Giorgia Plinio

A cura di:

Il suono del silenzio

In Alaska ogni anno si tiene la mitica Iditarod, una gara con cani slitta che si snoda su un percorso di 1.800 km da Anchorage sino a Nome. Ho seguito parte di questo percorso come fotografa, non della gara dei cani ma di cinque ragazzi italiani che avrebbero affrontato il percorso chi a piedi, chi con la mountain bike. Una gara estrema chiamata Alaska Ultrasport.
Gli atleti viaggiavano in completa autosufficienza, portando con sé il minimo indispensabile e spedendo, tramite dei piccoli aerei, pacchi con cibo e vestiti di ricambio in punti strategici da loro scelti lungo il percorso. Si fermavano a dormire nelle scuole, nelle case della gente dei villaggi o, se prevaleva il sonno sulla fatica, nei sacchi a pelo lungo il tragitto. Io li ho seguiti su una motoslitta ed è stata un'esperienza straordinaria, con il sapore non tanto di una competizione sportiva ma di un vero viaggio.

La mia compagna di viaggio - per un ambiente con temperature che potevano scendere sotto i - 40 gradi - è stata una Nikon FM3A, con uno zoom 80/200, una macchina robusta e precisa, d'altronde non avrei potuto affidarmi a qualcosa di totalmente automatico, pile e alimentatori esterni col freddo avrebbero potuto abbandonarmi da un momento all'altro. Il mio bagaglio fotografico è stato leggero per scelta. l'idea di togliere spesso i guanti per cambiare ottiche oltre che pellicola mi faceva rabbrividire. Ho usato pellicole 200 asa per agevolare la ripresa, montando perennemente sull'obiettivo un filtro Skylight per poter ristabilire un equilibrio cromatico, diminuendo le forti dominanti blu date dal cielo sereno riflesso sulla neve e dalle zone d'ombra, preferendo sovresporre di un paio di stop per compensare la sottoesposizione che sarebbe stata provocata dal tanto bianco della neve.

Il giorno dello start il tempo era soleggiato e faceva molto freddo, nei giorni successivi ci siamo spesso imbattuti in bufere e nebbia. Il paesaggio mutava sotto i miei occhi di continuo: uno scenario a volte incantevole, a volte spaventoso, un deserto bianco, una distesa infinita, i laghi, i fiumi, il mare: tutto era ghiaccio. Gli alberi, alcuni verdi, altri rinsecchiti dal freddo. Una visione intensissima, forse anche per il silenzio che c'era. Spesso percorrendo dei tratti a piedi, l'unico rumore che percepivo era quello dei miei passi che calpestavano la neve, in silenzio nel silenzio.

La gente del posto, per la maggior parte indiani Athabascan, ci apriva le loro case di legno basse dai piccoli camini dove potevamo riposarci, dormire e mangiare qualcosa, chiacchierando amichevolmente, magari con qualche cacciatore che ci raccontava storie incredibili di luoghi dove regnano alci, orsi e lupi. In questi villaggi di poco più di cento abitanti, tutto era ovattato, nessun rumore.

Ricordo le notti buie che ci regalavano fluttuose aurore boreali che si muovevano sinuose e leggere nel cielo sopra di noi. Ricordo gli indimenticabili tramonti di un rosso, giallo, viola, che lasciavano senza parole. Momenti di intensità unica. Risalire fiumi completamente ghiacciati, regalava panorami maestosi. Disegnate da una linea di cime innevate, distese di neve apparivano qua e là tra le montagne a formare altopiani attraversati da valli boscose, mentre il vento soffiava a volte lieve, a volte impetuoso, quasi prepotente.

Mi sentivo libera. La libertà del limite; l'essere consapevole che in un luogo così difficile basta il minimo errore per pagare un prezzo veramente alto. Ho ancora negli occhi i paesaggi e nel cuore la gente del posto, cordiale, umile e gentile, sempre pronta ad aiutarci. Con i miei scatti spero di poter mostrare qualcosa di un luogo dove prima o poi bisogna avere la fortuna di capitare. Ogni fotografia contiene in sé la forza del lavoro che l'ha generata. Per quanto mi riguarda, sono certa di aver portato via un pezzo di Alaska con me.

Chi è
Giorgia Plinio è nata a Rovereto (Trento) nel 1975. Attratta dalla fotografia sin da piccola, dopo il ritrovamento di una vecchia macchina fotografica del padre, inizia a fotografare all'età di 12 anni, prediligendo il b/n e stampando le sue fotografie in una piccola camera oscura. Frequenta un'accademia d'arte con specializzazione in fotografia e dopo il diploma inizia a lavorare in uno studio fotografico come tecnico di laboratorio, continuando a coltivare la sua passione per la stampa oltre che in b/n anche a colori. Appassionata di sport e viaggi, ha al suo attivo pubblicazioni su riviste come Sciare e Triathlete.

Vetrina:
Rory Cappelli Giorgia Plinio

In Alaska ogni anno si tiene la mitica Iditarod, una gara con cani slitta che si snoda su un percorso di 1.800 km da Anchorage sino a Nome. Ho seguito parte di questo percorso come fotografa, non della gara dei cani ma di cinque ragazzi italiani che avrebbero affrontato il percorso chi a piedi, chi con la mountain bike. Una gara estrema chiamata Alaska Ultrasport.
Gli atleti viaggiavano in completa autosufficienza, portando con sé il minimo indispensabile e spedendo, tramite dei piccoli aerei, pacchi con cibo e vestiti di ricambio in punti strategici da loro scelti lungo il percorso. Si fermavano a dormire nelle scuole, nelle case della gente dei villaggi o, se prevaleva il sonno sulla fatica, nei sacchi a pelo lungo il tragitto. Io li ho seguiti su una motoslitta ed è stata un'esperienza straordinaria, con il sapore non tanto di una competizione sportiva ma di un vero viaggio.

La mia compagna di viaggio - per un ambiente con temperature che potevano scendere sotto i - 40 gradi - è stata una Nikon FM3A, con uno zoom 80/200, una macchina robusta e precisa, d'altronde non avrei potuto affidarmi a qualcosa di totalmente automatico, pile e alimentatori esterni col freddo avrebbero potuto abbandonarmi da un momento all'altro. Il mio bagaglio fotografico è stato leggero per scelta. l'idea di togliere spesso i guanti per cambiare ottiche oltre che pellicola mi faceva rabbrividire. Ho usato pellicole 200 asa per agevolare la ripresa, montando perennemente sull'obiettivo un filtro Skylight per poter ristabilire un equilibrio cromatico, diminuendo le forti dominanti blu date dal cielo sereno riflesso sulla neve e dalle zone d'ombra, preferendo sovresporre di un paio di stop per compensare la sottoesposizione che sarebbe stata provocata dal tanto bianco della neve.

Il giorno dello start il tempo era soleggiato e faceva molto freddo, nei giorni successivi ci siamo spesso imbattuti in bufere e nebbia. Il paesaggio mutava sotto i miei occhi di continuo: uno scenario a volte incantevole, a volte spaventoso, un deserto bianco, una distesa infinita, i laghi, i fiumi, il mare: tutto era ghiaccio. Gli alberi, alcuni verdi, altri rinsecchiti dal freddo. Una visione intensissima, forse anche per il silenzio che c'era. Spesso percorrendo dei tratti a piedi, l'unico rumore che percepivo era quello dei miei passi che calpestavano la neve, in silenzio nel silenzio.

La gente del posto, per la maggior parte indiani Athabascan, ci apriva le loro case di legno basse dai piccoli camini dove potevamo riposarci, dormire e mangiare qualcosa, chiacchierando amichevolmente, magari con qualche cacciatore che ci raccontava storie incredibili di luoghi dove regnano alci, orsi e lupi. In questi villaggi di poco più di cento abitanti, tutto era ovattato, nessun rumore.

Ricordo le notti buie che ci regalavano fluttuose aurore boreali che si muovevano sinuose e leggere nel cielo sopra di noi. Ricordo gli indimenticabili tramonti di un rosso, giallo, viola, che lasciavano senza parole. Momenti di intensità unica. Risalire fiumi completamente ghiacciati, regalava panorami maestosi. Disegnate da una linea di cime innevate, distese di neve apparivano qua e là tra le montagne a formare altopiani attraversati da valli boscose, mentre il vento soffiava a volte lieve, a volte impetuoso, quasi prepotente.

Mi sentivo libera. La libertà del limite; l'essere consapevole che in un luogo così difficile basta il minimo errore per pagare un prezzo veramente alto. Ho ancora negli occhi i paesaggi e nel cuore la gente del posto, cordiale, umile e gentile, sempre pronta ad aiutarci. Con i miei scatti spero di poter mostrare qualcosa di un luogo dove prima o poi bisogna avere la fortuna di capitare. Ogni fotografia contiene in sé la forza del lavoro che l'ha generata. Per quanto mi riguarda, sono certa di aver portato via un pezzo di Alaska con me.

Chi è
Giorgia Plinio è nata a Rovereto (Trento) nel 1975. Attratta dalla fotografia sin da piccola, dopo il ritrovamento di una vecchia macchina fotografica del padre, inizia a fotografare all'età di 12 anni, prediligendo il b/n e stampando le sue fotografie in una piccola camera oscura. Frequenta un'accademia d'arte con specializzazione in fotografia e dopo il diploma inizia a lavorare in uno studio fotografico come tecnico di laboratorio, continuando a coltivare la sua passione per la stampa oltre che in b/n anche a colori. Appassionata di sport e viaggi, ha al suo attivo pubblicazioni su riviste come Sciare e Triathlete.

Vetrina:
Rory Cappelli Giorgia Plinio