Intervista 2

A cura di:

Asmara Dream
Marco Barbon

Dettagli urbani, interni, qualche ritratto, atmosfere. Di Asmara, la capitale dell'Eritrea, un pezzo d'Africa incrociatasi con il sogno di costruire lì una seconda Roma e rimasta, nelle architetture razionaliste che invecchiano ma resistono, nel volto sostanzialmente italiana. A questo piccolo universo Marco Barbon ha dedicato un libro pubblicato dalla PostCart di Claudio Corrivetti: Asmara Dream (pp. 96, euro 25). Qui racconta ai lettori di Sguardi le sue scelte, le sue ispirazioni, la sua ricerca. Accompagnato dal testo che Cristina Ali Farah, scrittrice italo-somala, ha scritto per il suo libro.

© Marco Barbon - Fiat Tagliero, 2007
© Marco Barbon - Fiat Tagliero, 2007

Come è nato il tuo progetto eritreo? Per quanto tempo sei stato ad Asmara?
Il progetto di un lavoro su Asmara è nato durante un mio viaggio in Etiopia nel 2005, sulle tracce della presenza italiana nel Corno d'Africa. Un amico mi consigliò di visitare l'Eritrea e in particolare la sua straordinaria capitale.

È stato facile muoversi lì con la macchina fotografica?
Non è stato facile, le autorità non gradiscono molto la presenza dell'obiettivo fotografico nei luoghi pubblici. In compenso, gli eritrei sono molto aperti e accoglienti, raramente ho avuto problemi nel fotografare gli interni e le persone.

Perché hai intitolato Asmara Dream il tuo lavoro?
Come ho scritto nella prefazione del libro, ho scelto questo titolo perché Asmara mi sembra vivere un triplice sogno. Innanzitutto il sogno dei coloni italiani che giunsero qui alla fine dell'Ottocento con l'intenzione di costruire, in Africa, una seconda Roma. Poi il sogno dell'indipendenza dall'Etiopia: un sogno diventato realtà nel 1991, dopo anni di coraggiosi combattimenti e innumerevoli sacrifici umani. Infine il sogno di chi, nella difficile situazione attuale, vuole fuggire a tutti costi da questo paese, immaginandosi un futuro migliore oltre la frontiera. Questi tre sogni, intrecciandosi, hanno tessuto e continuano a tessere il destino di questa città, ne hanno nutrito e continuano a nutrirne l'anima.

© Marco Barbon - Barber shop, 2006
© Marco Barbon - Barber shop, 2006

Quale/i storia/e hai cercato di raccontare attraverso i tuoi scatti?
La storia di questa città, sospesa tra un passato coloniale che ha lasciato delle tracce profonde sul suo volto e un presente che pare immobilizzato in un'attesa senza fine.

Cosa ti sembra sia rimasto del sogno dei coloni italiani arrivati alla fine dell'Ottocento? Dove e in cosa hai ritrovato tracce del passato coloniale?
È rimasto ben poco di quel sogno: un'incredibile linea ferroviaria in disuso, fontane orfane d'acqua, molti edifici in rovina, alcuni semafori agli incroci principali, qualche marciapiede sgangherato lungo le vie della città.

Come definiresti il paesaggio asmarino, l'altopiano, le architetture?
L'altopiano eritreo è magnifico; il cielo ad Asmara è spesso terso, l'aria fresca (la città si trova a più di 2000 metri di quota), la luce intensa e a volte perfino accecante. Le architetture moderniste sono straordinarie, delle vere e proprie opere d'arte a cielo aperto.

 

© Marco Barbon - Railroader during a rest, 2007
© Marco Barbon - Railroader during a rest, 2007

 

Hai fatto degli studi di Filosofia. Hai lavorato per Magnum come photo editor e lavori come fotografo freelance. Come sei arrivato alla fotografia?
Alla fotografia mi hanno portato la mia passione per i viaggi, l'amore per la pittura e per le arti visive in generale, la sensibilità ai dettagli e ai colori e il piacere della meraviglia.

Come definiresti il tuo stile? Cosa cerchi di catturare ed esprimere quando scatti?
Difficile definire il proprio stile. Oserei questa parola, che forse si avvicina più di ogni altra a quello che vedo: leggerezza. Quasi sempre fotografo sulla spinta di un'idea, e il mio lavoro si nutre continuamente delle letture che faccio. Ho studiato per molti anni la relazione tra l'immagine in generale (e fotografica in particolare) e il tempo - l'immagine come traccia di un'esperienza temporale. La rappresentazione dell'effimero, del passaggio e della sospensione temporale – costituiscono uno dei fili conduttori della mia ricerca fotografica. Mi interesso anche, e sempre di più, alla relazione complessa tra immagine e testo. Mi interessa esplorare il confine tra ciò che l'immagine fotografica può dire (rappresentare) e la sua parte di indicibile. In che modo il testo scritto può dialogare con l'immagine fotografica e quest'ultima riflettersi sulla scrittura? Quale forma può prendere questo "dialogo"?

© Marco Barbon - Italian Primary School, 2008
© Marco Barbon - Italian Primary School, 2008

In Eritrea con quale strumentazione hai scelto di fotografare?
Asmara Dream è stato realizzato con una macchina Polaroid: la SLR 690. Ho scelto questa strumentazione perché la grana caratteristica delle pellicole Polaroid e la loro limitata profondità di campo mi sembravano particolarmente adatte ad esprimere quella sospensione temporale che costituisce il filo conduttore del mio lavoro. Inoltre l'elevata sensibilità delle pellicole che monta la 690 mi ha permesso di fotografare gli interni in condizioni di luce naturale. 

Capitolo maestri, eventuali. Se ci sono, chi sono e perché?
Il mio lavoro si è nutrito e continua a nutrirsi di diverse influenze, soprattutto nell'ambito della pittura. Uno degli artisti che più mi ha ispirato (e la cui influenza è esplicitata dal titolo di alcune delle mie serie), è Giorgio De Chirico. In generale la pittura surrealista (Max Ernst e Réné Magritte, tra gli altri) è molto presente nel mio modo di vedere le cose. Edward Hopper e Alberto Burri sono altri due riferimenti imprescindibili del mio lavoro: il primo per la straordinaria sensibilità alla luce, il secondo per il rapporto tra la materia e la forma. Tra i fotografi che più mi hanno influenzato citerei Aaron Siskind, Walker Evans (soprattutto le polaroid), Harry Gruyaert, Saul Leiter, Giuseppe Cavalli, Francesco Patriarca e Bernard Plossu.

Infine, capitolo progetti. Ce n'è uno su cui stai lavorando, in particolare?
Ho vari progetti in questo momento. In particolare, sto lavorando all'esposizione e alla pubblicazione di una serie fotografica intitolata Cronotopie e al progetto di un libro sul Marocco.

© Marco Barbon - Rosina hairdresser, 2008
© Marco Barbon - Rosina hairdresser, 2008

 

Di seguito riproduciamo il testo che Cristina Ali Farah ha scritto per il libro Asmara Dream.

«Qualche anno fa feci un sogno: nel sogno ero seduta in mezzo al cortile del compound dove sono cresciuta e scavavo una buca nella terra. Intorno a me c'erano persone incontrate nel corso della mia vita, ma la cosa sorprendente è che, alzando gli occhi, non vedevo più un appartamento bianco in cima a una scala ripida come mi sarei aspettata, ma il palazzo rossiccio in cui vivo a Roma. La mia città è diversa dalla tua mi ha detto una volta un amico eritreo, Asmara è interamente italiana, mentre a Mogadiscio strati e frammenti si sovrappongono in modo scomposto, quasi anarchico. Eppure, è quel combaciare di luoghi della memoria, in cui dettagli all'apparenza contrapposti collimano, ciò che ritrovo tra le immagini di questo album, fragili e fugaci come ali di farfalla.

A Mogadiscio quand'ero bambina vivevo in un appartamento bianco del quartiere Bondheere, vicino a quella che chiamavano Assicurazione. Credo che fosse un poliambulatorio o qualcosa del genere, perché ancora oggi, quando mi dicono Assicurazione, mi viene in mente mia madre con la mano sul mento e il molare che le hanno appena asportato. È stata la palazzina della stazione di Asmara a farmi venire in mente l'Assicurazione. Dove abiti? mi chiedevano quand'ero piccola e bastava rispondere, vicino all'Assicurazione. L'appartamento era in cima ad una scala ripida con un corrimano lungo e freddo, sotto il quale avevo il terrore di scivolare. Di fronte a noi, al pian terreno, per qualche tempo aveva abitato una signora italiana piuttosto anziana. Prima che tornasse nella sua città natale dopo decenni trascorsi in Somalia, avevo avuto modo di sfiorare le strane figure stilizzate dipinte sulle pareti della sua casa, scure come pitture rupestri, e di sapere che cucinava gnocchi di banane, poiché le patate erano difficili da trovare.

© Marco Barbon - Bowling, 2006
© Marco Barbon - Bowling, 2006

A differenza delle altre, la nostra casa non aveva una barsad, un salotto buono per gli ospiti. Quando cominciò a diventare ricco, un mio zio si fece arrivare da un mobilificio napoletano divani e sgabelli venati d'oro, sui quali troneggiavano colli di cigni bianchi che nessuno in città aveva mai visto. La barsad era interdetta a noi bambini e persino agli ospiti troppo polverosi: pareti e pavimento erano ricoperti di tappeti, di tendaggi, e all'epoca nessuno possedeva un aspirapolvere. Diciamo che la sala era proprio una stanza sontuosa come in casa di Aliss, quasi un tempio, dove si conservavano oggetti preziosi, o le immagini delle persone amate, presenti e passate. Sul comò accanto al divano del salotto di Aliss c'è una fotografia del padre, morto durante la guerra di liberazione dall'Etiopia. I rastrellamenti notturni, gli arruolamenti forzati per raccogliere corpi da immolare alla guerra contro l'Etiopia erano frequenti nella Mogadiscio della mia infanzia. Ma la città era tranquilla, tanto che una donna giovane ed europea qual era mia madre, poteva girarsene tranquillamente a piedi, prima di possedere la Fiat 127 bianca su cui poi imparò a guidare. Erano queste le macchine più diffuse, 500, 131, 127, proprio come la 600 del maestro di guida asmarino, su cui si esercitano gli aspiranti guidatori.

Dicevo, era tranquilla e sonnolenta Mogadiscio, nelle ore più calde le attività si fermavano e quando il sole calava, le persone si riversavano nei bar e nei cinema. Una volta, un amico italo-somalo cresciuto con i missionari mi raccontò della sua giovinezza. Aveva imparato a guidare molto presto, così gli capitava di accompagnare il vicario del vescovo in giro per le missioni. Al tramonto gli animali scendevano verso il fiume ad abbeverarsi, scendevano in branco rumorosamente. Quando il sole calava, anche gli italiani uscivano dalle loro case, passeggiavano verso il centro dove si trovavano i bar e i cinema all'aperto. Il gusto tutto mediterraneo per l'intrattenimento, inizialmente precluso ai colonizzati, condizionò molto il costume dei cittadini, fino a farne definitivamente parte dopo la raggiunta indipendenza. Non di rado gruppi di giovani si incontravano nei bar, ordinando tè speziato, o kabushiini - cappuccino - proprio come al Bar Vittoria di Asmara si ordina il macchiato. Passati trent'anni quegli stessi uomini non più giovani si incontrano oggi a Londra e a Toronto nei bar della diaspora, parlando italiano alla perfezione, come i loro coetanei asmarini.

© Marco Barbon - Driving school, 2008
© Marco Barbon - Driving school, 2008

Quando nel 1991 in Somalia scoppiò la guerra civile e Mogadiscio fu evacuata, gli italiani presenti erano quasi tutti in possesso di un ricetrasmettitore. Ricordo ancora, tra le mani di mia madre, la voce disperata del proprietario italiano del Ristorante Croce del Sud incapace di abbandonare il luogo dove aveva passato tutta la sua vita. L'avevo visto qualche volta di persona, quando andavamo da lui a ordinare i bignè. In quel momento il ricetrasmettitore tremava e la sua voce dentro. Anche quando le cose andavano bene non era semplice comunicare. I telefoni erano pochi e se volevi chiamare all'estero andavi alla posta e aspettavi il tuo turno. Le lettere e le cartoline non ti arrivavano all'indirizzo di casa, perché le strade non avevano nome, ma a un P.O. Box con un numero, un box uguale e identico alla casella 425 dell'ufficio postale di Asmara. Non c'erano le email come oggi, anche se le email non sempre arrivano a destinazione. A volte non riescono a eludere i filtri.

Alcuni film tuttavia arrivavano sempre. Alla fine degli anni Settanta e nei primi anni Ottanta spesso si andava al cinema. Al Roma e al Missione di Mogadiscio i film erano in italiano, movies d'azione di serie B, durante i quali spesso chiudevamo gli occhi. Noi piccoli preferivamo decisamente i melodrammi musicali indiani, semplici e prevedibili come le fiabe. Quand'ero adolescente smisi di andare al cinema, forse perché la diffusione dei videoregistratori e la cattiva qualità delle pellicole li rendevano meno attraenti. Chissà cosa sarebbe successo se non fosse scoppiata la guerra, forse continuerebbero a proiettare vecchi film degli anni Cinquanta o Settanta come all'Odeon, all'Impero, al Roma di Asmara.

© Marco Barbon - Driving school, 2008
© Marco Barbon - Wedding at Selam Hotel, 2007

Sfogliando l'album, trovo un'immagine pubblicitaria corrosa dal tempo, o forse sono proiettili, non riesco a capire. E l'ingresso affrescato della pasticceria Sesen. A Roma, ho affisso alle pareti della mia casa insegne di una Mogadiscio che non c'è più. Sembrano pitture rupestri, graffiti murali. C'è qualcosa di struggente in queste derive italiane in Africa Orientale. Qualcosa di languido e di opaco come la malinconia. Vedo di spalle il custode del bowling di Asmara e mi ricorda il guardiano della Villa del Duca degli Abruzzi a Johar, in Somalia. Il custode del bowling e il guardiano della villa: due uomini entrati bambini in un luogo in cui crescono, si formano, invecchiano e, soprattutto, nel quale rimangono. Ma le cose vanno avanti, non c'è dubbio. Almeno adesso, nella scuola elementare italiana di Asmara è appesa la cartina dell'Africa. Noi l'avevamo dell'Italia.

Qualche tempo fa, incontrai un'operatrice che non conoscevo nella biblioteca in cui lavoro. Attratta dalla mia fisionomia ebbe la curiosità di chiedermi se fossi italo-eritrea come lei. Le risposi che ero italo-somala, ma che in comune avevamo la memoria coloniale italiana. Renata, così si chiama, ha lasciato Asmara più di cinquant'anni fa e da allora non ci è più ritornata. - Fammi vedere come è diventata la mia città - mi ha chiesto quando le ho raccontato di avere con me le immagini di questo album. Riconosceva gli interni, gli edifici, non molto le sembrava cambiato. Il padre italiano di Renata, chiamava Asmara “la gabbia dorata”. La città era tutta a misura degli italiani, ma non si poteva uscire per il pericolo dei shifta, i banditi. Insieme alla sorella frequentava il collegio delle suore. Era quello il loro mondo, la casa e la scuola. La prima volta Renata venne in Italia con la nave attraversando il canale di Suez. Roma le sembrò bellissima, si faceva il giro dei castelli e  tutto il verde intorno. Si andava a teatro. Tornata ad Asmara dalla madre, le raccontò di quello che aveva visto, di come le sarebbe piaciuto. Nel 1954 partirono di nuovo per l'Italia, questa volta definitivamente. Renata mi ha lasciata con queste parole: - Io sognavo l'Italia. Arrivarci è stato come vivere un sogno. Ora sogno Asmara.»

© Marco Barbon - Cinema Odeon, 2008
© Marco Barbon - Cinema Odeon, 2008"

 

Chi è
Nato a Roma nel 1972, vive e lavora a Parigi. Dopo una laurea in Filosofia all'università La Sapienza di Roma e un dottorato in Estetica della Fotografia all'Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi, ha lavorato per quattro anni come photoeditor per l'agenzia fotografica Magnum Photos. Attualmente si dedica a tempo pieno ai propri progetti fotografici, editoriali e didattici. Le sue foto sono state esposte in Italia e in Francia e pubblicate su importanti riviste internazionali. Asmara Dream è il suo primo libro.

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