Intervista a Francesco Cabras

A cura di: Antonio Politano

La dismisura delle emozioni

Fotografo, regista, ma anche giornalista e attore, Francesco Cabras è in queste settimane protagonista con due mostre personali estremamente diverse tra loro: a Torino, Urban Icons, the Democracy of The Wall (fino al 27 novembre) e Scraps. Quello che resta (fino al 29 dicembre) presso la Galleria Raffaella De Chirico di arte contemporanea; e, a Milano, BDSM, Tecniche di Consolazione a cura di Raffaella De Chirico e Omero Udovich (fino al 22 dicembre presso De Chirico and Udovich Con-Temporary). A Sguardi racconta i suoi progetti, le sue tecniche, la sua ricerca.


BDSM Tecniche di Consolazione © Francesco Cabras

Iniziamo con BDSM, Tecniche di Consolazione. Come si è sviluppato questo progetto?

L’acronimo sta per Bondage Sado Maso e identifica il mondo legato alle pratiche sadomasochistiche, di subordinazione o dominazione. Senza entrare nel merito antropologico di queste attività che hanno una storia antica quanto l’uomo, ciò che mi ha interessato subito è stato l’aspetto psicologico insieme a quello estetico. Da profano, a differenza di quanto mi potessi aspettare frequentando questi contesti, ho capito una cosa apparentemente paradossale: non c’è violenza, aggressività, né atteggiamento di sopraffazione in qualche modo lesivo tra chi si riunisce per condividere il BDSM. Parlo di ciò che ho visto, ovviamente, ma se vai in qualsiasi discoteca, in qualsiasi parte del mondo, la tensione o la prepotenza, ad esempio negli approcci interpersonali, è decisamente superiore e spesso molesta. Queste serate invece sono consumate da persone che condividono pulsioni simili e l’atmosfera, direi, è molto serena in un certo senso.


BDSM Tecniche di Consolazione © Francesco Cabras

Cosa ti ha colpito di più e hai cercato di conseguenza di fermare nelle immagini?

Ciò che mi è arrivato di più è l’aspetto di accudimento, di tenerezza e di accoglimento che sempre intervalla e conclude le pratiche di quel tipo. Da qui il titolo, tecniche di consolazione. Insomma mi è parso evidente che almeno uno dei cardini centrali di quegli scambi fosse un modello affettivo relazionale assimilabile a quello madre-figlio, genitore-figlio, cioè punizione, perdono, amore, attenzione. Forse si tratta di psicologia troppo spicciola, ma quell’aspetto mi ha toccato e ho provato a ritrarlo cercando di rifuggire le seduzioni voyeuristiche. C’è una bellissima e tristissima canzone d’amore di Lucio Dalla che diceva «farsi del male per potersi con dolcezza perdonare». È una frase che mi colpì quando la sentii la prima volta, da bambino. E oggi ha acquisito un ulteriore senso. Per dire una sacrosanta banalità, la vita è bella perché è varia.

Come sei riuscito a entrare in quell’ambiente?

Inizialmente è nato tutto mio malgrado e grazie all’intuizione di un amico, Luca De Dominicis, imprenditore genialoide decisamente illuminato. Attraverso lui sono stato introdotto agli incontri del Ritual, serata culto della scena italiana underground legata al BDSM organizzata da Tiziano Rizzuti, il leader della band Jesus was Homeless. Non ero attratto da quel contesto, ma De Dominicis insisteva dicendo che il mio sguardo sarebbe stato in grado di cogliere oltre le apparenze. Non so se questo sia poi avvenuto, ma sono stato senz’altro catturato dagli aspetti cui accennavo prima che hanno fatto nascere subito e con precisione l’idea del progetto, ovvero ciò che mi interessava e ciò che non mi interessava affatto.


BDSM Tecniche di Consolazione © Francesco Cabras

Come è stata accettata la tua presenza?

Essere l’unico fotografo ammesso dal deus ex machina di questa scena, cioè Rizzuti, mi conferiva automaticamente un lasciapassare che comunque veniva rinegoziato a seconda degli incontri. È venuta in aiuto la componente esibizionistica naturale dei soggetti. Altri, soprattutto le donne, possono essere così immersi in ciò che fanno da cadere quasi in trance. L’esperienza mi ha insegnato a essere piuttosto invisibile o molto presente quando necessario, credo che tutti abbiano percepito nel tempo la mia attitudine come sufficientemente serafica e scevra da intenti scandalistici. La scarsità di luce ha fatto il resto!

Che approccio tecnico hai scelto?

Ho usato ottiche fisse ultraluminose, da 14mm a un 50mm 1:0, variando tra Leica, Nikon e Canon. Niente flash, niente cavalletto, volevo una temperatura emotiva leggermente fantasmatica soprattutto fotografando chi era seminudo o, al contrario, molto stagliata e contrastata per i dettagli del corpo o sui primi piani. È stato un lavoro durato mesi e ogni sessione durava circa sei sette ore, quanto le riunioni. Il processo di post produzione è stato infinito, non perché abbia fatto chissà cosa ma per ottenere il tipo di bianco e nero che mi soddisfacesse avendo scattato in digitale. È stato molto difficile per me, non essendo un vero post produttore, ma alla fine esaltante. Riuscire ad applicare l’esperienza in camera oscura sugli strumenti digitali è meraviglioso, senza nulla togliere alla bellezza della precedente tecnologia. Non mi capita praticamente mai, ma quando ho visto le stampe di grande formato mi sono emozionato, mi piacevano realmente. Ho capito di aver aggiunto un piccolo tassello. Grazie anche a Davide Di Gianni e al suo laboratorio di stampa, non è pubblicità, trovo sgradevole che generalmente non si dia un’informazione possibilmente precisa sui contributi più importanti di un lavoro.


BDSM Tecniche di Consolazione © Francesco Cabras

A proposito di digitale, come ti poni rispetto alla rivoluzione-evoluzione delle nuove tecnologie?

Conta solo il risultato. Quando uscirono le prime fotocamere 35mm, alcuni geni assoluti giustamente legati al banco ottico, tra cui Ansel Adams se non sbaglio, gridarono alla morte della fotografia, ma oggi come ci appare questa affermazione? Il dibattito sull’evoluzione tecnologica schierato tra fazioni opposte è umanamente molto comprensibile ma rimane bega da quartiere, oserei dire da nerd quasi. Le foto non si fanno con le macchine, ma con altro. A ognuno sta personalizzare l’utilizzo del mezzo. Detto ciò è chiaro che tutte le rivoluzioni, da quella francese all’abolizione dell’apartheid o al femminismo, per fare esempi sproporzionati rispetto al nostro tema, portano irrinunciabili vantaggi, ma soprattutto nella fase di transizione anche enormi problemi. Tra cui l’illusione che tutti possano fare tutto. Ma la colpa, se vogliamo cercarla, è più in chi dovrebbe gestire il mercato dell’immagine piuttosto che in coloro che si candidano come nuova offerta. Cioè se photo editor, galleristi o curatori abbassano la qualità e i cachet perché l’offerta è esponenzialmente maggiore, il problema lo creano loro, non le nuove leve, reali artisti o bluff digitalizzati che siano.

Arriviamo alla seconda mostra, quella di Torino, che è divisa in due ambienti. Qui passiamo drasticamente ad altri contenuti e latitudini, vediamo anche Wojtyla e Arafat insieme a rappresentanti Hezbollah.

L’esposizione principale, che occupa la zona più grande della galleria, è Urban Icons, the democracy of the wall. È un lavoro durato quasi otto anni nato da un primo periodo trascorso in Palestina e protrattosi alternativamente anche in Libano per molte stagioni. Si tratta di foto scattate ai manifesti elettorali o di propaganda raffiguranti candidati politici, leader religiosi, martiri guerriglieri o vittime di attentati. Tutti trasfigurati e aggrediti dagli eventi atmosferici, dagli spray e dalle affissioni stratificate. Ciò che mi interessava ritraendo questi ritratti già composti e decomposti, oltre alla loro bellezza violenta era la caducità e assunzione di eternità. Mi spiego, altrimenti sembrano solo parole a effetto: ora non esiste più niente di tutto quello che ho fotografato essendo stato distrutto dal tempo, molti degli stessi soggetti già raffiguravano persone scomparse. E quando quelle facce erano affisse sui muri avevano acquisito una pari dignità epietà creando una galleria a cielo aperto come in una tregua tra la vita e la morte.


URBAN ICONS © Francesco Cabras

Riconosci delle influenze, dei punti di riferimento? Come trovavi e fotografavi le tue porzioni di muro?

Si tratta di un lavoro sicuramente influenzato da Mimmo Rotella, come dallo Spoon River personale di De Andrè “Non al denaro, non all’amore né al cielo”. Benché possa sembrare il contrario, trattandosi di soggetti inanimati, è stato un progetto impegnativo e complicato, sia per i contesti politici in cui è stato fatto ma soprattutto perché avendo esattamente in testa cosa stessi cercando, il terreno di caccia era vasto ma le prede scarse e nascoste spesso in posizioni inaccessibili alla mia ricerca apologetica della perpendicolarità nell’inquadratura! Ho usato ottiche fisse Leica e Nikon tra il 50 e il 100mm, luce naturale, molti chilometri a piedi e molte scale di fortuna oltre alle reminiscenze adolescenziali di free climbing. Ma è stato un enorme piacere, affinamento e affaticamento dell’occhio, il cervello ha passato mesi inquadrando continuamente porzioni di muro alla ricerca del quadro che mi corrispondesse. In post produzione, come faccio spesso, ho lavorato molto pur senza apportare nessuna modifica agli elementi dell’immagine. Come accennavo prima, ho trascorso troppi anni arrancando felicemente alla luce della lampadina rossa per non poter godere ora delle seduzioni della camera oscura digitale, ancora più difficile e isolante forse proprio perché offre infinite possibilità, con tutti i rischi e i vantaggi che ciò comporta. In questo caso, ancora più che in altri, della fotografia non mi interessava il mito della fedeltà ma solo il risultato che volevo ottenere.


URBAN ICONS © Francesco Cabras

E Scraps cos’è, cosa sono? Composizioni di immagini accumulate nel tempo, messe da qualche parte e poi riemerse?

Scraps è un termine inglese, esotico e dunque provinciale in un certo senso, ma mi piace e significa esattamente ciò che è: uno scarto, un reietto, che attraverso un processo di riciclo diventa un oggetto di valore. Un valore almeno per me, ovviamente. Tutto il lavoro di Scraps, soprattutto nella prima fase, è stato influenzato molto dallo sguardo e dalle prime produzioni dell’artista contemporanea italoamericana Gaialight. È un ciclo che ha visto la prima luce nel 2011 grazie alla gallerista Nicoletta Di Pietro, ma composto da immagini alcune vecchie di quasi trenta anni. Ora con Raffaella De Chirico, gallerista di rara professionalità e coraggio, abbiamo pensato di occupare la sala interna della sua galleria di Torino con Scraps, quello che resta.

Da quali esperienze vengono questi materiali?

Ho iniziato giovanissimo a viaggiare estensivamente e lavorare come giornalista e fotografo per testate di viaggio. Allora, senza rendermene troppo conto, soffrivo le condizioni dettate dalle redazioni e oltre al materiale a loro destinato ne portavo a casa molto altro che non trovava pubblicazione. A distanza di molto tempo, insieme a materiale più recente, quegli scarti apparenti sono finalmente diventati un corpo con cui mi identifico. È stata una sorta di regolamento di conti tra me e me.


SCRAPS © Francesco Cabras

Come li hai assemblati?

Soprattutto in Asia, mi spostavo spesso facendo l’autostop sui camion merci e dormendo sopra le tavole di legno dipinte che ne costituivano i cassoni. Oggi quegli stessi pezzi di legno, originali, non trattati, sono diventati le cornici di Scraps. Non avrei mai potuto desiderare un migliore contenitore per quelle foto tanto che non so bene cosa contenga cosa. Grazie alla collaborazione italo-indiana con il mercante poeta Federico Facchinetti continuo a radunare tutto il legno utile alla costruzione delle opere che si basano sull’accostamento materico e cromatico delle cornici con le immagini. Composizioni e foto singole su cui lavoravo da troppo ma che hanno trovato un epilogo solo quando le ho re-inquadrate dentro quei perimetri magici.  Sono riuscito a trovare un senso intimo a un lavoro che mi ha nutrito e perseguitato per molti anni, e se da una parte sapevo sempre che sarebbe avvenuto, dall’altra è stata una liberazione!

Cosa è che sentivi o senti angusto, nel rapporto con i giornali?

Parlo solo a titolo personale, ma non sopporto la richiesta della storia, l’obbligo al racconto, sempre e comunque attraverso una sequenza. Conditio sine qua non di ogni testata e, attraverso il mito concettuale, di quasi tutta l’arte contemporanea. Per me, anche da fruitore, prima, infinitamente prima, viene la connessione emotiva provocata dall’opera o dalla fotografia. Che può anche da sola essere più potente di una serie. E può altrettanto non raccontare assolutamente nulla di intellegibile, ma non per questo non essere in grado di toccarti e cambiarti un po’ la vita. Così come qualsiasi altra opera d’arte, che sia un film, musica scultura o pittura. Molte delle foto che faccio vengono realizzate in altri paesi ma non descrivono quasi mai delle caratteristiche intrinseche di quei posti, non ne sono una cronaca.


SCRAPS © Francesco Cabras

In che direzione avanza la tua ricerca?

Non lo so ma non nego che vorrei saperlo, so solo che va sempre, il che è qualcosa già. Non amo molto il reportage, paradossalmente il racconto in un percorso fotografico mi annoia e non ho mai sopportato il doverlo rispettare. Mi interessa lo scatto singolo che può essere anche parte di un corpus ma vive come opera a sé. La ricerca che mi attrae è poetica o psichica se vogliamo usare termini rischiosi, alle volte estetica, ma scarsamente narrativa, quando lo è si tratta più che altro di un suggerimento, un’indicazione che vorrei fosse proseguita da chi guarda. Non mi interessa descrivere paesi o genti lontane, e il fatto che ami fotografarli non include affatto questo fine ma una ricerca di sensazioni che hanno più a che fare con una percezione sospesa. Capisco quanto possa suonare pretenzioso e decisamente presuntuoso dire queste cose senza essere Salgado, ma Magritte ha spiegato molto meglio questo concetto estremizzandolo anche troppo forse: «Le immagini vanno viste quali sono, amo le immagini il cui significato è sconosciuto poiché il significato della mente stessa è sconosciuto». Tutto il progetto Scraps è nato per fare ordine nel mio lavoro e rendere giustizia a ciò. Non ho nulla contro la fotografia di reportage o di viaggio, la seguo continuamente, è parte della mia formazione e di ciò che amo, ma anche di quei lavori ho sempre preferito la suggestione e il lirismo dei singoli scatti piuttosto che la visione narrativa d’insieme, a prescindere da chi fosse l’autore. Non è che sia giusto o sbagliato, chiaramente. È ciò che mi tocca maggiormente, forse perché il mio imprinting prima della fotografia è stato la pittura.


URBAN ICONS © Francesco Cabras

Sei anche regista. Se c’è, quale attività ti appartiene di più?

Non lo so. Se riesco a fare ciò che sento, le due attività si equivalgono. Alle volte preferirei fare il regista più di quanto già non avvenga, ma l’apparato produttivo e finanziario per mettere in moto un documentario o un film di qualsiasi natura, spesso è trecento volte più difficile di qualsiasi progetto fotografico, letteralmente. Altre volte mentre giro desidererei mollare tutto e convogliare il lavoro solo attraverso la leggerezza, la libertà e l’efficacia delle immagini fisse. Poi da regista il processo è diverso lavorando per lo più in team artistico con Alberto Molinari. La collaborazione quando lavori con un regista come Alberto diventa un arricchimento senza uguali ma anche uno sforzo costante, questo vale per chiunque non lavori da solo credo. Noi siamo entrambi anche produttori e direttori della fotografia dunque le difficoltà aumentano ma anche i vantaggi. La regia in un certo senso ha una possibilità in più perché ti permette di giocare su tantissimi piani che includono anche la fotografia e non viceversa. Ma, talvolta, più cose hai a disposizione e più ti allontani da ciò che ti appartiene o da cui vuoi essere attraversato. I Rolling Stones dicevano «You can’t always get what you want but if you try sometimes, you just might find you get what you need».


SCRAPS © Francesco Cabras

Chi è

Francesco Cabras è fotografo e regista. Inizia a fotografare e stampare in camera oscura a undici anni. A venti, insieme alla laurea in psicologia inizia a lavorare come giornalista e fotografo di viaggio, ambiente, musica rock e cinema per molte testate italiane. Nel 1996 riesce a intervistare il futuro premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi agli arresti domiciliari a Rangoon. Nel 2000 fonda la società di produzione ‘Ganga’ con Alberto Molinari e Francesco Struffi, diventando regista e dedicandosi ai videoclip musicali, documentari di creazione, visual art e pubblicità. Tra le diverse produzioni, videoclip per alcuni tra i maggiori musicisti italiani (Max Gazzè, Caparezza, Sergio Cammariere, Giorgia e Nada). Tra i documentari ‘The Big Question’ viene prodotto da Mel Gibson e distribuito dall’agente di Michael Moore Andrew Herwitz diventando il primo documentario lungometraggio itaiano distribuito nei cinema Usa. Sempre con Molinari realizza molti lavori per il canale Rai Sat Art e per Al-Arabiya. Collabora da più di venti anni con Greenpeace. Di più recente uscita, ‘The Akram Tree’ , un documentario sul coreografo Akram Khan e ‘Morocco Fantasia’, sul chitarrista Al Di Meola. Attualmente sta ultimando un documentario girato nella Libia post Gheddafi e uno sulla pesca sostenibile in Sardegna. Saltuariamente passa dall’altra parte della macchina da presa, vince il premio come migliore attore protagonista al Sacher Festival di Nanni Moretti con ‘Cosmos Hotel’ di Varo Venturi. In seguito recita in produzioni internazionali come ‘The Passion of the Christ’, ‘Il mandolino del Capitano Corelli’ ed ‘Equilibrium’. È protagonista di ‘Rasputin’ di Louis Nero. Come fotografo ha all’attivo alcune mostre collettive e quattro personali. È autore della favola ‘L’Isola della Cquorina’ vincitrice del Premio Andersen. Come paroliere ha scritto la canzone triplo disco di platino ‘Tre Parole’.