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A glimpse at Photo Vogue, Roma

L'attività della Galleria del Cembalo, nuovo spazio espositivo aperto nel cuore antico di Roma a Palazzo Borghese, tra piazza di Spagna e il Tevere, ha come elemento centrale la fotografia e il suo dialogo con le altre forme di espressione artistica. A inaugurare la Galleria (diretta da Paola Stacchini Cavazza in collaborazione con Mario Peliti) la mostra Passaggi, curata da Giovanna Calvenzi, che - attraverso le opere di dodici fotografi suddivise in cinque grandi sale - si propone (fino al 28 settembre) di indagare il tema della discontinuità, della necessità di cambiamento di linguaggio o di visione, distintivo del lavoro di ognuno di loro. Alla concezione dell’autore sempre identico a se stesso, che maturando uno stile riconoscibile sviluppa un unico modo di raccontare la realtà, caratteristica della fotografia umanistica e di parte della cultura del reportage, si contrappongono, nella produzione della fotografia di ricerca, la necessità del rinnovamento, la comparsa di momenti di passaggio e talvolta di crisi, il superamento dei modelli, l’utilizzo di nuove tecnologie.


© Paolo Ventura, Behindthewalls 3, 2011

Le opere in mostra testimoniano mutamenti radicali rispetto a esperienze precedenti, aggiustamenti di visione, migrazioni cromatiche oppure spostamenti dall’interpretazione alla manipolazione della realtà o, ancora, cambiamenti del vissuto quotidiano dell’autore che si traducono in fotografia: un panorama ampio, che si propone di stimolare nel visitatore la comprensione dei modi della creazione, dell’elaborazione dell’immagine, dell’iter progettuale di ogni singolo artista. In questa chiave, per ciascuno degli autori – Olivo Barbieri, Gabriele Basilico, Antonio Biasiucci, Luca Campigotto, Silvia Camporesi, Mario Cresci, Ugo Mulas, Alice Pavesi, Paolo Pellegrin, Francesco Radino, Moira Ricci, Paolo Ventura – la mostra presenta due diverse serie di lavori, in modo che il ‘passaggio’ dall’una all’altra racconti l’attitudine della fotografia di ricerca a porsi in modo sempre differente rispetto a se stessa e ai suoi soggetti.


© Ugo Mulas, Marcel Duchamp 10, 1965

Questo mostrano la storica serie di foto newyorchesi di Ugo Mulas, dedicate a Marcel Duchamp (1964-1965), e gli still-life, su corpo di donna, dei gioielli d’artista creati da Arnaldo Pomodoro (1968). Questo accade in ciascuno degli altri casi: Mario Cresci è presente in mostra con tre serie (1964, 1975-2011, 2013) che indagano, ciascuna da punti di vista diversi, il rapporto tra rappresentazione del reale e immagine astratta; Gabriele Basilico con le imponenti vedute urbane di Shanghai (2010) contrapposte alla dimensione dell’edificio singolo, al silenzio dei padiglioni deserti della Biennale di Venezia (2012); Francesco Radino con un lavoro che ha per protagonista una visione potente e monumentale delle turbine di centrali elettriche (1984) e uno di sguardo europeo su un Giappone intimista (1999); Olivo Barbieri con alcune delle sue note vedute aeree nelle quali la realtà dei luoghi sembra diventare l’immagine di un plastico (2007), e con scorci metropolitani sui quali si innestano interventi grafici successivi (2011); Paolo Pellegrin con la differente serialità, in entrambi i casi giapponese, di alberi che disegnano sul cielo e passanti che emergono dal nero (2010).


© Paolo Pellgrin, Trees, 2010

Antonio Biasiucci con una serie incentrata sui dettagli di interni contadini del casertano (1982-1985), e una dedicata all’impasto vorticoso del pane (1990-1991); Luca Campigotto con le visioni del porto di Marghera immerse nel nero (1996) contrapposte a una Chicago-Gotham City a colori (2007); Paolo Ventura con una ricostruzione della guerra civile americana di artefatto realismo (2010), accostata ad autoritratti inseriti in scenografie di rarefatti spazi urbani ricche di citazioni pittoriche (2011); Silvia Camporesi con una serie di autoritratti che hanno la temperatura e l’estetica degli anni Trenta (2006), e una di surreali, stranianti visioni di della laguna veneziana (2011); Moira Ricci con manipolazioni pre e post-fotografiche del reale tanto nei suoi teatrini domestici di affettuosa memoria (2001), quanto nell’auto-rappresentazione fantastica e dolorosa delle proprie memorie (2004-2013); Alice Pavesi con l’approccio diverso, ma affine nella costruzione dell’immagine, che contrappone il sofferto bianco e nero con cui ritrae donne etiopi che hanno subito violenza (2009) a foto di moda realizzate in un contesto di ricercata semplicità ambientale (2012).


© Alice Pavesi, Attese, 2012

Passaggi offre anche uno sguardo sull’evoluzione di una cultura del mezzo fotografico in cui i legami, i rimandi, i richiami – i passaggi – non sono solo quelli interni ai due lavori di ciascun autore, ma connettono in vario modo molte delle esperienze in mostra, descrivendo un percorso della fotografia italiana movimentato e non lineare che ne tocca la storia, il presente, le non preconizzabili prospettive.


© Olivio Barbieri, The Waterfall Project, IGUAZU, 2007

Olivo Barbieri: «Con le serie Stadi 1999 e India 1999, ho iniziato a realizzare immagini parzialmente sfocate.
 Presi questa decisione perché mi ero stancato della presunta definizione democratica della fotografia. Volevo poter decidere quale fosse, all’interno dell’immagine, il punto di interesse, come in una pagina scritta decidere dove iniziare la lettura». Gabriele Basilico: «Quello che mi interessa in modo costante, quasi ossessivo, è il paesaggio urbano contemporaneo, il fenomeno sociale ed estetico delle grandi, rapide, incontenibili trasformazioni in atto nelle città del pianeta e penso che la fotografia sia stata, e continui forse a essere, uno strumento sensibile e particolarmente efficace per registrarlo». Antonio Biasiucci: «
L’inizio, a 18 anni, senza una identità e il privilegio di possedere un apparecchio fotografico e farlo diventare uno strumento per delle risposte adolescenziali complesse. Il filo di Arianna è il tentativo di riprendersi il filo della vita rivisitando con la fotografia quei segni, quei luoghi di un vissuto proprio rifiutato.


© Luca Campigotto, Marghera, 1996

Luca Campigotto: «La lentezza vagamente cerimoniosa della macchina in grande formato montata sul cavalletto mi è sempre piaciuta e, oggi come ieri, cerco di costruire un’immagine potente, che abbia anche una forma di classicità che duri nel tempo, al di là delle mode. Cerco sempre di combinare la tensione compositiva dell’inquadratura con la forza suggestiva di un colpo di luce». Silvia Camporesi: «Pensare ad altro, possibilmente di molto distante, un soggetto che non ha nulla a che fare con quanto già trattato e che mi imponga un procedimento e uno stile diversi. Questa alternanza è un elemento fondamentale del mio modus operandi, un pieno e un vuoto che si rincorrono, un movimento evolutivo del pensiero creativo. Toccare qualcosa ed esplorarlo fino in fondo, poi andare altrove». Mario Cresci: «Penso al mio lavoro, come a un percorso circolare dove il cambiamento sia di volta in volta non un passato superato, ma la possibilità di una reinterpretazione futura. E la discontinuità non sia un’interruzione, ma una sospensione perché nella circolarità il presente può coniugarsi a elementi di ogni tempo».



© Sivia Camporesi, Fantasmi, 2011

Ugo Mulas: «Quando si fa un ritratto a una persona, si può assumere un’infinità di atteggiamenti verso questa persona e farle assumere un’infinità di atteggiamenti verso chi fotografa. Non c’è ritratto più ritratto di quello dove la persona si mette lì, in posa, consapevole della macchina e non fa altro che posare». Alice Pavesi Fiori: «Mi piace pensare al mio lavoro come a un racconto corale, a una trama di immagini che tiene insieme tante storie affiancate, intrecciate, anche forse qua e là discordanti fra loro. Affronto da sempre temi molto diversi, procedo con il sistema dei vasi comunicanti fra i vari ambiti della fotografia, faccio incursione nella moda e sono profondamente toccata dal ritratto». Paolo Pellegrin: «Buona parte del mio lavoro è rivolta alla documentazione di scenari di guerra, o comunque caratterizzati da forte tensione. Alzare gli occhi e fotografare ‘soltanto’ dei rami, rivolgendo lo sguardo verso l’infinito, è il tentativo magari catartico di cercare un momento di pace».


© Francesco Radino, Shimane, 1999

Francesco Radino: «necessità di far vivere le immagini insieme ai concetti di entropia e partecipazione, elementi in grado di mitigare le fatiche della condizione umana e assecondare il fluire del tempo.
 Non più osservatore esterno, ma infinitesima parte del tutto, testimone dei cambiamenti, di se stessi e del mondo, attraverso l’esperienza dei luoghi».
 Moira Ricci: «Ho realizzato un personale album di famiglia ma se nel primo ho reinterpretato i ritratti che mia madre mi ha scattato in varie età e ho ripopolato gli ambienti con tanti ricordi sovrapposti, nel secondo sono intervenuta nel passato di mia madre per creare un dialogo, una sorta di collisione temporale tra presente e passato nella quale il mio ricordo di quel particolare momento non esisteva». 
Paolo Ventura: «Mi piace cambiare spesso. Le idee di come cambiare mi arrivano per strani percorsi sempre fortuiti o accidentali.
 Ogni volta che cambio modo di lavorare, anche leggermente, il lavoro precedente mi sembra brutto e vorrei buttarlo. È sempre così e spero che lo sia per sempre».


© Gabriele Basilico, Shanghai, 2010

 

Chi sono

Giovanna Calvenzi, dopo avere insegnato per undici anni storia della fotografia in un istituto professionale milanese, dal 1985 è photo-editor e ha collaborato con diversi periodici italiani. Dal 2012 è consulente per l’immagine della Periodici San Paolo. Insegna photo-editing e svolge un’intensa attività di studio sulla fotografia contemporanea.


Paola Stacchini Cavazza ha intrapreso studi scientifici, laureandosi in Fisica presso L’Università degli Studi di Roma La Sapienza. Restando nell’ambiente accademico, negli anni dal 1989 al 1992 ha portato a termine il corso di Dottorato di Ricerca presso la Facoltà di Ingegneria della medesima università. Dal 1992 è Consigliere della Sezione Lazio dell’Associazione Dimore Storiche. 


Mario Peliti, di formazione architetto, nel 1986 ha fondato, con sua sorella Francesca, Peliti Associati, casa editrice specializzata nella fotografia d’autore che negli anni ha ampliato le sue competenze divenendo anche agenzia di relazioni pubbliche. Ha ideato lo European Publishers Award for Photography, esempio di collaborazione internazionale tra editori indipendenti, che nel 2013 celebra la ventesima edizione. È l’unico editore occidentale ad aver commissionato un libro a Helmut Newton. Dal 1995 al 2003 ha diretto la Galleria Minima Peliti Associati, uno spazio di soli ventitré metri quadrati che per alcuni anni ha rappresentato ‘il luogo’ della fotografia a Roma.

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