Intervista

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Luce e meraviglia, tra cinema e fotografia
Andrea Foschi

Andrea Foschi è un artigiano della luce. È fotografo, regista e direttore della fotografia per il cinema documentario. Romina Marani gli ha posto per Sguardi alcune domande attorno al suo lavoro, alla fotografia applicata video, all’uso della tecnica, degli insegnamenti dei maestri e delle geografie della luce.

© Andrea Foschi
I racconti della Drina, copertina

Fotografo, regista, direttore della fotografia? Come ti definisci? In che ruolo ti identifichi?
Non mi riconosco in un ruolo, forse mi riconosco solo nel nome, nel cognome che porto. Ma so cosa cerco: la meraviglia. Mi piace ancora meravigliarmi, trovare nelle persone, nei luoghi un qualcosa che risvegli il senso del mio vivere, del nostro esistere. E vorrei usare i mezzi (la fotografia, il cinema) per trasmettere questo a più persone possibile. Un ruolo: mediatore. Questo vorrei essere, e il più possibile: osservatore silenzioso.

Lavori ancora come fotografo? Oppure ti dedichi completamente alla regia e alla fotografia per cinema documentario?
Al momento la fotografia occupa lo spazio più privato della mia vita: i viaggi, la famiglia, la mia ricerca personale. A essa mi dedico per mesi e mesi durante la preparazione dei film. Ma il cinema documentario è lo strumento che al momento uso di più, per ragioni anche di libertà: scarso controllo, pochi vincoli, mancanza di schemi, forse perché un genere più di nicchia. E poi, la produzione di un film dura per anni: anni che mi permettono un lavoro di pensiero, di ricerca, di verifica enorme. Tempo, tempi lunghi, per non andare a scapito della qualità. La qualità del pensiero. Questo la fotografia me lo permette sempre meno. Quindi la mia macchina fotografica continua ad accompagnarmi, ovunque, ma noi non lo diciamo a nessuno.

© Andrea Foschi
I racconti della Drina, preparazione

Di cosa si occupa principalmente il direttore della fotografia nel cinema e nel cinema documentario?
Di dialogare molto con tutti, in primo luogo con il regista, per trasformare il sogno di uno in un sogno di tutti. Nel cinema tradizionale il ruolo del direttore della fotografia è molto preciso: si occupa del suo reparto, dà le luci, supervisiona la ripresa. A sua volta il regista fornisce l’inquadratura, che eventualmente verrà perfezionata dal direttore, e decide piani, azioni, movimenti che debbono essere ripresi. Normalmente, regista, direttore della fotografia e operatore sono ruoli ricoperti da persone diverse. Nel documentario, soprattutto in gran parte del documentario contemporaneo, principalmente per ragioni economiche, le cose vanno diversamente: spesso le due/tre figure coincidono. D’accordo, non solo per ragioni economiche, ma spesso. Va considerato che di frequente, in un set, non c’è possibilità di lavorare come vorremmo alla preparazione di tutto: decoupage, inquadrature, ecc. E questo spesso comporta che il regista, trovandosi a dover affidare gran parte di queste scelte al direttore di fotografia, in quanto è occupato a svolgere le mille altre responsabilità che il set comporta, preferisca prendersi carico di tutti i ruoli insieme. Molti registi ovviano a questa difficoltà lavorando con una troupe fissa, che quindi, conoscendone le esigenze, semplificano queste difficoltà. Ma sempre più spesso, soprattutto nel mare di libertà (non sempre positiva) che il documentario offre, molti registi hanno avuto prima esperienze di direzione della fotografia e spesso arrivano proprio da questa professione. Una specie di riscatto delle maestranze, in un territorio in cui certi slittamenti sono per fortuna possibili. La mia stessa esperienza è di questo tipo. Devo ammettere di alternare amore a delusione per questo sistema fluttuante, visto che dietro alla magia si nascondono spesso casualità, incompetenze, improvvisazioni, velleità. Ma non smetterò di amare il cinema documentario per questo.

© Andrea Foschi
I racconti della Drina, preparazione

Quando fotografi senti la mancanza del movimento e del suono?
Il nostro mondo ha poca immaginazione. Un'immagine che non si muove o non produce suono, non per questo non ha movimento, suono, storia. Basta riuscire a ‘guardarla’ (nel senso più visionario del termine), e si vedranno le voci, gli stridii, i canti e i piccoli rumori della notte. È più difficile, ma anche più interessante, a volte. Dunque no, non mi mancano.

Come ti sei formato? Chi sono i tuoi maestri, i tuoi punti di riferimento?
Ho un curriculum di studi molto ordinato. Comunque, quello che ho imparato raramente viene dalle facoltà, dai master, ma da molte persone incontratevi, questo sì. Tutto il resto, dalla vita: infiniti viaggi, continui, stancanti. Migliaia di libri. Pochi film. Tante persone sulla strada. I miei punti di riferimento? Chi mi ha portato a fare questo lavoro? Mio padre e mia madre, che mi hanno prima spinto ad immaginare, e poi permesso di farlo da solo. Il mio insegnante di vita più amato: all'Università di Padova, il Prof. Adone Brandalise, e Walter Rosenblum, che ho potuto frequentare negli anni dell'università. A lui devo una frase che mi ha cambiato la vita. Una volta, a una lezione a dei ragazzi del liceo, disse: “Prima ero così. Non sapevo cosa fare, dove andare, mi sentivo sempre solo. Poi mi misero in mano la mia prima macchia fotografica, e da allora non mi sono sentito più solo”. Luigi Di Gianni, grande professionista, ma soprattutto: uomo immenso. A lui non smetterò mai di dire grazie. Ilaria Fraioli, per avermi fatto capire che forma dare ai miei sogni. Marco Neri e Tommaso Orbi, che, con grandi sacrifici, hanno spesso taciuto le loro emozioni per lasciar vivere le mie. Chiara, la mia compagna, che cura la mia anima e me ne insegna il valore. E che, a ogni mio pensiero di lasciar stare, dice: “No”, cosciente del senso di abbandonare e di resistere.

© Andrea Foschi
I racconti della Drina, preparazione

Ti ho sentito dire ai tuoi studenti che la luce specifica di un luogo lascia impronte significative in chi lo abita. Tu sei nato a Venezia, hai studiato e vissuto a Padova, in Spagna, in Serbia e Bosnia Erzegovina. Che luce hanno questi luoghi in cui hai vissuto a lungo? Che impronta ti ha lasciato la loro luce?
A Venezia, senza rendermene conto, ho imparato per sempre il valore del chiaro-scuro. Guardavo la luce, nascosta tra le calli, salire e scendere, ammorbidirsi per poi imporsi. A Leuca ricordo giornate così terse che mi pareva di poter abbracciare tutto il Mediterraneo, allo stesso tempo leggendo a una a una le increspature del mare. Nel pomeriggio gli uomini attardano il loro rientro a casa: vogliono portare quella luce nei loro sogni. A Valencia per anni ho pranzato allo stesso tavolo, in una piccola piazza, proprio dietro il mercato. Da giugno a settembre, a quell'ora, un raggio si infilava tra i tetti di due case in ombra, attraversando e ferendo le loro facciate in ombra, fino a toccare il suolo. In Bosnia, poi, e nel Sud della Serbia, la luce è così dolcemente violenta e le ombre lunghe al tramonto sono quasi più vere degli uomini. La luce della steppa quando questa è umida, dopo la pioggia, e la nebbia piano piano si apre. E sui fiumi, lì dove meglio si allarga e diffonde: il Tejo, la Dora, il Po, il Nilo, la Sava, Drina, Volga, il Danubio, la Neretva, il Rio della Plata. E poi il mondo, tanti mondi. La luce ci disegna. Disegna il mondo che vediamo, ci imprime per sempre, determinando i nostri stati, le nostre emozioni profonde.

La luce che hai amato di più?
Ho fatto una foto tanti anni fa, durante un funerale pubblico. Un eccidio. Una ragazza seppelliva il padre. Bionda, con riccioli neri. Un cielo cupo, basso, pesante. Proprio mentre la fotografavo (si stava sistemando il velo in testa) un raggio di luce, spiraglio tra le nuvole, la illuminava. Come per indicarla, come per indicare la via del dolore degli uomini. Un dipinto sacro: un'incoronazione, un'annunciazione. Voleva dirle qualcosa questo raggio: “è mattina”? A volte la luce gioca questi scherzi, indica vie di cui non ci accorgiamo.

© Andrea Foschi
I racconti della Drina, sopralluoghi

Che rapporto hai con la luce artificiale?
Credo profondamente nel legame che vi è tra i luoghi, le persone e la luce che li circonda. Un po' mi pare lo stesso per la luce artificiale. Credo che la luce artificiale determini molto del sentire di chi la vive: i lampioni, di notte, che disegnano punti oscuri e illuminano, rendendoli nostalgici, angoli di cui non ci accorgeremmo; una lampada in un angolo della casa, una palla di vetro striato che viene dalla nostra infanzia. Soprattutto nel documentario, anche questo è parte della nostra narrazione. Quindi cerco sempre di rispettare il clima luminoso dei luoghi, soprattutto di quelli più intimi, come le case, portando se necessario piccoli interventi, ma non di più.

Mi è capitato di notare quanto raccomandi ai tuoi studenti a essere attenti alla luce, a immaginarla con la mente prima di tutto. Più che con grandi strumentazioni, a sfruttare un pezzo di cartone per eliminare un riflesso, o un foglio bianco per dar luce a un volto. Quanto è importante la tecnica? Quanto l'equipaggiamento e gli strumenti tecnici?
Nella realtà c'è una perfezione, una bellezza e una perfezione assolute. Basta saperle cercare, che è come dire: saperle ascoltare. Questo vale per la luce, i suoni, le persone. È per questo che mi piace credere che quando andiamo a lavorare, scendiamo sul campo, siano solo piccoli interventi quelli che dobbiamo cercare, piccoli accorgimenti. E che il resto serva a poco. Se c'è qualcosa che vorrei poter insegnare, forse l'unica cosa che conta, è l'amore per la vita. E saperla immaginare, saperla sognare, con la mente, con il pensiero prima, mi sembrano il modo migliore per poi saperne raccogliere i messaggi, e rappresentarli. I mezzi tecnici sono qualcosa da conoscere, alla perfezione. Impararli così bene, per poi dimenticarsi che li stiamo usando, per non permettere loro di prendere il predominio su di noi, cosa che accade sempre più spesso davanti alle nostre insicurezze. Spesso li usiamo per coprirle, diamo al mezzo la parola, per paura di pronunciarne di nostre. Manca un po' di Zavattini a questo mondo: andate per le strade, e tutto verrà da sé.

© Andrea Foschi
I racconti della Drina, sopralluoghi

Quando fotografi, c'è un obiettivo che preferisci, che senti più nelle tue corde? E quando filmi?
50 mm. 50 mm, solamente. O almeno il più che posso. D'altronde, questa ottica vede quanto e come il nostro occhio, l'occhio umano. Lo stesso spazio, la stessa profondità, e costringe a muoversi, a istituire rapporti: se ti voglio vedere da vicino, in primo piano, con questa ottica, mi devo avvicinare a te, come quando voglio parlarti, dirti qualcosa, e questo comporta che probabilmente lo farò: di parlarti, di dirti qualcosa. Il 50 mm, che si chiede di rispettare il nostro sguardo, che ci invita a muoverci, ad avventurarci nel mondo, istituisce relazioni: la base del nostro meraviglioso, e difficile, lavoro. Avrò meno voglia di mentire, quando ti guarderò negli occhi.

Hai lavorato per più di tre anni al tuo ultimo film, “I racconti della Drina”, di cui hai curato sceneggiatura, regia e fotografia. Ora stai avviando un nuovo lavoro che ti porterà a seguire per alcuni anni la crescita di un gruppo di bambini di una scuola materna. Sono questi i tuoi tempi? Hai sempre bisogno di lunghe gestazioni o questa è una casualità? Puoi parlarmi di questo nuovo progetto?
Sì, ho bisogno sempre di tempi lunghissimi. Se fosse possibile: di un tempo infinito, per ogni film. Il film ha bisogno di tempo, come noi, come gli umani, di crescere, di invecchiare, di segnarsi di rughe. E in questo trovo una stretta coincidenza tra la vita del regista e quella dei suoi film. Inoltre, soffro di una forte sindrome di abbandono, e sono terrorizzato dal terminare un film, dal lasciarlo andare, dal poter ammettere che: è cresciuto e dobbiamo guardarlo fare la sua strada. “I racconti della Drina”, da poco terminato, è costato 4 anni di lavoro. E così pure il più breve documentario, di preparazione per un lavoro più ampio, che ho da poco terminato in Grecia: “Xristos Anesti!”. Ora sto cercando di costruire due nuovi progetti, come gli altri legati da un unico filo: l'amore per la propria terra, la ricerca della radice che ci lega, il senso di permanenza, di casa, e quindi di lotta. Di entrambi non ho i nomi, uno sarà un film di forte carattere biografico legato all'infanzia della mia compagna, allo strenuo amore per la terra in cui è cresciuta e che è stata costretta ad abbandonare. L'altro sarà un film sulla crescita, sui primi passi del bambino nella vita sociale e scolastica, dai 3 ai 6 anni, che girerò in una classe di una piccola scuola materna del centro Italia. Film nel mio paese, di nuovo, finalmente. Forse serve andare fuori, stare lontani, per non mentirsi più, per raccontarsi di nuovo le proprie radici. Stiamo pensando ora a un lungo, infinito, film a episodi sull'Italia che nasce e invecchia. Anche questa volta, serviranno anni.


© Andrea Foschi

I racconti della Drina, fotogramma

© Andrea Foschi

I racconti della Drina, fotogramma

So che stai lavorando all’apertura di una scuola di documentario con l'Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico. Come è nato il progetto? A chi si rivolge?
Sì, il bando per le iscrizioni uscito pochi giorni fa. Cominceremo le lezioni a novembre. In merito al senso, i buoni motivi sono infiniti. E credo ruotino tutti attorno al nome che all'unanimità abbiamo desiderato avesse la scuola: Scuola del Cinema Documentario Cesare Zavattini. Zavattini, lo desideravamo. Con un gruppo forte aveva fondato l'Archivio, ne era stato presidente. L'uso del suo nome ci è stato gentilmente concesso dalla sua famiglia. Zavattini è stato un esempio per tutti: un cinema collettivo, senza rivalità, alternativo, o parallelo, a bassi costi, e che quindi si oppone a quello delle grandi produzioni, libero.


Chi è
Andrea Foschi nasce a Venezia nel 1978 e si laurea in Teoria della letteratura a Valencia. Si specializza poi in Filologia Moderna a Padova. Nel 2006 consegue il Diploma biennale in regia del documentario presso la A.C.T. Multimedia di Roma. Dopo aver studiato fotografia in Spagna e in Serbia, dove vive per alcuni anni, nel 2009 torna definitivamente in Italia. È docente di Direzione della Fotografia nel documentario presso la A.C.T. Multimedia di Roma
e presso la Scuola del Cinema Documentario Cesare Zavattini di Roma, nonché per vari corsi e workshop. È regista e direttore della fotografia nel documentario: Roma Residence, I racconti della Drina, Xristos Anesti.


© Andrea Foschi

I racconti della Drina, fotogramma

© Andrea Foschi

I racconti della Drina, fotogramma