Grazia Neri

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La passasione dell'agente
 

Come funziona il mercato della fotografia? Da una parte, si dice che la fotografia sta diventando (anche in Italia) più importante, che l'immagine conquista sempre maggiore spazio sui newsmagazine ma anche sui quotidiani. Dall'altra, però, i prezzi sono in pratica bloccati (se non regrediti) da tempo ("c'è la crisi", "non c'è budget" e così via). Inoltre, gli stessi giornali inviano raramente a proprie spese fotografi in giro a coprire eventi o storie, non hanno (tranne poche eccezioni) servizi fotografici interni, hanno abbondanza di giornalisti e pochissimi addetti alla ricerca fotografica. Al crescente potere dell'immagine si contrappone una desolante volontà di non investire, aspettando i grandi servizi prodotti fuori. Grazia Neri è ritenuta la maggiore agenzia fotografica italiana: 36 anni di attività, archivio analogico di 15 milioni di scatti, archivio digitale di 6 milioni di immagini, un numero incalcolabile di fotografi rappresentati, 40 dipendenti, oltre 9 milioni di euro di fatturato l'anno. A una testimone privilegiata come Grazia Neri, definita la "signora della fotografia italiana", Sguardi ha chiesto di dare la sua visione del mondo della fotografia in Italia e all'estero.

Che cos'è, per lei, la fotografia? Quale ritiene sia la sua specificità rispetto ad altri strumenti di espressione e comunicazione, come per esempio la parola scritta o l'immagine in movimento?


La fotografia, per me, è l'oggetto del mio lavoro e, nel corso degli anni, è diventato anche un interesse al di fuori del lavoro. Rispetto al video, credo che la fotografia dia una maggiore possibilità di riflessione perché, essendo immagine ferma, può essere vista e rivista in diverse situazioni di fruizione. Personalmente amo molto vedere le foto nei libri, più che nelle mostre o sui giornali, perché non scorrono in continuazione e posso vederne a volontà. Rispetto alla parola scritta, in certi casi la fotografia - come ha affermato tra gli altri Nadine Gordimer - riesce a comunicare un'informazione che la parola scritta non può dare. Per fare un esempio, proprio in questi giorni c'è nella mia galleria una mostra sulla Bosnia. In questi anni ho letto molti libri interessanti sulla Bosnia, ma non ho mai ritrovato la potenza, l'impatto, la forza di documentazione (alla base della quale c'è il desiderio di metterci di fronte a scelte sociali e politiche) che hanno queste foto di ritrovamento dei corpi, di identificazione, di ricerca di identità, forza che è ben difficile che la parola scritta possa avere.

Come ha visto cambiare negli anni il suo mestiere e il ruolo dell'agenzia?
Li ho visti cambiare in molti modi in 36 anni. Ma questo è di certo un momento di cambiamento epocale, dovuto alle nuove tecnologie, alla crisi del mercato, all'esistenza di diversi mercati dell'immagine. Si può dire che la fotografia, rispetto alla parola scritta, rappresenti ormai il 60% della comunicazione. Ma proprio in questo momento di grande diffusione, la fotografia conosce la sua crisi più grande. È anche vero che la fotografia è un mezzo che è perennemente attraversato da crisi dovute al cambiamento continuo di tecnologie: prima si lavorava con il grande formato, poi arriva la Leica, poi si ritorna al piccolo formato, poi arrivano le telefoto, poi arriva il colore. Insomma, c'è sempre qualcosa…

 

Cosa intende per crisi di mercato?
Le nuove tecnologie sono entrate nel mercato nello stesso momento, diciamo nel 1991-1992, in cui il prezzo delle fotografie è rimasto uguale se non sceso. Parallelamente a questo, grandi congregazioni come Corbis e Getty, entrando nel mercato con tutte le loro risorse finanziarie, hanno potuto mettere a disposizione milioni di fotografie e abbassato i prezzi. Hanno sicuramente fatto una cosa intelligente, usando benissimo le nuove tecnologie e salvando documenti che sarebbero andati persi, ma contemporaneamente hanno distrutto un tipo di lavoro artigianale che aveva possibilità uniche. Sono loro a condurre il gioco, con la politica dei prezzi, degli abbonamenti eccetera. L'immissione enorme è cominciata 5-6 anni fa. Tra le agenzie che producevano, nella grande recessione si sono salvate solo quelle specializzate perché erano diventate un brand, per esempio Science Photo Library (che fa solo scienza), anche perché ha studiato il mercato e ha capito che la didascalia è fondamentale per poter vendere una fotografia. La crisi è anche data dal fatto che c'è moltissima offerta e che le macchine fotografiche sono sempre più facili da usare. Poi è entrato il digitale che ha sconquassato il mercato perché ha significato dover comprare nuove macchine (per sostituire le vecchie rapidissimamente obsolete) e comportato per i fotografi scelte difficili (se lavorare con due macchine e così via).

Rintraccia anche elementi positivi?
La cosa positiva è che in Italia si è un po' risvegliata la produzione di servizi, anche se non sono mai servizi di lungo respiro. Non ci sono inviati che vanno sul posto tre mesi e poi magari ritornano sul posto, no. Si fanno piccoli servizi, ma i giornali cominciano a guardare i portfolio e a ordinare foto, così l'Italia invece di essere solo un posto di drop-out delle produzioni straniere è diventato un posto che produce e manda all'estero le sue fotografie. Comunque non c'è da sperare che se, per esempio, c'è un conflitto in Iraq un giornale prenda il telefono per chiamarci e dirci: mi assumo tutti i costi per produrre le foto.

 

Ma perché non lo fanno nemmeno i giornali più importanti che hanno alle spalle grandi gruppi editoriali?
È una domanda che bisognerebbe porre loro. Credo sia semplicemente una questione economica. Non dipende dai direttori, sia chiaro. Credo dipenda di più dalla gestione, dal marketing. Hanno tutti paura, non so. Se io dico "un fotografo importante va lì", mi dicono "voglio vedere le foto per primo", è raro che mi dicano altro, che mi garantiscano l'acquisto; quando arriva il servizio, lo guardano. Noi riceviamo degli assegnati, ma piccole cose: vai a Roma o a Milano a fotografare questo o quello.

E all'estero la situazione è migliore?
La crisi è uguale dappertutto, è forse ancor più pesante in Inghilterra dove molte agenzie che non si sono rapidamente convertite al digitale rischiano di chiudere.

Con un mercato italiano che offre relativamente poco (al compenso per un servizio - che può andare da 1.000 a 2.500 euro - si devono poi sottrarre le spese sostenute, dal materiale al viaggio), quali consigli darebbe a chi vuole fare della fotografia la propria professione?
All'inizio fare dei piccoli assegnati qui e diventare tecnicamente sicuri; poi, cercare di associarsi a qualche agenzia straniera importante. Personalmente, se vedo qualcuno che ha un dono particolare, che dentro è consapevole di quello che vuole diventare, cerco di aiutarlo e promuovere.

Ecco, come nasce un rapporto di lavoro con un fotografo?
Io sono oberata da richieste di fotografi. In un certo senso, avrei bisogno di fotografi. Vedo molti lavori che oserei chiamare aborti di un book, di un portfolio. Prima di tutto c'è un problema: il fotografo che si presenta pensa di essere un artista. A me la cosa interessa, perché tra l'altro ho anche una galleria. Però il portfolio che desidero avere per il cliente deve avere una sua specificità. A me manca, per esempio, la ritrattistica e vedo in giro pochissimi portfolio brillanti. La seconda cosa è che in Italia abbiamo la venerazione per il bianco e nero, ma purtroppo il mondo è anche a colori. L'agente deve riconoscere un talento. Quando si vede un fotografo medio si è impacciati, c'è sempre una timidezza reciproca, si dice "forse puoi fare qualcosa meglio così". Poi ci sono quegli ottimi professionisti che non riescono a fare quel passo in più, che sono bravi ma non producono qualcosa in più del loro lavoro abituale. Una ricerca, un'attenzione, una passionalità. Senza passione, gioco, questo lavoro è brutto, noioso.


Cosa deve esserci in un buona documentazione fotografica?
Se si parla di reportage, una documentazione deve soprattutto raccontare una storia, così come la deve raccontare un giornalista. Se ha una sequenza, lo preferisco. Non didascalica. Deve avere una completezza, che invece spesso non c'é. Non mi piacciono i servizi generici, non li posso sopportare. Mi piace che si entri nei dettagli delle storie e li si racconti. Mi piace che un servizio abbia una bella foto di apertura, che mi introduca, mi solleciti. Mi piace che in un servizio importante ci sia un editing accurato, non eccessivo ma neanche troppo stretto; avere non 8-10 foto, ma almeno una trentina di foto. Mi piace poi che sia presentato molto ordinatamente e che ci siano le didascalie.

Se c'è, qual è il genere che ama di più? Ha qualche preferenza tra servizi in bianco e nero o a colori?
Non ho preferenze tra il bianco e nero e il colore, dipende. Certo tra le foto che ho appese a casa alcune sono a colori, ma la maggior parte è in bianco e nero. Tanto mi piace il bianco e nero, quanto mi piace il colore. Il bianco e nero è sicuramente più attraente per tutti, ma quando si vede una foto di qualcuno che sa usare il colore… Il fotografo italiano quando lavora con luce naturale, se la luce non è perfetta, raramente mi porta qualcosa di straordinario. Il fotografo inglese, che non può sperare di avere tutti i giorni quella bella luce che è tra il sole e le nuvole perché magari piove di continuo, si industria a fare foto, sa usare il colore con più accortezza, professionalità, senza usare il flash, sperimenta. Per quanto riguarda il genere, le mie preferenze possono cambiare da momento a momento. A me piace quando una documentazione fotografica arriva a un tale livello che può essere considerata una fotografia artistica.

 


Come decide cosa produrre?
Facciamo una riunione di redazione al mattino.
Siamo in tanti. Tiriamo fuori delle idee. Le trasmettiamo al fotografo. Cerchiamo la copertura delle spese, l'interesse dei giornali. Qualche volta rischiano i fotografi, qualche volta noi assieme ai fotografi.

Come giudica l'uscita da Magnum di fotografi come James Nachtwey e Antonin Kratochvil per fondare l'agenzia VII che lei rappresenta in esclusiva in Italia?
Era ora che ci fosse qualcos'altro di diverso. L'occasione del digitale, l'unicità di questi fotografi, l'amicizia tra di loro, li ha spinti a fare questo. Per il momento mi sembra una cosa molto bella. Se riescono a tenere il livello alto, i nomi mi piacciono molto. Considero Kratochvil un professionista di un'intensità e velocità straordinarie.

Come pensa evolverà il suo mestiere? In fondo, già oggi Grazia Neri non è più solo un'agenzia ma anche una galleria, organizza mostre, cura libri…
Ci si muoverà moltissimo nel digitale. Noi abbiamo già una compagnia (Emage) che produce filmati digitali di attualità, per esempio per i siti web del Corriere della Sera e di Mondadori. E poi abbiamo Sportshots, la parte sportiva che lavora in digitale. Guardatevi il sito (www.grazianeri.com), lì c'è tutto.