Graphic Journalism

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Il fotografo, in Afghanistan tra fumetto e fotografia

Il Fotografo
IL FOTOGRAFO, copertina

Giornalismo grafico, un reportage in cui fotografia e fumetto si alternano, dialogano, si mescolano. Coconino Press-Fandango, in collaborazione con Medici senza frontiere - dopo il grande successo in Francia e negli Stati Uniti - edita in Italia Il fotografo (formato 23x30, 280 pagine a colori, 29 euro), la cronaca di un viaggio in Afghanistan in tempo di guerra attraverso le immagini  del fotoreporter Didier Lefèvre e i disegni di Emmanuel Guibert, uno dei più importanti autori della nuova scena del fumetto francese.

Luglio 1986. Lefèvre parte al seguito di un'équipe di Medici senza frontiere diretta nell'Afghanistan dilaniato dalla guerra tra sovietici e mujaeddin. L'obiettivo è individuare un sito dove allestire un ospedale. Il fotografo non sa nulla del mondo in cui viene paracadutato e gradualmente cade sotto l'incantesimo dell'Afghanistan. Da quel viaggio Lefèvre - morto poi nel 2007 per un infarto - torna con più di 4 mila scatti in bianco e nero, ma solo poche immagini all'epoca vengono pubblicate dai giornali. Guibert, suo amico d'infanzia, ascolta il suo racconto, usa le foto come vignette e riempie i vuoti della narrazione tra uno scatto e l'altro con sequenze a fumetti, basate sui ricordi di Lefèvre e sulla registrazione dei suoi commenti a ogni immagine.

Sguardi propone di seguito la prima parte della prefazione di Adriano Sofri che arricchisce l'edizione italiana de Il fotografo. «È il 1986, c'è la guerra in Afghanistan. C'è sempre una guerra in Afghanistan. I tre quarti della popolazione afghana di oggi non hanno conosciuto altro tempo che quello di guerra. Ogni guerra prepara e spiega la guerra successiva, come nel resto del mondo, solo che in Afghanistan l'intervallo che chiamiamo pace è breve fino ad annullarsi. I sovietici nel 1979 invasero brutalmente il paese, confidando di dilazionare la propria agonia, e ne avrebbero ricevuto di lì a pochi anni il colpo di grazia. Contro l'Urss, gli americani sostennero soprattutto gli islamisti afghani che poi si sarebbero impadroniti del potere facendone una tirannide forsennata e una base del terrorismo jihadista. La resistenza patriottica e laica fu lasciata a se stessa e tradita. Spodestati dopo l'11 settembre 2001, i talebani conducono una guerriglia irriducibile in gran parte del paese. Il luogo comune parla del "rebus afghano". A parte gli interessi geopolitici che convocano nell'eterno "grande gioco" di quelle montagne tutte le grandi potenze, il rebus è la contraddizione fra l'impossibilità di venirne a capo coi mezzi della strapotenza militare e la vergogna di riabbandonare ai loro padroni le donne tornate a mostrare una faccia e le bambine tornate a frequentare una scuola. Perché l'umanità non ha ancora trovato un esercizio della forza che non ceda all'omissione di soccorso o alla guerra, al cinismo o alla viltà.

Il Fotografo
IL FOTOGRAFO, pagina 20

Dunque allora, nel 1986, è la Russia, che si chiama ancora Unione Sovietica, che ha invaso il paese e lo occupa da sette anni, contro la resistenza dei mujaheddin. Medici senza frontiere impiantano e gestiscono ospedali di fortuna nelle zone più impervie e arrischiate del paese. La loro presenza poggia soprattutto sulle spalle di una donna, Juliette Fournot, "Jamila" per gli afghani stupefatti da quella signora che veste come un uomo ed è autorevole come un capo e conosce perfettamente il dari, il farsi parlato in Afghanistan. Juliette è cresciuta a Kabul, figlia di una coppia di francesi. L'associazione ha bisogno di far conoscere i disastri della guerra e le condizioni estreme in cui i suoi volontari devono operare. Decide perciò di proporre a un fotografo di unirsi a una sua missione per realizzare un reportage. Juliette ha visto su una bacheca della sede parigina di MSF qualche fotografia scattata in Eritrea e ne è rimasta colpita. L'autore è francese, si chiama Didier Lefèvre, è nato nel 1957, dunque non ha ancora trent'anni. Si è laureato in farmacia prima di dedicarsi al fotogiornalismo. Accetta senza esitazione. Juliette si congratula presto della scelta, per il modo in cui la recluta sa dissimularsi nell'ambiente e farsi benvolere dalle persone del luogo. Comincia un'avventura che durerà tre mesi, e metterà a repentaglio le vite dei protagonisti, e specialmente quella di Didier, che avrà temerariamente scelto una via di ritorno solitaria dalle montagne afghane al Pakistan di Peshawar.

Il Fotografo
IL FOTOGRAFO, pagina 88

Didier torna infine a Parigi portandosi dietro quattromila clichés di bianco e nero: il 27 dicembre 1986 ne escono sei su due pagine del quotidiano Libération. "Sei su 4 mila: porzione vertiginosa". Didier ha bisogno di tempo per recuperare le forze perdute nel primo viaggio afghano (ci tornerà altre sette volte, l'ultima nel 2006): deve guarire da una foruncolosi cronica, perde 14 denti... Riparte alla volta di una quantità di luoghi avventurosi o esotici, accumula servizi fotografici notevoli, che restano senza accoglienza: Sri Lanka, Corno d'Africa, Kosovo, Malawi, dove si dedica soprattutto all'Aids, Colombia, Sierra Leone, Eritrea, Niger, Costa d'Avorio, Burundi, Congo, Cina, Albania, Ruanda, Uzbekistan, Tagikistan, Iran, Israele, da ultimo la Cambogia. Un atlante anatomico delle ferite del mondo.

Passano tredici anni da quel primo ritorno, e il suo amico Emmanuel Guibert, disegnatore e illustratore, propone di tirar fuori un libro dal racconto appassionato e rocambolesco che Didier fa della sua vecchia avventura afghana. "Conosco Emmanuel - dirà Lefèvre - da molti anni. Un giorno gli ho raccontato i miei viaggi. Lui lavorava allora alla Guerra di Alan: registrava i ricordi di Alan Cope, un ex G.I. americano della Seconda Guerra, per trascriverli in forma di fumetto. Avrebbe fatto lo stesso con me. Abbiamo impiegato parecchie sedute di lavoro, io gli raccontavo, sulla scorta delle foto, i dettagli del viaggio. Ha registrato sette o otto cassette di 90 minuti, e ha associato i disegni alle foto. I passi della storia che non avrebbero potuto essere illustrati con le foto, in mancanza di materiale, lo sarebbero stati grazie al suo disegno". Guibert sa che disegno e fotografia si guardano in cagnesco, "come l'olio e l'acqua", ma è affascinato dall'idea di dare al reportage fotografico la continuità di racconto che tutt'al più verrebbe assegnata a qualche didascalia. "Ogni volta che vedo una fotografia – dice - mi chiedo che cosa è successo prima e che cosa succederà dopo".

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IL FOTOGRAFO, pagina 125

Ne verrà un libro singolare per l'ambizione - alla fine quasi trecento pagine in grande formato - e la concezione: alle centinaia di fotografie si alternano le strisce disegnate, a riempire gli intervalli del racconto di Didier, e le trascrizioni del suo testo, sceneggiate come in un film. L'impaginazione sarà opera di un terzo amico, Frédéric Lemercier. Dove hanno bisogno di trascrivere frasi pronunciate in farsi, gli autori si fanno aiutare da Marjane Satrapi - l'autrice di Persepolis. Il libro esce in tre volumi, poi in un'unica edizione integrale, e riceve traduzioni in una ventina di paesi. È in effetti un'opera straordinaria - monumentale, direi, se la parola non implicasse una solennità retorica che qui è sventata da una bella leggerezza: davvero monumentale però quanto all'ampiezza e al proposito di assicurare una memoria. La memoria di una guerra particolare e di un capitolo particolare dentro quella guerra, tuttavia capace di rendere l'idea della guerra di sempre e dei nostri giorni con una vivacità e vividezza inedite. Sono rimasto impressionato e trascinato dalla lettura e visione del libro, dalla sua prodigalità - è difficile che un'esperienza avventurosa e drammatica venga raccontata, pur nella pienezza esorbitante dei nostri media, fin nei suoi dettagli quotidiani e ordinari e per così dire superflui. Che venga raccontata così generosamente e, alla lettera, gratuitamente.

Didier Lefèvre © Mohamed Usman
Didier Lefèvre © Mohamed Usman

Emmanuel Guibert © Didier Lefèvre

Immagini ed episodi drammatici e tragici vengono di solito estratti e isolati: come si estraggono i provini - si estraevano, il Didier del 1986 lavora ancora coi rullini di pellicola, bagaglio prezioso e ingombrante - e si guardano frettolosamente alla luce e sotto una lente e se ne scelgono i "migliori", sei su 4 mila, appunto, tracciandoci su una croce col pennarello rosso. Nel racconto confezionato dal "Fotografo", fotografie, disegni e testo si svolgono cinematograficamente, assicurando ai momenti culminanti e drammatici - il colore locale, il rischio, la morte, la commozione, la "bella foto" - un contesto in cui ciascun lettore possa riconoscersi: immaginarsi medico senza frontiere o fotoreporter di guerra, padre o bambino di un villaggio afghano, combattente e perfino l'asino scivolato dentro un baratro col suo carico soverchio o il cavallo morto d'inedia lungo un passo montano.

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IL FOTOGRAFO, pagina 238

Ci sono cose bellissime da imparare da grandi in un libro, come quelle che si imparano da piccoli nell'Isola del tesoro, o nei Ragazzi della via Paal. Per esempio, che quando vi arriva sulla testa l'elicottero sovietico dovete buttarvi in terra immobili e coprirvi col vostro patou, il mantello, e tenere il pollice dentro il pugno chiuso, perché l'elicottero avvista tutto quello che luccica, "anche le unghie". Non è vero, probabilmente, è uno scrupolo leggendario: ma è ben pensato, da chi striscia al suolo. E la carta igienica, per esempio: se per qualche caso fortunoso ne avete, e la usate, bisognerà che la seppelliate, perché se i russi la trovassero saprebbero che ci sono degli stranieri in giro. È grazie a questa prodigalità e insieme essenzialità che il libro avvince lettore e spettatore adulto come sapeva fare L'isola del tesoro, e dovrebbe andare nelle mani di ragazze e ragazzi. Se c'è oggi una trama comparabile a quella dell'Isola del tesoro, è quella del volontariato - del buon volontariato, perché c'è anche la cattiva volontà - nei luoghi favolosi e sofferenti della terra. E comunque dovrebbe essere adottato, il libro di Lefèvre, Guibert e Lemercier, nelle scuole di giornalismo e di fotografia e nelle università in cui si va sempre più numerosi a studiare relazioni internazionali e interventi umanitari e scienze della pace, ammesso che l'umanitarismo si impari a lezione e che la pace abbia a che fare con la scienza».