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Persone, ritratti: otto sguardi

In fotografia il fattore umano è fondamentale. Dà anima e calore, verità se è possibile, un'idea delle dimensioni del contesto sia in esterni sia in interni. Scene di vita quotidiana, gente comune, volti, storie. Incroci, transiti in realtà familiari o inconsuete. «Io preferisco gli uomini ai paesaggi» fa dire Michelangelo Antonioni al protagonista del suo Professione reporter. «Mi interessa di più la gente che abita il paesaggio che il paesaggio in sé», diceva Federico Garcia Lorca, «posso stare a contemplare una scena per un quarto d'ora; ma subito corro a parlare con il pastore o il tagliaboschi di quella scena». Tra coloro che hanno proposto alla redazione di Sguardi i propri lavori, abbiamo selezionato otto contributi.

© Paolo Artuso
© Paolo Artuso - India, Rajasthan

Paolo Artuso, qui presente con alcune sue immagini asiatiche, lavora in una grande azienda di servizi occupandosi di Digital Communication. A Sguardi ha raccontato che «per molti anni nelle mie fotografie non sono mai apparse persone. Il mio sguardo si posava su simmetrie naturali e artificiali, paesaggi naturali e urbani, geometrie di colori e forme. Le persone le percepivo come un'intrusione che spezzava queste simmetrie. Poi qualcosa è cambiato. Questa fredda alchimia razionale di forme si è infranta, le persone hanno iniziato a infiltrarsi, a circolare nelle mie inquadrature sempre più spesso, come degli intrusi. Oggi, direi che fotografo prevalentemente persone. Sono sempre alla ricerca di piani visivi fatti di volti e corpi che si intersecano. E se devo pre-visualizzare una foto che vorrei scattare, immagino sempre delle persone. Continuo a prediligere le composizioni ben curate, ma le geometrie umane hanno sostituito quelle inanimate. Nell'avvicinarmi alle persone, soprattutto in viaggio, mi piace chiedere il permesso, farmi accettare. Mi piace il ritratto in posa, la complicità, sapere che la persona sta partecipando al gioco. La foto rubata la preferisco nelle ambientazioni urbane, quando l'espressione catturata al volo e all'insaputa delle persone mi consente di accentuare la drammaticità del nostro vivere nelle metropoli».
www.paoloartuso.it

 

© Emiliano Barbieri
© Emiliano Barbieri - Holyman of Tigrai – Etiopia (2011)

Emiliano Barbieri è per metà geologo, per metà fotografo. «Quando Sguardi mi ha chiesto di raccontare il mio sguardo, mi sono trovato in una situazione particolare, siccome io per primo non mi sono mai fatto molte domande al riguardo. La cosa mi ha fatto riflettere. E credo di dover ringraziare anche per questo Sguardi, perché mi ha spronato a interrogare me stesso. Il fatto di non averlo mai fatto prima, probabilmente è dovuto, almeno in parte, alla mia formazione fotografica tipicamente da autodidatta assai carente dal punto di vista didattico e della costruzione dell'immagine, almeno secondo i canoni classici della fotografia. Trovo però che questa mancanza di indottrinamento comporti anche alcuni vantaggi, tra cui il principale è senz'altro quello di poter seguire al meglio il proprio istinto fotografico, senza il velo e gli impedimenti che a volte i dogmi ci impongono, permettendoci di concentrarci su quello che noi, e soltanto noi, vogliamo che traspaia dai nostri scatti. Credo che il mio sguardo, inteso come approccio ai settori della fotografia in cui mi sono specializzato, segua tale criterio. Non sono quindi il tipo che ama citare i grandi del passato (che tra l'altro conosco poco), né mi piace scrivere frasi ad effetto a proposito del perché si scatti. Non penso di averne i titoli. Io credo semplicemente, che la cosa importante che debba uscire, osservando una foto, sia una duplice verità, la quale, da un lato, mostri naturalmente un aspetto del soggetto, ma che dall'altro permetta anche di cogliere come l'autore dello scatto voglia farlo percepire al resto del mondo. È questo che, secondo me, conta realmente nel momento in cui si decide di realizzare una fotografia. Ed è ciò che conferisce ad una foto quella personalità che le permette di colpire chi la osserva, sin dal primo sguardo».
www.emilianobarbieri.com

 

© Gianluca Rocchi
© Gianluca Rocchi - Ritorno a casa - Messico

Per Gianluca Rocchi, di cui presentiamo tre scatti messicani e tre scatti dalla serie Cittadini del mondo, le sue immagini «mettono, quasi sempre, in evidenza l'uomo. Nel fotografare avverto l'umanità dei soggetti che ritraggo, ho necessità di entrare in contatto con la loro realtà e di confrontarmi con un particolare che mi riveli un senso. Il grandangolo mi consente di essere vicino alle persone, di entrare nella scena, non per condizionarla e forzarla, ma per stringere un rapporto ancora più intenso con essa. La vicinanza mi consente di perlustrare lo spazio in cui i soggetti vivono, alla ricerca di dettagli che mi rivelino verità nascoste. I miei sono sempre racconti ambientati, sguardi che sono figli di una terra di cui condividono lo stesso destino, uno spazio umanizzato, un luogo di eroica quotidianità. Le persone mi appaiono reali, non vengono quasi mai mitizzate, cercando di mettere in evidenza la loro essenza. Questa selezione è una somma di attimi significativi, che più che una storia raccontano di un'emozione, di un'esperienza vissuta».
www.gianlucarocchi.altervista.org

 

© Bruno Bostica
© Bruno Bostica - Fonni, Sardegna - Pomeriggio festivo

Per Bruno Bostica, che qui presenta sue immagini colte in Marocco e Barbagia, «lo sguardo fotografico sulla gente è uno degli aspetti della fotografia di viaggio che più mi appassiona ed emoziona. La gente, colta nella sua quotidianità, nel suo contesto di vita e di lavoro, rappresenta lo specchio di un Paese, della sua cultura e delle sue tradizioni. Esistono per me diversi modi di fotografare la gente: dallo scatto rubato all'immagine raccolta in modo spontaneo e naturale dopo essere entrato in relazione con le persone del luogo visitato. Ritengo che il modo di scattare debba essere adeguato al contesto e allo spirito del luogo: importante è la trasparenza del fotografo che non deve essere elemento di disturbo e interferire in alcun modo con le persone e le situazioni riprese. In Marocco, ad esempio, fotografare in modo genuino e non mercificato la gente è stato piuttosto impegnativo per la difficoltà di trovare parole e gesti comuni che permettessero di entrare in empatia con le persone e dove ragioni di natura culturale e religiosa non prevedono, anzi vietano, il concetto di immagine. Testimonianze di vita e di cultura per noi arcaica, viste attraverso i volti delle persone, sono state così raccolte con scatti rubati con sensibile e rispettosa discrezione. Diverso è stato il mio sguardo sulla gente della Barbagia, cuore antico della Sardegna, dove lo spirito del luogo perpetua una cultura genuina e forte di tradizioni. Qui le immagini hanno voluto raccontare questo spirito attraverso scene di vita di paese, dove la gente e i murales dipinti sulle facciate delle case sono molte volte specchio gli uni degli altri».
www.webalice.it/b.bostica

 

© Daniele Florio
© Daniele Florio - Il mitico sassofonista dentro Central Park, New York

Daniele Florio ha viaggiato molto in questi ultimi anni «soprattutto in America e in Sud America alla ricerca di qualcosa che va al di là del semplice scatto rubato di un volto o di uno sguardo in posa. Mi ha sempre affascinato la prospettiva e la visione della gente, riuscire cioè a percepire quello che le persone immaginano durante una particolare situazione come potrebbe essere ad esempio un matrimonio festeggiato per le strade di Times Square a New York. Le sensazioni che scaturiscono nel vedere un evento così particolare, i volti meravigliati della gente e i mezzi sorrisi stampati in faccia come quasi a indicare la felicità dei due novelli sposini sono tutti elementi che mi attraggono fortemente. Altrettanto affascinante è fotografare qualcuno che sta a sua volta realizzando uno scatto, come nel caso della foto di Naked Cowboy che si aggira per le strade di Manhattan. Pensateci un secondo: quel poliziotto che sta regalando uno scatto ai turisti non potrà mai conoscere la posizione del suo corpo, non si potrà ricordare di tutta la gente attorno che ride guardandolo fotografare e ne tanto meno i due turisti sapranno che io li ho fotografati perché, notate bene, i loro sguardi sono concentrati sull'attore principale della foto: il poliziotto. La vera esaltazione è riuscire a cogliere una situazione particolare essendo praticamente invisibile ed avendo la pazienza di aspettare che la foto si componga da sola con i vari attori al momento giusto ed al posto giusto. In Chiapas, nel Rajasthan o altrove l'effetto che produce lo strumento macchina fotografica sulle persone è meraviglioso. Anche dove non c'è il minimo accenno di tecnologia, dove si vive nella semplicità in capanne e ci si lava nell'acqua dei fiumi, le persone sanno che davanti ad un obiettivo bisogna necessariamente mettersi in posa per venire bene: e ti trovi come soggetto la bimba che vive da sola nella foresta sperduta di un centro archeologico messicano che ad un tratto sale su di un albero e in cambio di una penna si aggiusta i capelli con la sua manina per apparire più bella».
www.danieleflorio.com

 

© Luciano Lupato
© Luciano Lupato - Asia - Fumatori di oppio

Luciano Lupato si guarda «intorno attratto da ogni cosa possa comporre una bella immagine. Possa fermare il tempo e documentare. Possa poi, rivendendo la foto, ricreare l'emozione vissuta. Questo per me è la fotografia, un giusto equilibrio tra bellezza estetica, ricerca documentale e capacità di trasmettere emozioni. Cosa di più dello sguardo della gente, di come la stessa si inserisce nell'ambiente che la circonda può realizzare questa ricerca? Per me l'India è per questo un paese magico, dove lo sguardo si infila in ogni angolo e trova l'equilibrio giusto. Movimento, colori, tradizioni: tanti possono essere i temi che fanno di questa gente un popolo unico. Unico anche per come ti accoglie. Perché fotografare non vuol dire strappare un attimo e chiuderlo in un'immagine. Fotografare vuol dire mescolarsi con la gente, cercare di capire le loro tradizioni, condividere con loro il tempo e solo dopo ricevere un'immagine che possa avere la tua impronta. Le tribù del Nagaland, il festival di Holi rappresentate in queste tre immagini sintetizzano in parte il clima di festa e le tradizioni ritrovate da me in questa gente, vissute da me in quei luoghi».
www.lucianolupato.com

 

© Valentina Cusano
© Valentina Cusano
Quale donna è reale? Quale è finzione? Quale il confine?

Valentina Cusano ama la sperimentazione e la ricerca in campo artistico, soprattutto attraverso la fotografia. «Nelle mie fotografie, narro la donna, ma mai con uno sguardo critico. Io non giudico, preferisco il confronto» ha detto a Sguardi. «whatWOMENwant Donne o manichini? È una serie fotografica che vuole indurre ad una riflessione: apparire o essere? Dove finisce la donna e comincia il manichino? Uno stereotipo che hanno inventato i mezzi di comunicazione, il business, gli uomini bavosi e i reality show. La donna considerata solo come oggetto. E invece no. La donna è soggetto, protagonista della storia, intelligente, idealista, dotata di cultura, passione e mistero. La donna è un universo sociale, psicologico, fragile e forte allo stesso tempo. La donna sa svestirsi di apparenza, e in un NUDO di ROSSO vestito-COCCINELLA si racconta, si libera dalla gabbia che la rinchiude, si riprende la sua identità. Come una coccinella ti sfiora e vola via. Verso la vita». Questa serie è accompagnata da una storiella che ha scritto e che termina così: «E così la coccinella si asciugò gli occhi e spiegando le sue piccole ali intorpidite volò via, nel mondo, nel futuro a cercar se stessa e le sue macchiette nere.” “Oh! Che bella storia vecchio asino. Ma cosa significa?” “Mia cara non vuol dire niente oppure vuol dire tutto. Significa che io sono testardo e vecchio mia bella farfalla e tu non dovresti perdere tempo con le mie storie poiché oggi vivi e domani muori e questo giorno lo devi vivere completamente! Vola dunque come la coccinella e vivi tutto intensamente all'ultimo respiro nella dignità del tuo essere!” Sia la coccinella che la farfalla vissero tutto il tempo che restava loro con il cuore, felici e orgogliose. La gabbia rimase vuota. Per l'eternità».
http://valentinacusano.blogspot.com/

 

© Stefano Nobile
© Stefano Nobile - Glamour

«Nei miei scatti», pensa Stefano Nobile, «si nota l'amore che nutro per la fotografia di ritratto, fashion e glamour. Ho sempre avuto, fin dall'infanzia, un'attrattiva naturale per le fotografie che ritraggono quelle emozioni umane impercettibili di primo acchitto, ma che mediante la sospensione fotografica sono inevitabilmente messe in luce. Obbligando così lo spettatore a sondare le proprie emotività. La mia intenzione è di tirare fuori dal soggetto fotografato i personaggi che si celano e vivono dentro di lui. Anche in fotografia, infatti, penso che il concetto di Uno, nessuno, centomila - espresso dal libro di Pirandello - sia veritiero. Il mutamento continuo della vita è correlato ad un cambiamento psicologico esprimibile anche attraverso l'uso di maschere caratteriali. Riuscire fotograficamente a ritrarre questi mutamenti è fonte, per me, di grande soddisfazione. Attraverso lo scatto cerco di catturare ciò che il cuore, la mente e gli occhi vedono, per dar voce ad emozioni non esprimibili attraverso le parole. Nella mia concezione fotografica trova una naturale applicazione il glamour, che di fatto è espressione di sensualità: una di quelle caratteristiche più legate ai gesti corporali che non al linguaggio verbale. Altro mio grande interesse è la moda veicolo estremamente capace di generare emozioni e conflitti non solo attraverso mere costruzioni sartoriali, ma utilizzando anche modelli capaci di interpretare le atmosfere e gli stili proposti dalla sinergia tra designer e fotografo».
www.stefanonobile.it