Fiocco di neve

A cura di: Alvise Crovato

di Alvise Crovato

Se non me l’avessero detto dei grandi amici non ci avrei creduto subito. E se non fosse stata la montagna della mia infanzia a dargli i natali, sarebbe comunque sempre stato, per me, un essere mitico. Uno di quegli animali totem, magici, di cui narrano le leggende dei popoli.
Invece è tutto vero. Fiocco di Neve, l’unico stambecco alpino bianco del mondo, è nato nel 2006 in Valle d’Aosta. Ma facciamo un passo indietro.
Sin dai primi anni '90 la politica anti-bracconaggio valligiana si rese più rigida nei controlli e severa nelle sanzioni, dando la possibilità ai vari stambecchi fuoriusciti dal Parco Nazionale del Gran Paradiso di vivere abbastanza per creare i primi branchi in territorio non protetto. Ciò portò a un ritrovato popolamento di tutte quelle montagne della Valle di Cogne che per esposizione, a sud, sono più favorevoli alla vita degli stambecchi, in estate ma soprattutto in inverno, quando la differenza di temperatura con le valli del Parco è molto alta e la neve in primavera non rimane così a lungo. Oggi la densità è ancora bassa, addirittura infima rispetto a quella forse troppo alta del Parco, ma cresce di anno in anno e questo non può che renderci felici. Se si aggiunge che il mito, il totem, lo stambecco bianco, è nato proprio in uno di quei pochi branchi, la felicità diventa giubilo. Fiocco di Neve è figlio anche dell’impegno, del rigore e dell’amore degli uomini per quelle montagne.

Il mio amore per quelle montagne è nato a sei anni e non finirà mai. Da un anno Marco ed io cercavamo modo e tempo per andare a cercare Fiocco di Neve. Ai primi di luglio partimmo per il paese sopra Cogne dove ho passato l’infanzia, adagiato sulle montagne, dove si sposta il suo branco. I vecchi cacciatori del paese non lo vedevano da più di un mese, ma ci diedero subito alcune dritte interessanti per cercarlo. Dovevamo allestire il primo campo base giù in basso, nella valle, vicino al fiume, da dove avremmo avuto la possibilità di osservare con il binocolo lungo tutta la montagna per vedere esattamente dove stavano gli stambecchi. Niente di meglio per un piccolo allenamento e per acclimatarsi. Montata la tenda, a 2000 metri, organizzammo le cose aspettando l’ultima parte del pomeriggio, quando gli stambecchi lasciano gli ombrosi giacigli fra le rocce per uscire nei prati a brucare. Nel frattempo due aquile soddisfecero antichi e mai sopiti ardori da bird-watcher con maestosi voli lungo le correnti termiche e repentine picchiate verso l’ignoto. Dimenticai di fotografarle, troppa la meraviglia. Al tramonto localizzammo il branco: «Domani andremo là!». Sarebbe stato perfetto partire l’indomani, se non fosse stato per l’acqua che rovesciava e che rovesciò ininterrottamente per tutta la giornata, costringendoci a stare sempre nella tenda.

Il giorno dopo tornammo in paese per una doccia calda e ripartimmo subito. Il pensiero di Fiocco di Neve era fisso come un chiodo nella nostra mente. Avevamo visto sì un branco brucare sui costoni là in alto, ma erano tutti maschi adulti. Fino allo scorso anno, se ne stava ancora con il branco delle femmine e dei giovani, e io continuavo a chiedermi se quest’anno avesse iniziato a stare con gli adulti. Comunque c’era poca scelta.
Il sentiero era ripido e assolato. Avendolo trovato chiuso per un tratto, chiamai i forestali per conoscerne il motivo e già che c’ero, chiesi notizie di Fiocco di Neve: avevano fatto il censimento, ma non l’avevano visto. Era più di un mese che non si vedeva in giro. Bella notizia...
Montammo comunque il secondo campo base in un posto mozzafiato, un balcone sulla valle dove anticamente c’erano alcune baite. All’inizio di luglio, a 2500 metri di quota, la fioritura è al massimo ed eravamo quindi circondati da colori e profumi. Stelle alpine, genziane, negritelle e génépy: tutte specie rare e protette.

Cercammo l’acqua e trovammo, a un quarto d’ora di cammino, un rigagnolo, l’inizio di quello che trecento metri più in basso sarebbe diventato un ruscello e che avevamo visto dal basso qualche giorno prima. Tre borracce da un litro erano sufficienti per due viaggi al giorno: l’importante era avere abbastanza acqua per preparare le tisane alla sera, utili a scaldarci quando la temperatura sfiorava lo zero. In questo, anche le grappe fornivano un prezioso aiuto. Dopo aver localizzato, anche quella sera, il branco, sempre senza Fiocco di Neve, fummo deliziati dalla luna piena. Ci fu per tutta la notte una luce incredibilmente forte, tanto da creare ombre nettissime e da permetterci di camminare tranquillamente senza torcia ammirando le montagne immerse in quel chiarore lattiginoso.

La mattina del giorno dopo la passai a fotografare i fiori e insieme a Marco salii verso le coste dove avevamo visto brucare gli stambecchi, tra i 2800 e i 3000 metri.
Raggiungemmo prima la madonnina che domina la valle poi tirammo su per i prati. Bisognava veramente stare attenti a dove mettere i piedi: i ciuffi di stelle alpine erano centinaia.
Raggiunta una pietraia abbastanza riparata dal vento, ci appostammo iniziando a usare i binocoli. Dopo qualche camoscio, avvistammo subito alcuni stambecchi sulle rocce più alte del monte: il branco non si era spostato e sarebbe poi sceso nel giro di un’oretta nei prati che ci circondavano. Aspettammo pazienti mangiucchiando qualcosa. Marco incontrò una vipera. Io fotografavo i fiori.

Ma gli stambecchi non scesero. Eravamo sottovento e ci sentivano. Dentro i confini del Parco non sarebbe stato un grosso problema, ma qui le bestie non possono permettersi troppa confidenza. Ci guardavano da lontano con aria severa, ma con qualche accenno di accondiscendenza. Era uno spettacolo assoluto, perché sembravano i guardiani di un mondo cui pareva difficile ci fossimo avvicinati con coscienza. Le imponenti corna si stagliavano sul cielo e a ogni movimento della testa sembravano cambiare le prospettive attraverso cui guardare il mondo, così piccolo laggiù tra le valli.
Continuavamo però a vedere solo i maschi, tra cui non si si distingueva nessun puntino bianco. Stavo perdendo un po’ le speranze. Ero convinto che Fiocco di Neve stesse ancora con il branco delle femmine. Riuscivo a guardare la valle con occhi distaccati e lucido pensiero, pensando a questo mondo così disperato e piccolo, ma non ero venuto fin lassù solo per quello. Mi rimisi un po’ mestamente a fotografare i fiori.
La mia concentrazione fu interrotta dal grido di Marco: «Eccolo!!!»
Ed io: «Cosa? Chi? Lui?»... Arrivò da dietro un costone, Fiocco di Neve, bianco come il latte. Tranquillo, con la calma e l’eleganza degli stambecchi e l’aura degli esseri speciali.
Il nostro cuore batteva forte guardando nel binocolo. Era un sogno che stavamo vivendo lassù tra le vette. Gli stambecchi che aveva raggiunto, molto più vecchi di lui, lo circondavano proteggendolo, quasi sapessero del suo essere straordinario. Mentre Fiocco di Neve non faceva caso a noi, gli altri continuavano a tenerci d’occhio, come a sottolineare l'importanza di ciò che stavamo vedendo.

Corremmo forte verso il punto a loro più vicino, il punto da cui poi avremmo dovuto iniziare a fare roccia. Era comunque una posizione delicata, perché molto in pendenza e con uno strapiombo poco sotto i nostri piedi. Era un “posto da stambecchi”, i più abili rocciatori della Terra. Rimanemmo lì per un’oretta, la Nikon D700 scattava. Fiocco di Neve guardò prima giù, in basso, tirando il collo come fanno gli adulti, poi si girò verso il sole, guardandolo fisso: sembrava che gli parlasse. Dopo, scelse un buon posticino e lì si sedette tranquillo a prendere gli ultimi raggi tra le rocce scaldate da un sole che per tutta la giornata diede vita alle montagne e al nostro cuore. Era serafico e il tempo sembrò quasi fermarsi, scorrendo quasi “evaporato”. La luce era calda e l’atmosfera magica. Il quadro con gli stambecchi contro il cielo sembrava una rappresentazione del paradiso, e forse lo era veramente...

Arrivò l’ombra e con essa il freddo e noi avevamo ancora un’ora e mezza per tornare alla tenda e andare a prendere l’acqua. Marco non voleva più andare via e dovetti insistere fortemente per ripartire data la difficoltà di scendere da quelle rocce: la montagna non apprezza la fretta.
Scendemmo giù continuando a volgere indietro lo sguardo verso quel costone, dove Fiocco di Neve rimaneva a riposare tranquillo. Dopo un po’ si alzò per raggiungere il grosso del branco. È il più giovane e si muove con rispetto tra loro. Lo lasciammo in buona compagnia, tra i guardiani delle montagne, pensando e ripensando che ci eravamo avvicinati al paradiso. Fortunati.

P.S. Tornato da poco da un viaggio negli Stati Uniti, non posso fare a meno di accostare al nostro, il meraviglioso approccio americano alle aree protette. In America mi immaginerei dei simpaticissimi peluche di Fiocco di Neve, star delle montagne. Qui da noi, più prosaicamente, mi piacerebbe che l'insolito stambecco bianco fosse un simbolo, volano per l’estensione del Parco alle aree più accoglienti per gli animali nei mesi invernali, offrendo così a tutti la possibilità di ammirare stupende migrazioni stagionali. E’ un bel sogno, lo so...



Foto di Alvise Crovato
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