Fabrizio Ardito

A cura di:

In natura e al buio

Sembra facile, scegliere una ventina di foto. A prima vista si tratta di un lavoro di tutto riposo, da fare in cinque minuti. Ma provate a iniziare. Cosa comprende una selezione ben fatta? Le immagini più belle? Le foto più strane? Le situazioni più inconsuete? Dopo aver cominciato, si scopre che quello che ci è stato chiesto è una specie di autobiografia dalle cui pieghe emergono ricordi e luoghi. In cui i criteri di scelta si moltiplicano continuamente – si aggiunge la comprensibilità, il fatto che dopo un'immagine, poniamo, dell'Uzbekistan, ci starebbe bene il volto di una signora di Nukus – e la scelta appare sempre più sbagliata e discutibile.

Comunque, alla fine, bisogna avere il coraggio di smettere, di decidere che un risultato (buono o meno) l'abbiamo raggiunto. E di offrire le foto allo sguardo di altri.
Ho sempre pensato che la fotografia sia un mezzo estremamente versatile, adatto per amatori, artisti, professionisti e artigiani. E ho sempre ritenuto di fare parte di questa categoria: il lavoro di fotografare per mensili, guide e settimanali di solito non contempla l'intervento dell'arte o dell'ispirazione.

Gli art director e i grafici vogliono vedere il posto così com'è. Ma poi si scopre che il suddetto posto in realtà non è. Cioè che l'unico modo per fotografare il nostro monumento (o piazza, o montagna) è complesso, difficile e, soprattutto, produce un risultato del tutto parziale.

Decine di autori hanno spiegato meglio di me il fatto che la fotografia non è la copia della realtà ma solo una sua interpretazione. Mi preme solo sottolineare che il mestiere di chi fotografa per un certo tipo di stampa consiste in pochi accorgimenti, tutti facili da apprendere. L'inquadratura giusta, l'ora migliore, la pazienza e le buone pellicole hanno sempre fatto almeno l'ottanta per cento del mio lavoro.

Il discorso cambia leggermente quando si fotografa al buio, cosa che mi è capitata molte volte tra grotte, sotterranei e ipogei. Fotografare sottoterra è un bel problema. E non solo, come penseranno coloro che hanno una cultura tecnica, per gli ovvi problemi legati al fatto che sottoterra non c'è luce.
Ma anche, e soprattutto, perché i sotterranei hanno un'anima, una loro essenza che non deve essere bruciata da batterie di flash, da luci di tutti i colori o peggio (orrore!) da fumi colorati.

Per fotografare un sotterraneo bisogna sforzarsi di rendere visibile a tutti, anche ai signori con le pantofole di feltro, la sua anima. E qui viene a galla l'aspetto veramente artigianale di buona parte del mio lavoro degli ultimi due decenni. Bisogna riuscire a immaginare le forme che la luce può creare in un luogo dove la luce non c'è mai stata (e questa è già una bella astrazione).

Poi giostrare flash elettronici, lampadine (i vecchi bulbi), luce ambiente, candele e camping gaz in un miscuglio che l'unico esposimetro in grado di lavorare in questo modo – cioè il nostro cervello – dovrà poi rendere compatibile con l'emulsione della pellicola.

Che dire di questo lavoro... Ognuno di noi amerebbe vedere le sue foto e i suoi racconti impaginati e lavorati con cura sulle pagine dei giornali per cui lavora. Di solito, questo non avviene. E sarà un caso che le scelte degli art director in genere escludono le foto più care a chi ha scarpinato giorni e giorni per realizzarle? Rimane un archivio (il mio è sempre in disordine, senza nessun aspetto informatico che lo sbrogli) che, in fondo, è poco meno che il diario della nostra vita.

Chi è
Fabrizio Ardito, giornalista e fotografo romano nato nel 1957, è autore di alcuni volumi dedicati all'escursionismo, della Guida alle grotte e canyon d'Italia (Mursia), di Città Sotterranee (Mursia), del volume di racconti Di pietra e d'acqua (Vivalda) di due volumi di Week end del Gambero Rosso, delle guide Sardegna, Sicilia, Nord Est, Centro, Sud, Gerusalemme, Dolomiti, Corsica e Isola d'Elba della serie Guide Visuali Mondadori – Dorling & Kindersley e de La ricerca di Eva, viaggio alle origini dell'uomo moderno (per Giunti, insieme con Daniela Minerva).

Ha collaborato con le Guide APA per la realizzazione del volume Sardinia. Ha realizzato per la Cooperativa la Montagna di Roma due guide dedicate al Parco del Treja ed al Parco di Monte Mario.
È il curatore della rassegna romana di cinema di montagna e avventura Montagne in Città, giunta alla sua ottava edizione. Per la De Agostini ha realizzato il volume Arcipelago Ponziano. Ha lavorato per vari editori e testate italiane dedicate all'ambiente, alla geografia, ai viaggi tra cui Nuova Ecologia, Espresso, Gambero Rosso, De Agostini, Touring Club, Giorgio Mondadori, La Repubblica e Unità.

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