Il fotomosaico reinventato

A cura di: Gianluca Bocci

Dal fotomosaico di Maurizio Galimberti, nasce l'ispirazione a personalizzare questo particolare stile fotografico fino a farne una versione propria.

Nella fotografia, come in tutte le forme di espressione, ogni cosa è già stata fatta da qualcuno, probabilmente anche con migliori risultati. Questo però non deve costituire un freno per la propria voglia di fare. Anzi, per me lo studio dei lavori dei maggiori fotografi italiani e internazionali costituisce una inesauribile fonte di spunti e stimoli creativi. Spunti che a volte diventano una sfida, specialmente quando la tecnica ha un peso rilevante. Come nel caso della tecnica del fotomosaico resa famosa da Maurizio Galimberti.
Il suo metodo di scomporre un ritratto in tante tessere costituite da stampe Polaroid mi ha subito affascinato.

Il ritratto eseguito con questo metodo si apre a molteplici letture, dalla singola tessera a raggruppamenti di un numero variabile di tessere. Non si ha quindi un’unica visione: il fotomosaico è un’emozione nuova a ogni sguardo.

 

Per replicare la tecnica di Maurizio Galimberti servono una Polaroid Image e un Polaroid Collector. Sono oggetti difficili, ma non impossibili da reperire sul mercato dell’usato. Nessun problema neppure per reperire le pellicole, grazie alla Impossible, ditta che ha realizzato un vero miracolo, permettere di continuare a scattare con le fotocamere Polaroid anche dopo l’interruzione della produzione delle pellicole omonime. Il vero problema, almeno per le mie tasche, era il costo complessivo, tenendo conto delle centinaia di stampe necessarie per comporre le tessere del fotomosaico. Ho quindi cercato una soluzione alternativa: costruirmi qualcosa che replicasse il funzionamento del Polaroid Collector. Una vera sfida per l’appunto.

Il Polaroid Collector non è infatti un oggetto banale. Svolge due funzioni importanti: assicura un’illuminazione uniforme del soggetto e al tempo stesso che la distanza tra fotocamera e soggetto corrisponda a un rapporto di riproduzione 1:1.

Il Polaroid Collector era infatti stato progettato per semplificare la riproduzione di piccoli oggetti in fotografia. Per replicare le funzioni del Polaroid Collector, ho inizialmente realizzato un box di cartone dell’esatta profondità necessaria a ottenere un rapporto di riproduzione 1:1 sulla stampante termica portatile Polaroid PoGo.

Nel box un lato è costituito dall’illuminatore macro Polaroid 16 LED Ring Light, mentre il lato opposto è ovviamente forato. L’interno del box è completamente bianco, in modo da diffondere la luce fornita dai LED. Il box è collegato tramite l’anello filettato dell’illuminatore macro all'obiettivo AF-S Micro Nikkor 60mm f/2.8G ED su corpo macchina Nikon D700.

Una volta collaudato il box in cartone, ho chiesto a mio padre, abile artigiano, di realizzarne una copia in legno e alluminio. Questa versione sarebbe risultata ancora più comoda, dato che i materiali rigidi garantiscono una maggiore solidità dell’insieme.
Il box consente di lavorare in modo molto veloce, dato che si può impostare il manual focus e scattare semplicemente appoggiando il box al corpo del soggetto. Risolta la sfida tecnica, ho dovuto risolvere la sfida creativa.

Non volevo infatti fare un fotomosaico identico a quello di Galimberti. Volevo creare il “mio fotomosaico”.

L’ho reso mio innanzitutto tramite un dettaglio: la tessera in cui sono inquadrati gli occhi è sempre in mano ai soggetti del mio ritratto. Per me gli occhi sono lo specchio dell’anima.

Durante il processo del fotomosaico, sono pervasi dall’emozione del soggetto che mette a disposizione della fotocamera il proprio corpo, senza veli e senza trucchi. Le foto vengono stampate direttamente tramite connessione PictBridge tra la fotocamera e la stampante. Nessun filtro quindi tra il soggetto e la carta stampata: le emozioni, così come i naturali difetti del corpo, vengono trascritti fedelmente.

La seconda peculiarità del mio fotomosaico è nella disposizione delle tessere. Nei miei primi il numero di tessere per ogni riga e per ogni colonna rimaneva costante. Poi ho iniziato a cambiare il numero di tessere in base alla parte del corpo che stavo riprendendo. Questo ha attribuito un ulteriore impatto grafico. Le tessere formano infatti un disegno, riconoscibile anche a forte distanza.
E come sarà il prossimo fotomosaico? Non lo so, dato che decido di volta in volta. Perché non si può sapere come sarà un’emozione, finché non la si prova.

Alcune delle foto in questo articolo sono già state pubblicate su Fotografia Reflex di dicembre 2012.
Voglio ringraziare i modelli Chiara Di Dionisio, Linda Corneli, Stefano Varagona e Alessandra Flamini. E anche Mirco Maccari e Michol Massini per le foto di backstage.