Intervista a David Alan Harvey / New Media

A cura di:

Burn, la fotografia che brucia
di Germana Lavagna

"Evolution and revolution are my keywords for living the photographic life'", una presentazione tra le righe e contemporaneamente forte nella sua dichiarazione d'intenti. David Alan Harvey introduce così il suo Burn, magazine on line di fotografia emergente. Sorprendentemente giovane per il successo che già riscuote, Burn è stato lanciato nel dicembre del 2008 come spin off del blog Road Trips del fotografo Magnum. Una vita passata in viaggio a scattare foto delle culture più diverse, dal Vietnam al Messico, dalla gioventù francese alla passione e al profondo legame con la cultura ispanica nelle Americhe. Tanti libri, infinite storie, lo sguardo di Harvey sembra vivere e alimentarsi di una curiosità senza fine sul mondo. Membro della celeberrima agenzia Magnum dal 1997, il suo lavoro è sempre stato accompagnato da un inesauribile desiderio di condividere le proprie esperienze. Essere mentore, educare lo sguardo, di più, insegnare a guardare, è parte del suo essere fotografo. Il mondo che sta dietro la fotocamera di Harvey è vasto ed eterogeneo tanto quanto quello che gli sta davanti.

© Alejandro Chaskielberg
© Alejandro Chaskielberg


Quando aveva dodici anni, la sua famiglia diventò la sua prima storia. "Off For A Family Drive", il suo primo libro. Il bianco e nero sbiadito della sua infanzia in Virginia, poi le prime esperienze narrate con gli scatti della convivenza con una famiglia nera di Norfolk. Tutto quello su cui cade lo sguardo del fotografo è una storia da narrare. «Qualche volta penso: hey, basta pensare alla storia. Poi però non riesco a farne a meno. Tendo a essere assorbito dalla narrazione, che sia Cuba, o il lavoro sulla cultura hip hop, o il mio progetto sui ritratti di donne. È qualcosa che sento istintivamente di fare. Tendo a legare insieme le immagini». La fotografia è documentare la realtà che ci circonda, è vedere le storie che si connettono e si legano intorno alla nostra. La fotografia è, altresì, interpretazione, dialogo, incontro-scontro con quello che vediamo. Il nostro occhio come filtro dal quale narrare quello che viviamo. Sembrano essere questi i presupposti di Burn: lasciare spazio alle storie e ai suoi autori.

© Michael Christopher Brown
© Michael Christopher Brown


Burnmagazine è un giornale giovane, ma già maturo per l'inesauribile universo di storie narrate sulle sue pagine virtuali. La prova del fuoco l'ha superata pochi mesi fa, vincendo un Lucie Award, prestigioso premio internazionale, sbaragliando concorrenti dalla fama indiscussa e dal lungo e consolidato passato editoriale come Aperture o Foam. Ad attraversare le pagine di Burn non sono solo i lavori di fotografi emergenti, le foto di grandi firme si mescolano spesso al suo flusso costante di immagini. E, così, Martin Parr fa capolino con le sue storie bizzarre, a fianco al bianco e nero struggente di James Nachtwey o alle istantanee su Cuba dell'ultimo libro di Alex e Rebecca Norris Webb. Aperto anche a progetti multimediali, per confermare una convinzione già molto diffusa che la fotografia possa sposarsi egregiamente con altri strumenti mediatici, il magazine di Harvey lascia spazio a reportage di stampo classico, cosi come a visioni metafisiche e colorate. Evoluzione e rivoluzione.

© Chris Bickford
© Chris Bickford


La scelta di un magazine on line è già una forte presa di posizione in un periodo dove le redazioni si svuotano e i cartacei diminuiscono le loro tirature. Quali sono, secondo lei, i lidi verso i quali si sta dirigendo la fotografia?
La fotografia vive oggi un momento di grande popolarità. Ognuno di noi, con un cellulare o con una compatta, diventa un fotografo, ma tuttora, in un panorama così vario e così pieno di possibilità, solo il vero talento può riuscire a emergere. Non basta fare foto, occorre saperle organizzare per raccontare qualcosa. Di qualsiasi genere. I giornali non moriranno, ma devono saper cambiare con i tempi che ne stanno determinando le difficoltà, mutando il proprio rapporto con i fotografi e con la produzione dei contenuti. Non ci sono più soldi per lavori su commissione, le redazioni sono sempre meno in grado di finanziare reportage, e le inserzioni pubblicitarie, sempre più sparute, non bastano a far tornare i conti. In questa prospettiva, Burn non vuole rinunciare all'importanza di una copia cartacea, ma stiamo pensando a una formula che possa evitare il ristagno economico e rilanciare la possibilità di finanziare i lavori dei fotografi emergenti più meritevoli. La copia di Burnmagazine, che uscirà tra qualche mese, sarà qualcosa di più vicino a un libro, che non a una rivista; un numero da collezione con poche spese, affrontabili con l'aiuto di qualche sponsorhip, e la possibilità concreta di pagare i lavori pubblicati.

© Medford Tayolor
© Medford Tayolor

Burn supporta la fotografia a prescindere da ogni stile o approccio ed elargisce un premio, l'Emerging Photographer Grant, di 15mila dollari...
Si, Burn pubblica lavori di ogni genere. Non ho mai apprezzato la monotonia o l'esasperazione dei temi. Apprezzo chi sa creare qualcosa di speciale, senza troppe fisime di stile e tecnica. Il premio EPF è stato creato per sostenere e promuovere chiunque abbia qualcosa di valido da dire, non importa che sia di stampo giornalistico o artistico. La giuria che ha scelto il vincitore dell'anno passato era composta da Martin Parr, Gilles Peress, Eugene Richards, Maggie Steber, David Griffen (National Geographic) e Fred Ritchin (New York University). La giuria di quest'anno, che verrà annunciata tra qualche settimana, si potrà avvalere dello stesso alto livello di firme, tra fotografi, photoeditor e critici.

© Roberto Seba
© Roberto Seba

Quali sono le differenze tra i tempi in cui lei ha sviluppato il proprio lavoro e quelli attuali?
Si tende a pensare che ci siano delle enormi differenze, ma non sono d'accordo. Il mondo della fotografia è sempre stato molto competitivo. Certo, ci sono molti più fotografi ora, grazie all'evoluzione tecnologica, ma la stessa tecnologia ha apportato un grande vantaggio a chi cerca di emergere in questo mestiere: la possibilità di far vedere il proprio lavoro. Con internet si può raggiungere un vasto pubblico, costruendosi una notorietà che prima era accessibile attraverso un solo canale. Ai miei tempi, infatti, l'unico modo per farsi notare era sperare di riuscire a pubblicare una storia su qualche rivista di fama internazionale. Ora si può divulgare le proprie fotografie a molti destinatari, in modo veloce e senza troppe spese. Il problema, però, è sempre lo stesso: occorre avere talento per emergere e per conquistarsi lavori su commissione. Si patisce il colpo di una vera e propria moria di assignments, lamentandosi che è quasi impossibile farsi pagare dai giornali per perseguire un reportage. È vero, ma non del tutto. Ci sono ancora giornali disposti a pagare per raccontare storie di qualità, ma bisogna dimostrare di esserne all'altezza. Ho appena trascorso un mese a Rio de Janeiro per un pezzo commissionato dal National Geographic e questo conferma che ci siano ancora opportunità da cavalcare, ma per quanto possa sembrare bello e romantico, preparare un reportage su commissione è un lavoro duro, estenuante. Occorre dimostrare alle redazioni di saper produrre una storia, sotto pressione, spesso con tempo e budget limitato e senza possibilità di replica. Questa è una bella barriera da superare, non tutti ne sono capaci.
 

© Simona Ghizzoni
© Simona Ghizzoni
© Angelo Guarracino
© Angelo Guarracino

Con meno di due anni di vita alle spalle, Burn ha già vinto un Lucie Award, conquistato i favori della critica e generato una vera e propria onda d'urto che coinvolge fotografi emergenti e di fama mondiale senza distinzione in tutto il mondo. Quali sono le sue carte vincenti?
È più il tempo che passo cercando di aiutare i giovani (e non) fotografi a migliorare e promuovere il proprio lavoro, che non quello che dedico ai miei progetti. Ho iniziato a insegnare da molto giovane, sono stato mentore a 22 anni. Insegnare e aiutare è stata parte integrante della mia carriera di fotografo. Penso che sia importante restituire. Sono stato molto fortunato e, a maggior ragione, mi sento in dovere di dare qualcosa alle generazioni che vengono. Questo atteggiamento si rispecchia e trova il suo pieno compimento in Burn, che funziona e continua a crescere perché ci dedichiamo tanto tempo. Tanto tempo per rispondere a tutti i commenti e le mail. Tanto tempo a vagliare i lavori che ci vengono proposti. Tanto tempo a promuovere e divulgare i portfolio che meritano il nostro sostegno. Se scopro anche solo un nuovo grande fotografo, allora il mio lavoro è completo.

www.burnmagazine.org

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