Intervista ad Antonio Saba

A cura di: Dino del Vescovo


Fotografo professionista da oltre trent'anni, Antonio Saba, cagliaritano di nascita, vive a Dubai dove la sua fotografia pubblicitaria, incentrata sulla continua ricerca del bello e del sogno, può esprimere al massimo il suo potenziale. Annovera fra i suoi clienti alcune delle più importanti catene alberghiere a livello internazionale per le quali realizza immagini dallo stile inconfondibile, a metà strada fra l'onirico e il surreale.
Nikonista dai tempi della pellicola, è oggi uno dei più entusiasti utilizzatori della nuova Nikon D850 che con piacere affianca, nel lavoro di ogni giorno, anche a banchi ottici e a vari illuminatori artificiali. Ha di recente pubblicato un libro, Chasing Beauty, curato da Vittorio Sgarbi e Cristina Mazzantini, che raccoglie i suoi scatti più belli degli ultimi dieci anni. Fra le sue principali fonti di ispirazione, sia quando è alle prese con la macchina fotografica, sia quando prova a rilassarsi un po', vi è la musica. Ama la cucina libanese.

Con quali generi fotografici sei attualmente impegnato?

Nei trent'anni di attività professionale che ho alle spalle - la mia carriera inizia nel 1987 - ho attraversato diverse stagioni. Oggi lavoro per l'industria dell'hospitality e del lusso, quindi per importanti catene alberghiere come The Peninsula e Waldorf Astoria, realizzando per le loro campagne pubblicitarie sia immagini di architettura classica, sia evocative, i cosiddetti "hero shot". La foto dell'angelo che atterra su un balcone dell'Hotel Shangri-La di Dubai, con sullo sfondo il famoso Burj Khalifa, il grattacielo più alto del mondo, è stata per esempio utilizzata dall'azienda cinese per la sua comunicazione internazionale. La credibilità acquisita negli anni mi permette di avere carta bianca, da parte dei clienti, proprio sulle immagini come dire più "azzardate". Io propongo le mie idee e i miei progetti che il più delle volte vengono accolti con entusiasmo senza che nessuno fissi dei paletti o ponga dei vincoli.

Come potremmo definire il tipo di fotografia pubblicitaria che esprimi?

Ho intitolato la terza sezione del mio ultimo libro "Onirismo" per evocare la "fotografia dei sogni". Che poi è quella che mi piace di più e che intendo esprimere anche nei prossimi anni. Potrei quindi definirla "immaginata", simile nello stile a quella di Gregory Crewdson, anche se meno malinconica e più ironica.
Come appena detto, sono i miei clienti a chiedermela: vedi, per esempio, la foto in cui una Roll Royce degli anni 30 è ferma davanti all'ingresso dell'hotel The Peninsula di Tokyo.

Come credi sia cambiata la fotografia in questi ultimi anni?

Se penso ai tempi in cui ho iniziato a fare il fotografo, dopo essermi diplomato all'Istituto Europeo di Design, non posso che affermare che da allora il mondo della fotografia e il modo di fotografare sono cambiati radicalmente. Si lavorava in pellicola e io, in particolare, l'ho fatto fino al 2006, sia con reflex Nikon, sia con il medio e grande formato. Ho atteso che si superassero i 6 megapixel di risoluzione prima di passare al digitale. Quando però mi sono deciso, e ricordo che la mia prima digitale è stata una Nikon D2x da 12 megapixel, ho ottenuto benefici insperati. In quegli anni la mia fotografia è migliorata moltissimo e come professionista ho raggiunto un livello di maturità superiore.

Oggi si fotografa molto e si comunica più per immagini che attraverso le parole. Cosa pensi di questo trend?

È difficile chiamare fotografia, così come la intendiamo noi fotografi professionisti, quell'insieme infinito di scatti che ogni giorno viene condiviso on-line. È più un qualcosa che si usa e si getta che una fotografia destinata a lasciare un segno nel tempo. La cultura del selfie permette solo di guardarsi allo specchio, ma non fa alcuna attenzione alla composizione e alla creazione delle immagini. Vedo inoltre un uso smodato di filtri digitali per migliorare l'estetica degli scatti quando questi sono già in partenza sbagliati. Ecco, per me sono soltanto immagini del momento, non fotografie. Fotografare significa pensare prima di scattare, comporre le inquadrature, creare qualcosa che duri nel tempo e che sappia raccontare.

Perché vivi a Dubai?

A un certo punto della mia carriera, ho sentito la necessità di trasferirmi in una città dove la mia specializzazione fotografica sarebbe stata al centro del mercato. Dubai è probabilmente la capitale mondiale del turismo se parliamo di nuovi alberghi e strutture ricettive. Quale città più di Dubai, quindi, mi avrebbe consentito di vivere a contatto diretto o indiretto con i miei potenziali clienti? Al di là delle opportunità che può regalare, è anche una città vivibile, adatta a fare impresa grazie a una pressione fiscale molto limitata. La qualità della vita è alta, si va al mare per tutto l'inverno, la criminalità è inesistente. Negli ultimi anni non c'è stato un solo borseggio in metropolitana. Forse ciò che le manca al momento è quell'anima culturale che si respira invece nelle nostre città europee.

Quanto conta la qualità di un servizio fotografico nel veicolare un messaggio pubblicitario?

Moltissimo. Le immagini rappresentano la vetrina che ogni hotel mostra agli occhi dei suoi clienti. Al contrario, ritengo che servizi fotografici di scarsa qualità, se non amatoriali, debbano essere evitati. È capitato che i miei clienti mi abbiano commissionato anche immagini con taglio Instagram, cioè destinate alla sola condivisione tramite social network. Questo per far capire quanta attenzione è riservata alla comunicazione visuale.

Annoveri altri genere fotografi nella tua carriera presente e passata?

Fotografo anche paesaggi e bellezze naturali per promuovere il turismo di alcuni stati. Sono stato per esempio fotografo ufficiale per la campagna mondiale del Costa Rica. In misura minore faccio anche fotografia di food, sempre per il mondo hospitality. Passando agli altri generi, mi sono dedicato in passato alla fotografia industriale mentre oggi realizzo scatti Fine Art destinati alla vendita privata e in edizione limitata. La foto dell'angelo che atterra su un balcone dell'Hotel Shangri-La di Dubai, con sullo sfondo il famoso Burj Khalifa, il grattacielo più alto del mondo, mi rappresenta molto come fotografo Fine Art. Ricordo infine con piacere il servizio fotografico realizzato alcuni anni fa nei laboratori del Cern di Ginevra dal quale è poi nato il libro fotografico "Un milionesimo di secondo dopo il Bang Gang".

Da quanto tempo sei nikonista?

Se consideriamo il piccolo formato, da quando sono professionista ho sempre e solo usato Nikon. Ciò mi ha permesso di collezionare ottiche nel tempo che tutt'oggi uso con molta soddisfazione, come un 85mm f/2.0 e un 18mm f/2.8. Nikon è infatti l'unica azienda che ha conservato intatto nel tempo l'attacco baionetta F-mount.

Con quale corpo macchina e con quali obiettivi stai lavorando?

In questi ultimi anni ho lavorato con la D810, ma a gennaio 2018 ho comprato la nuova D850, macchina che considero davvero incredibile. Posso senza dubbio affermare che la Nikon D850 è la migliore reflex che abbia mai preso in mano. Da perfezionista quale sono, non amo scattare ad alti ISO. Difficilmente infatti spingevo la D810 oltre i 400 ISO. Con la D850 ho scoperto invece un nuovo modo di fare fotografia: i file, anche a 800 ISO sono ottimi e nonostante utilizzi degli illuminatori Profoto B1 per schiarire la luce naturale, apprezzo la possibilità di incrementare la sensibilità del sensore della D850 senza perdere minimamente in qualità. E poi è piccola, poco ingombrante e facile da trasportare anche in aereo.

Quanto agli obiettivi, i miei preferiti sono l'AF-S Nikkor 50mm f/1.4G e l'AF-S 85mm f/1.4G. Del primo in particolare sono già al terzo esemplare: lo uso tanto da consumarlo (ride, ndr).
A questi aggiungerei anche il il PC-E Nikkor 24 mm f/3.5D ED, per la fotografia di interni, e l'AF-S Micro-Nikkor 105mm f/2.8G IF-ED VR. Sto inoltre pensando di comprare l'AF-S Nikkor 58mm f/1.4G incuriosito, lo ammetto, anche dal suo costo piuttosto elevato.

C'è un genere fotografico con il quale non ti sei mai cimentato ma che trovi interessante?

Non ho mai fatto fashion puro cioè fotografia di moda finalizzata alla promozione di abiti e accessori. Credo che la mia fotografia possa prestarsi anche a questo ambito e, con un approccio ai dettagli più curato, diventare fotografia di moda. Il giorno in cui arriverà l'occasione la coglierò senz'altro al volo.

Hai pubblicato un libro di recente, Chasing Beauty. Di cosa tratta?

Il titolo Chasing Beauty, ossia "Caccia alla bellezza" dice tutto. L'idea nasce da una chiacchierata avuta alcuni mesi fa con l'entourage di Vittorio Sgarbi il quale mi ha suggerito di raccontare la mia fotografia, vera arte dal suo punto di vista, attraverso un libro. Abbiamo quindi selezionato le fotografie più belle degli ultimi 10 anni a cui ne ho aggiunte altre scattate esclusivamente per la sua realizzazione, per un totale di settantacinque. Il libro è edito da Mondadori ed è stato presentato a Milano, presso Rizzoli Galleria, lo scorso 6 marzo 2018. Molte immagini contenute al suo interno sono state ottenute con macchine reflex Nikon. È scritto in italiano e in inglese.