazioni, spunti ulteriori, rimandi alle storie personali dei personaggi fotografati e alla storia del paese e della fabbrica che, come dicevamo prima, sono spesso intersecate. Per rubare le parole di Roberta Valtorta [curatrice del catalogo e della mostra, ndr], le note a margine sono una sorta di ipertesto che arricchisce e movimenta il racconto. Si tratta di pagine di giornali d'archivio e di foto storiche: i funerali dei partigiani caduti nella battaglia di Fabbrico, la costruzione del teatro popolare negli anni '50, gli scioperi in piazza degli anni '70. Ma si tratta anche di documenti e immagini private: le tessere del partito comunista dell'ex operaio ed ex sindaco Franco, un'immagine religiosa appesa nel salotto dell'operaio indiano Charanjit o le fotografie dell'album personale di Duna, che già da ragazza lavorava alla Landini e si occupava di parcheggiare i trattori.

Come mai hai scelto di raccontare la realtà del lavoro attraverso il ritratto?
Penso che il lavoro vada raccontato attraverso chi lo fa. Il mio obiettivo non era documentare o registrare momenti del processo produttivo, ma i lavoratori. Ed il ritratto è il mezzo con cui sento di potermi avvicinare di più ai soggetti e alle loro storie.

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© Paola Mattioli - Fabbrico, 2006

Come sei diventata fotografa?
Ero all'università, preparavo un esame con Gillo Dorfles [critico d'arte e docente di estetica, ndr] sulla fotografia e, dopo tanta bibliografia, mi venne la curiosità di andare a vedere il lavoro concreto di un fotografo. L'estate prima avevo conosciuto Ugo Mulas, così andai a trovarlo con l'idea di restare qualche giorno per carpire qualcosa, ma lui capì male e mi presentò come una nuova assistente, così mi trovai catapultata in un'esperienza straordinaria, nel cuore della fotografia italiana.

C'è un insegnamento in particolare, una traccia, di Mulas che ti influenza ancora oggi nel tuo modo di lavorare?
Ben più di una traccia. Mi ha influenzata enormemente; del resto Mulas ha trasformato la fotografia italiana. Il suo lavoro mi ha segnata moltissimo proprio a partire dall'approccio al soggetto. Mulas non era solo un fotografo, era anche un poeta, un uomo di grande cultura e ogni lavoro per lui era preceduto e accompagnato da una fase di studio approfondito.

Progetti in cantiere per il futuro?
Siamo proprio ora alla fase conclusiva del lavoro su Dalmine. Ne uscirà una serie diversa, ma certamente parallela e complementare rispetto a quella di Fabbrico. Anche nelle industrie di Dalmine, come a Fabbrico, ho realizzato un lavoro composto di ritratti di operai ed ex operai e una serie di immagini d'ambiente che rappresentano la fabbrica.

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© Paola Mattioli - Fabbrico (La sala del Consiglio del Comune di Fabbrico), 2006

Chi è
Paola Mattioli è nata a Milano nel 1948. Ha studiato filosofia e si è laureata con una tesi sul linguaggio fotografico. I temi principali del suo lavoro sono il ritratto, l'interrogazione sul vedere, il linguaggio, la differenza femminile, le grandi e le piccole storie (dall'Africa alla fonderia).
Ha esposto sue fotografie in numerose mostre personali e collettive. Tra le principali: Immagini del no (1974); Donne allo specchio (1977); Cellophane (1979); Ritratti (1985); Statuine (1985); Ce n'est qu'en début (1989); Trieste dei manicomi (1998); Un lavoro a regola d'arte (2003); Regine d'Africa (2004); Per-turbamenti (2005); Sarenco on the spot (2006); Consiglio d'amministrazione (2006). Tra le sue pubblicazioni: Ungaretti (1972); Ci vediamo mercoledì (1978); Cattivi sentimenti (1991); Donne irritanti (1995); Tre storie (2003); Regine d'Africa (2004).

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© Paola Mattioli - Fabbrico (Michele Croce), 2006