I AM EXPEDITION: Borneo 2014

A cura di: Christian Patrick Ricci , Paolo Petrignani

“Il Borneo proietta nell’immaginario foreste a perdita d’occhio e vita allo stato primordiale. Purtroppo la realtà vissuta è ben altro. Le scelte scellerate operate dall’uomo negli ultimi cinquant’anni hanno distrutto il 70% delle foreste antiche”.

La mission di I am expedition è quella di visitare i luoghi più a rischio ambientale e testimoniare attraverso fotografie, video e articoli, lo stato di conservazione delle foreste, i grandi cambiamenti climatici della Terra e gli effetti dell’uomo sulla biosfera, per sensibilizzare e comunicare l’importanza della conservazione.

Le foreste del Borneo racchiudono una delle maggiori biodiversità al mondo. Ancora oggi inoltre vengono scoperte nuove specie, non solo di invertebrati ma anche di mammiferi. Grazie al supporto di Nikon Italia, il patrocinio di FSC Italia (Forest Stewardship Council), Manfrotto e altri sponsor, la spedizione è partita a fine settembre 2014, verso il Borneo Indonesiano,

 

nella regione del Kalimantan. Un viaggio durato un mese tra giungla e villaggi Dayak, tra zone ancora intatte e zone invece afflitte da deforestazione e coltivazioni industriali di palma da olio. Abbiamo attraversato il Borneo da Nord-Est a Sud-Ovest, coprendo così una vasta area, territori differenti, abitati da diverse etnie Dayak, i nativi di questa regione.

Da Jakarta occorre più di un giorno per giungere a Berau, città del Nord-Est Kalimantan. Da qui in otto ore di fuoristrada si raggiunge Lesan, il primo villaggio Dayak alle porte della foresta.

Già dal primo giorno, in Borneo, la situazione si è mostrata nella sua brutale chiarezza. Dopo cinque ore di viaggio infatti incontriamo i primi incendi e le prime zone di foresta tagliata con il metodo del clear-cut, il taglio a raso.
A Lesan, il piccolo villaggio Dayak in riva all’omonimo fiume, la foresta è ancora in buone condizioni, ma la presenza di bracconieri malesi decima gran parte della fauna allo scopo di catturare e vendere la merce al mercato nero della medicina cinese.

La distanza di fuga di scimmie e altri animali è veramente notevole. In altre zone dell’Indonesia, per esempio a Java, i macachi non scappano anzi puoi tranquillamente fotografarli a due metri di distanza, mentre qui a trecento metri fuggono terrorizzati. Queste informazioni sono state confermate dalle guide e dai capi Dayak.

Ciò che minaccia le comunità Dayak e la biodiversità del Borneo è il consumo smodato della foresta. Ne beneficiamo quasi certamente ogni giorno, quando mangiamo, quando curiamo il nostro aspetto, oppure nelle nostre case o sotto i nostri piedi.

Stiamo parlando di due aspetti: il prelievo di essenze tropicali illegale, legno destinato a essere esportato e rivenduto per la fabbricazione di mobili e parquet, e le piantagioni di palma da olio, utilizzato nella gran parte dei cibi prodotti in modo industriale. Anche la limestone forest del villaggio di Merabu, sembra disabitata, almeno di giorno, perché la notte è un concerto di suoni, segno che gli animali qui vicino sono ancora indisturbati, per il momento. Il villaggio è molto ordinato, la gente che vi abita ha un aspetto più sereno rispetto a Lesan. 250 anime che vivono ancora a contatto con una foresta che difendono da sempre. Ospitati dal capo Dayak, siamo alloggiati in una casa uguale alle altre del villaggio. Qui si sente più che in altri luoghi l’esistenza di un tessuto sociale. A Merabu infatti è presente una scuola con tre classi, un mini market essenziale, un meccanico e infine una chiesa.

Nel villaggio convivono mussulmani e cristiani con una proporzione del 70-30%. Tutta la comunità è consapevole di quanto sta accadendo in Borneo. Per questo si è resa attiva e intende difendere la propria foresta grazie anche ai contatti con alcune associazioni internazionali. A nostro dire è un “villaggio resistente” che ha avuto ancora poche visite da parte di un turismo sensibile alle tematiche ambientali. Noi siamo stati i primi italiani a fargli visita. Il loro sostegno e apporto alla spedizione è stato fondamentale.

Ci hanno accompagnato e guidato, portato attrezzature e aiutato nella ricerca e nella logistica del campo base. La particolare conformazione del loro territorio dove abbiamo allestito il nostro campo, permette rifugio sicuro per molte specie grazie alla formazione di molte cavità e grotte. Inoltre la foresta in quota offre nutrimento a quella sottostante, grazie alla particolare permeabilità del terreno carsico. Durante le piogge, la foresta pedemontana riceve le acque ricche di minerali e sostanze decomposte dalla rainforest, sviluppando così una particolare

 

vegetazione endemica di diptero-carpi. Riguardo i mammiferi, uno studio recente sta valutando la reale distribuzione dell’orang utan in queste foreste, cercando di confermare o meno se le stesse siano il suo habitat ideale. Recenti ricerche sembrano confermare che l’orango non abbia una predilezione specifica del tipo di foresta, a parità di presenza di liane, tipicamente sfruttate per i loro movimenti. Un buon punto quindi dove fermarsi e procedere con le ricerche.

Il campo è stato utilizzato come base per le escursioni diurne e notturne in foresta atte a trovare i segni lasciati dall’orango e altri animali oltre che per realizzare immagini di microfauna, come anfibi, rettili e insetti.

La presenza dell’orango nella foresta è certa, in quanto insieme alle guide abbiamo individuato, nell’arco di qualche chilometro, una decina di nidi, segno che il primate passa in queste aree parecchio tempo. Purtroppo, come abbiamo costatato, nei giorni seguenti molti villaggi hanno venduto le proprie terre alle società del legname e del palm oil rimanendo senza risorse e vivendo in uno stato di forte degrado sociale e perdita di identità. Proprio spostandoci da Merabu a Wehea, un’altra area di foresta ancora intatta verso Sud, capiamo quanto i Dayak ci hanno raccontato.
Poco fuori da Merabu, lungo le piste sterrate, la foresta termina di colpo. Una linea ben distinguibile divide la natura da estese, interminabili piantagioni di palma da olio.

Respiriamo male, c’è una nebbia costante ovunque, ma non si tratta di un fenomeno atmosferico. Quel cielo grigio è interamente intriso di fuliggine, tanto da non poter osservare il sole ad occhio nudo.

Quella fuliggine proviene dai numerosi incendi appiccati subito dopo il taglio della foresta, una pratica in continuo aumento. Le società del legname e del palm oil, acquistano le terre dai Dayak per qualche milione di rupie per ettaro (circa 150 €). Da questi appezzamenti vengono prelevate le piante più grandi, sopra il mezzo metro di diametro ed utilizzate per l’export. Tutto il resto viene lasciato sul posto, considerato commercialmente poco redditizio. Le terre così deforestate vengono lasciate alla comunità Dayak in gestione per un anno per piantare riso.

Il terreno viene preparato per essere reso coltivabile, con il metodo del Land-clearing che consiste nell'incendiare il materiale lasciato dopo il taglio per liberare spazio al coltivo.
Il nostro viaggio in fuoristrada percorre chilometri di piantagioni che si perdono a vista d’occhio, trovando ogni tanto un albero superstite, simbolo di distruzione e di una foresta ormai perduta.
Passate più di otto ore di viaggio, le piantagioni piano piano cominciano a degradare lasciando nuovamente il posto alla foresta, questa volta di montagna.

Una foresta pluviale, quella di Wehea, che sale fino a 600 m di altitudine.

Rispetto a Lesan o Merabu qui ci troviamo all’interno di una rainforest. Cambia la vegetazione e finalmente anche il colore del cielo diventa azzurro. Tutta la devastazione vista finora sembra lontana, tanto da chiederci se siamo ancora in Borneo. Lo stato di conservazione di Wehea è decisamente migliore. Nella foresta sono presenti alberi di grandi dimensioni, animali, tutto pare ancora al suo posto. Fazzoletti di giungla in un territorio oramai perduto. Potremmo chiamarle oasi, in quanto isolate, unico riparo rimasto per oranghi e altre specie di primati attorno a coltivazioni intensive di palma da olio e altre attività umane. Usciamo da Wehea, sono ormai più di 20 giorni che viaggiamo. Stiamo raggiungendo Balikpapan, dopo 14 ore di strade sterrate e sconnesse, sempre in mezzo al fumo acre degli incendi e città invivibili.

Meta del nostro lungo e difficile viaggio che prevede anche due scali aerei, è il parco nazionale di Tanjung Puting, anch’esso un fazzoletto di terra strappato alla devastazione.
Grazie alla Friends of National Parks Foundation, una ONG indonesiana, in Tanjung Puting si sono recuperati molti ettari di foresta, l’habitat fondamentale per la sopravvivenza dell’orango. Infatti qui, come in pochi altri luoghi del Borneo, è più facile osservare i primati. Il parco nasce nel 1930 sotto il governo

 

coloniale olandese, per proteggere oranghi e nasiche, specie già all’epoca seriamente minacciate.
Nel 1977 l’UNESCO promuove Tanjung Punting come riserva della biosfera fino a diventare parco nazionale nel 1982. Il parco, che sorge nel Central Kalimantan, oggi è il rifugio di molte specie animali, osservabili sia in foresta sia lungo i fiumi che abbiamo navigato per molti giorni, unico modo per accedere al parco.

Oltre agli oranghi, qui vivono altre specie di scimmie come appunto le nasiche, i macachi di Java e i gibboni. Tra le altre specie troviamo uccelli come il bucero (hornbill) e diverse specie di martin pescatore.

Una natura rigogliosa dove abbiamo potuto osservare anche rettili come il gaviale e altre specie rare e minacciate come il leopardo nebuloso e l’orso malese (ssp. Helarctos malayanus euryspilus), famoso per la sua cattura e l’utilizzo della bile in medicina cinese. Se Tanjung Puting è un parco nazionale ancora intatto lo dobbiamo al Dr Biruté Galdikas e al team di ricercatori che nel 1971 hanno fondato Camp Leakey sull’idea del famoso paleo-antropologo Louis Leakey.

In tutti questi anni ricercatori, scienziati e studenti provenienti da tutto il mondo, hanno lavorato per proteggere gli oranghi e il loro habitat. Il Borneo immaginato nei racconti di Salgari non esiste più. Solo poche zone sono ancora intatte, per questo vale la pena di raccontare la nostra esperienza.

La causa? Troppa domanda di materie prime e sfruttamento degli spazi per impiantare monocolture a uso intensivo. Cosa possiamo fare? Evitare di comprare mobili o parquet esotici o se proprio dobbiamo verifichiamone la corretta provenienza. FSC certifica il prelievo controllato e gestito in maniera corretta e sostenibile. Assicuriamoci di leggere le etichette di dolci, biscotti, cibi preparati industrialmente. Da dicembre 2014, l’unione Europea obbliga l’indicazione della presenza nei cibi di olio di palma. Senza contare che la distruzione delle foreste contribuisce al cambiamento climatico, è sotto gli occhi di tutti ciò che sta avvenendo: acquazzoni, bombe d’acqua, trombe d’aria e clima impazzito.

La consapevolezza, insieme al buon senso, nella vita di tutti noi, potrebbe invertire la rotta e consegnare alle future generazioni il patrimonio naturale che stiamo perdendo.