Pietro Di Giambattista

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Mondi al margine

Pietro Di Giambattista è uno dei fotografi italiani premiati del World Press Photo 2002. La sua immagine in b/n di una bambina di un campo nomadi alla periferia di Roma è la terza classificata della sezione "Portraits".
Ma non lavora per agenzie o testate blasonate come Magnum, Contrasto o Life. Lavora per una piccola vivacissima agenzia romana, la Graffiti Press (che è anche scuola di fotografia, diretta da Gianni Pinnizzotto), si è accostato alla fotografia "molto tardi, a farla seriamente sui 38 anni, adesso ne ho 45", ha una formazione da autodidatta e una grande passione per la fotografia sociale. Persone marginali, campi nomadi, barboni, orfanotrofi. Sguardi gli ha chiesto di raccontare il suo modo di fotografare ed entrare in relazione con i suoi soggetti.

Com'è nata la tua passione per il reportage sociale?
Prima facevo paesaggio. Da fotoamatore, ma con buoni risultati: una volta ho vinto anche un concorso nazionale. A un certo punto, però, mi ero un po' stufato di fare il solitario, perché fare paesaggi ti porta ad andare in giro sempre da solo. All'epoca compravo le riviste, i libri fotografici, avevo visto il lavoro di Eddie Ephraums e mi era piaciuto molto: era un po' l'Adams del 35 mm.
Ho frequentato un workshop al Twp con lui che mi è piaciuto molto. E lì ho conosciuto Antonin Kratochvil, ho visto i suoi reportage e sono rimasto fulminato. Ho cercato una scuola a Roma che facesse reportage sociale e ho trovato la Graffiti. Poi ho fatto altri workshop con Paolo Pellegrin, con Francesco Zizola, e devo dire che mi sono serviti molto, perché ho fatto un'escalation molto rapida. Probabilmente io avevo già delle cose dentro e loro le hanno tirate fuori.

E a cosa sei arrivato?
All'interno del reportage io faccio un distinguo. C'è la fotografia molto letterale, descrittiva. E la fotografia dove ci stanno sensazioni, dove c'è un approfondimento, c'è un contatto con le persone ritratte, che in qualche senso a me ricorda la pittura. Per me è importante che nelle foto ci sia vita, movimento, l'elemento umano. Prima nei paesaggi non c'era mai. Infatti, da questo punto di vista, io ritengo il paesaggio un po' morto, asettico. Se rifacessi paesaggio oggi inserirei anche solo le ombre, la mia ombra.

Il b/n aiuta questa ricerca?
Sì, anche il colore a volte. Ma il b/n di più. Perché riesce a cogliere meglio le sensazioni dell'anima, delle situazioni particolari. Anche perché il chiaroscuro è interpretabile, si può lavorare meglio dopo, nella camera oscura, per restituire l'emozione che avevi cercato nello scatto.

Quali obiettivi prediligi?
Uso 24, 28, 35 e raramente il 50 mm. Non mi spingo sotto il 24, che tra l'altro uso poco perché distorce troppo. Preferisco usare diaframmi abbastanza aperti per poter lavorare con gli sfocati e, se sono in paesaggi abbastanza ampi, scelgo un'apertura di 8 o 11 e so che da una certa distanza a un'altra ho tutto a fuoco e poso lavorare abbastanza tranquillo in iperfocale.

Quanto è importante per te la tecnica?
L'importante è il linguaggio, l'inquadratura. La tecnica è necessaria, ma non deve essere fine a se stessa. È meglio sbagliare l'esposizione piuttosto che la composizione, che è la cosa più importante.

Questo premio ha cambiato qualcosa?
Non mi sono di certo montato la testa. Prima non mi conosceva nessuno. Ora c'è stata qualche intervista, e poi dei contatti per il libro che vorrei fare sul lavoro sui campi nomadi.


Com'è nato il reportage sui campi nomadi?
Dopo i workshop ero entrato in crisi. Non mi piaceva quello che facevo, né come lo facevo. Ero lì lì per abbandonare la fotografia. Mi sono messo alla ricerca di un soggetto su cui lavorare, sia per entrare profondamente in contatto con il soggetto, sia per trovare un linguaggio fotografico mio.
Avevo capito che per maturare un proprio linguaggio, per crescere, ci vuole tempo.
Ho scelto il mondo dei nomadi perché è un mondo che mi ha sempre affascinato. Avevo una visione abbastanza romantica di quel mondo, ora so che non è così. Però ancora oggi, ogni volta che entro in un campo nomadi, con questi paesaggi abbastanza grandi, con il degrado, sento qualcosa, forse una reminiscenza chissà. Non so nemmeno io che cosa ho cercato andando lì, avrà a che vedere con qualcosa che mi porto dentro.

In quanto tempo hai sviluppato il reportage?
Un anno, a parte i contatti. Ci andavo soprattutto il fine-settimana, ma a volte anche durante la settimana. Soprattutto la mattina, fino alle dieci e mezzo-undici, poi c'era troppa luce. Inizialmente è stata un po' dura, sai ci sono degli equilibri interni da rispettare, a volte devi fare i conti con vere e proprie faide. E poi ce l'hanno a morte con i giornalisti, spesso sono state pubblicate vere idiozie su di loro.
Ho dovuto spiegarmi più volte: "non pubblico questa cosa, questa è una ricerca personale". Tutta questa esperienza con i marginali, con persone che hanno certi problemi, mi ha maturato molto anche umanamente. Mi ha dato anche delle bastonate, mi ha fatto vedere miei difetti nel relazionarmi con gli altri. Ha fatto scattare anche delle molle interiori.


Quasi un'auto-analisi attraverso l'immagine…
Sì e attraverso le persone, pure. Perché, fotografando, capti anche delle sensazioni, delle sofferenze, che a volte diventano pure tue. Ti dico una cosa: io ho fotografato sicuramente gli sfigati perché mi sentivo sfigato pure io in quel momento.
Non penso che sia un caso se ho scelto di fotografare quelle persone e non altre. Cercavo un po' anche me stesso. A livello interiore, ci capivamo molto bene. È strano, ma è così.
Voglio continuare a occuparmi di marginali, di nomadi e barboni, anche perché ho ancora delle cose personali da risolvere e le vado a ritrovare in queste persone. Sai, se potessi fare un'altra vita farei il barbone. Perché quella condizione ti dà uno stato di libertà personale che non hai. Perché le diecimila cose che devi fare ti distraggono da quello che sei. Noi, alla fine, non siamo liberi per niente. Loro forse sì.

L'Agenzia di Fotogiornalismo Graffiti Press è stata fondata da Gianni Pinnizzotto alla fine degli anni Settanta. Al suo interno operano, oltre che fotoreporter professionisti (come Pietro Di Giambattista, vincitore del terzo premio nella sezione ritratti del World Press Photo Contest 2002), alcuni allievi della Scuola di Fotogiornalismo Graffiti Press che da oltre quindici anni propone corsi di vario livello, con lezioni teoriche e pratiche.
I reportage all'estero consentono agli allievi dei seguire corsi di fotografia avanzata e di fare esperienze dirette sul campo, con un occhio particolare alle problematiche sociali. Dal 22 marzo al 22 maggio 2002 il Museo Pigorini di Roma ospita la Mostra "India, Impatti visivi", una selezione di oltre 150 fotografie in bianco e nero e colore risultato del reportage fotografico realizzato dagli allievi della Scuola in India.

Per saperne di più: www.graffitipress.it