Emozionarsi per emozionare

A cura di: Paolo Baraldi

A photographer has no choice: he can not take photos from behind a desk, should be right there where things happen. And all this requires a special character”.

Thomas Hoepker, celebre fotografo di origine tedesca della Magnum, con questa frase ha delineato in pieno lo spirito che dovrebbe animare ognuno di noi; pensiero ancora più attuale nella odierna era della globalizzazione mediatica.

Ai giorni nostri è estremamente facile reperire immagini di eventi, manifestazioni o fatti di cronaca ed il lavoro del giornalista, a volte, si esaurisce dietro una scrivania; anonima e apatica. Così facendo, le emozioni dove vanno a finire? Come si può trasmettere quelle sensazioni uniche che si provano solo vivendo un avvenimento in prima persona?
 


La mission di un photoreporter è proprio questa: vivere le emozioni per trasmetterle tramite le proprie immagini ed i propri scritti. Nel mio piccolo ho sempre cercato di restare fedele a questo concetto. Non è facile e soprattutto, anche se non molto tempo fa il presidente dell'ordine dei giornalisti ha ribadito questo pensiero, non è semplice farlo accettare alle redazioni, per fortuna non tutte, che possono facilmente trovare fotografie e testi tramite la rete con un notevole risparmio di denaro rispetto ai costi di un inviato. Il lavoro di fotografo sportivo specializzato in offroad, mi ha portato a viaggiare per il mondo, lontano dalle più classiche mete turistiche e a stretto contatto con le persone del luogo. Dalla foresta tropicale della Malesia al deserto di Mojave in California, passando ovviamente per il Sahara e l'Europa, ho potuto vivere avventure uniche ed indimenticabili. Ogni mio viaggio di lavoro è diventato l'occasione per conoscere luoghi, culture e persone nuove; per me questa è la globalizzazione!
 


Globalizzazione del mio io, globalizzazione intesa come il divenire parte cosciente del mondo per sentirsi veramente cosmopolita. Per tutto questo mi ritengo una persona fortunata; da tre passioni (fotografia, viaggi e offroad) ha fatto una professione che mi permette di saziare il mio desiderio di conoscere e di emozionarmi. Come ho scritto nella prefazione del mio ultimo libro "Rainforest Challenge - one year in the real adventure", realizzato con la collega Giulia Maroni: “ Nella giungla sono riuscito a trovare quella tranquillità interiore che nel nostro mondo urbanizzato non è facile riscontrare. Ogni passo nel fango era anche un passo nel mio io più profondo; ad ogni nuovo scorcio era come vedere un nuovo me stesso, ogni volta che mi lavavo in un torrente era come togliermi di dosso angosce e brutti pensieri”; solo certe esperienze ti permettono di prendere coscienza di te stesso e rinascere come persona e come professionista.


Le fotografie che realizzo vengono pubblicate sulle riviste specializzate europee accompagnate dalle emozioni che vivo; la mia speranza e quella di riuscire a trasmetterle insieme all’energia del momento. Se così fosse, anche in minima parte, sarei felice e potrei dire di aver raggiunto il mio scopo.

Le "bambine", così chiamo le reflex ovviamente Nikon, sono le mie fedeli compagne di viaggio e i mezzi attraverso i quali trasmetto la mia personale e discutibile visione di ciò che vivo. Utilizzo due corpi D300S abbinati ad un 10-24 f 3.5-4.5, a un 18-200 f 3.5-5.6 ed a un bel ma poco sfruttato17-55 f 2.8. La scelta di queste lenti è dettata dal fatto che riesco ad avere un'ottima copertura focale con il vantaggio di non dover cambiare obiettivi mentre sono immerso nel fango o circondato dalla polvere. Non utilizzo normalmente lenti più luminose poiché mi riducono la profondità di campo in caso di diaframmi molto aperti; preferisco in condizioni di scarsa luce alzare gli ISO e, se serve, schiarire le ombre con un colpo di flash (SB900).

Personalmente ho sempre amato i grandangoli, comunemente ritenuti non ideali per lo sport ed in particolare per quelli motoristici, perchè mi permettono di entrare nel soggetto e quando posso… letteralmente mi butto dentro l'azione.
 

Le situazioni in cui mi trovo normalmente ad operare le definirei senza ombre di dubbi estreme; le competizioni che normalmente seguo si svolgono in ambienti che non sono proprio dei set fotografici ideali sia per l’uomo che per le apparecchiature. Durante una giornata tipo devo fare i conti con l’umidità della foresta primogena, con l’insidiosa sabbia del Sahara, con l’acqua ed il fango delle paludi dell’est europeo e a volte, anche se non amo gli ambienti freddi, con il gelo e la neve.


A tal proposito mi vengono alla mente due episodi; uno in Sri Lanka dove le mie D300s sono state letteralmente annaffiate per più di un'ora da una fortissima pioggia monsonica, oppure in Germania, nei pressi di Lipsia, all’interno di una enorme miniera a cielo aperto di carbone dove, dopo un’intera giornata, mi sono ritrovato ricoperto da uno strato di finissima polvere nera che si è insidiata in ogni dove sia nel corpo macchina che nell’obiettivo. Tutte prove che le mie “bambine” hanno superato egregiamente e che continuano a farmi preferire Nikon. In questi giorni sto testando una D800 con un 28-300 f 3.5-5.6…

 

Paolo Baraldi Photographer
Ho maturato la ma esperienza come fotografo dopo anni di tirocinio, iniziato nel 1988 come assistente presso i principali studi di fotografia pubblicitaria e di moda di Milano (Giac Casale, Joe Oppedisano, Settimio Benedusi, ecc.). Contemporaneamente, con ricerche personali, ho sperimentato ed approfondito la fotografia di paesaggio cercando di dare una mia interpretazione al quotidiano; progetti che si sono concretizzati in mostre personali e in pubblicazioni di libri fotografici. Negli ultimi anni mi sono dedicato al settore sportivo e di viaggio con una particolare attenzione al mondo del fuoristrada. Realizzo reportage per riviste europee specializzate in offroad; in Italia collaboro principalmente con la redazione di QUATTROXQUATTRO Magazine in qualità di fotografo e giornalista e con altre pubblicazioni di settore.
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