Il favoloso mondo di Alfredo Sabbatini

A cura di: Gerardo Bonomo

Durante la Settimana della Moda a Milano (24 febbraio – 2 marzo 2015), chi ha avuto l’occasione di entrare al Boscolo Hotel di Corso Matteotti, a un passo da Via Montenapoleone, avrà sicuramente notato una particolare istallazione, una sorta di camerino per fototessere con degli strani fori sui due lati, ideata dalla Nital di Moncalieri e finalizzata dallo studio Cesare Griffa Architetti di Torino.

Niente selfie, durante l'evento, ma la possibilità di farsi ritrarre in una situazione davvero particolare, dal fotografo professionista Alfredo Sabbatini, mentre le mani inguainate delle sue assistenti tenevano, attraverso i fori, questo o quest’altro elemento del vestito del soggetto, così da far assumere pose particolari: le sciarpe e le cravatte parevano in volo e così i cappelli, per chi li indossava.
Tra il fotografo e il soggetto, una Nikon D4s "armata" con l'obiettivo AF-S Nikkor 24-70mm f/2.8G ED, ma soprattutto la mente di Alfredo Sabbatini, anima della performance battezzata "I AM POP" e che ha avuto eccezionali consensi di pubblico. La sera dell’inaugurazione dell'evento, la hall dell'hotel è stracolma e il dress code ne rispetta la filosofia: “a touch of pop”. In questa specie di cabina per fototessere entrano gli ospiti con le mise più indovinate. Il fotografo, fisico asciutto, quasi ascetico, rigorosamente vestito di nero, con cappello calcato sulle ventitré, passa più tempo a parlare con i soggetti che a fotografarli. Di scatti in effetti ne esegue non più di un paio per ognuno.

Ma chi è il fotografo Alfredo Sabbatini? Chiamarlo fotografo è un po' riduttivo: Alfredo usa sì la macchina fotografia e scatta fotografie, nella maggior parte dei casi ritratti, ma le finalità delle sue immagini vanno ben oltre la foto, qui il ritratto, la “falsa fototessera”: Alfredo a ogni scatto, a ogni ritratto, racconta il soggetto che ha di fronte e nella maggior parte dei casi riesce a distillarne la personalità, la biografia. Una radiografia, al confronto, sarebbe più superficiale.
Tra uno scatto e l’altro sono riuscito a intercettarlo e a rubargli qualche minuto per una breve intervista. I minuti sono diventate mezzore. Noi non finivamo più di domandare, Sabbatini di rispondere.
Un personaggio nel senso pirandelliano del termine, una persona che non solo ha capito il gioco delle perle di vetro, ma ha anche l’umiltà e la positività di renderne partecipi gli altri. Per non perdere neppure una parola, anziché sunteggiare su un taccuino abbiamo registrato l’intervista. Una volta sbobinata non abbiamo trovato neppure una preposizione o un avverbio superfluo e abbiamo trascritto tutto, parola per parola. Più che un’intervista, una lezione, di Sabbatini naturalmente, o come le chiama lui, un non-workshop. Una lezione che abbiamo a nostra volta ascoltato con molta attenzione e da cui abbiamo imparato parecchio.

Alfredo, quando hai cominciato a fotografare?
La mia prima fotografia coincide con la mia prima macchina fotografica, una Kodak Instamatic regalatami da mio padre a nove anni. Mio padre era un giornalista inviato speciale e ogni volta che preparava le sue macchine fotografiche, prima di partire per un servizio, rimanevo affascinato (oggi giro con il bauletto fotografico che si era disegnato lui negli anni 60). Era lui naturalmente che mi procurava i rullini per la mia Kodak, che poi lui faceva stampare attraverso le sue agenzie. Mi mostrava quindi i provini, quasi degli storyboard dai quali potrebbe anche essere nata la mia successiva “infatuazione” per il video.
Quando divenni “grande”, mi regalò una Leica M3, a quei tempi una regina indiscussa. Devo dire che è stato il più grande incoraggiamento verso la fotografia di tutta la mia vita e la prima volta che siamo partiti per un viaggio insieme, in Africa, lui continuava a ripetermi: “Le foto si devono fare, diritte, a fuoco e ferme”. E io ho sempre “obbedito” a quest'ordine.

E dopo la M3?
Sono passato ad Hasselblad, poi è arrivata la Nikon F e da quel momento le Nikon professionali le ho passate tutte, fino alla Nikon D4.

Sempre Nikon?
Agli inizi era una scelta obbligata perché nel professionale c’era solo Nikon. E uno dei motivi che non mi ha mai distolto da questo brand è il parco ottiche che ho iniziato a costruire fin dagli inizi. Io di solito cambio la cassa.

La Cassa? Come Nosferatu?
La cassa è la fotocamera. Si cambia quindi la cassa ma non gli obiettivi. Ai miei allievi dico sempre di investire innanzitutto nelle ottiche e di comprare le macchine usate, anche perché oggi è l’ottica che fa la differenza. Tornando noi, quindi, io lavoravo con Nikon e Hasselblad. Poi sono arrivati altri brand nel formato 35 mm. Importanti competitor di Nikon presentarono macchine decisamente più leggere. Le ho provate ma le mie dita si erano ormai abituate ai corpi Nikon. La leggerezza per me era poi un handicap: io ho bisogno della macchina pesante perché scatto con tempi fino a 1/8 s a mano libera.

Mi hai accennato al fatto che ti occupi anche di video?
Ho iniziato quasi per caso al fianco di un regista e sono rimasto folgorato dal mezzo. Ti confesso che dopo pochi minuti sul set - in quel momento si stava realizzando un video di prova - ho letteralmente strappato la videocamera all’operatore e mi sono buttato sulla scena, iniziando a riprendere.
Tutto è cominciato nel 2006 quando è iniziata non solo la crisi economica, ma quella della qualità. Camminavo su e giù per il mio studio in Bicocca, con le mani dietro la schiena come Groucho Marx. Non avevo idea di come sarei riuscito a “sdoganarmi” da quella situazione.
Poi, a un certo punto, ho avuto un lampo: dovevo cercare altri modi di fissare e interpretare la realtà. Ho pensato al video.

Da dove parte il progetto I AM POP che ti vede impegnato in questi giorni durante la Settimana della Moda a Milano?
Ho innanzitutto riconsiderato la parola workshop e l’ho modulata in non-workshop. Io ho iniziato a vivere il glamour, quello vero, dalla metà degli anni 60. Capisci quindi che quello che oggi viene considerato glamour non è nelle mie corde ed è lontano da quella che per me è la sua reale accezione. È diventato semplicemente una figura femminile con l’autoreggente.

Perché? Qual’è il vero glamour?
Il vero glamour è uno sguardo, un gesto, è una caviglia, un passo che va via, è tante piccole cose, o, se vogliamo associarlo alla lingerie, allora dobbiamo farlo con grande classe. Dall’inizio degli anni 80 alla fine degli anni 90 ho lavorato moltissimo per le più importanti campagne stampa di lingerie. Tutto questo perché ho sempre avuto, come fotografo, una grande “abilità” con il corpo e il linguaggio non verbale del soggetto. Tutto questo perché io, ho cominciato a fotografare il circo e lo sport.

Il famoso circo della F1?
Non esattamente: il circo era quello vero di una volta, quello che oggi si vede ancora nel Cirque du Soleil, quello senza rete. Lì ho imparato innanzitutto a studiare la scena. Oggi vedo molte persone scattare un po' a caso, sapendo di avere schede di memoria di capacità infinita e senza alcun costo aggiuntivo. Questo è devastante. Si crea un effetto come di bulimia, calcolando che il 90% dei nativi digitali non ha idea di che cosa voglia dire concepire la fotografia.

Concepire la fotografia?
Quando per la prima volta in vita mia, ho visto una mostra di Ansel Adams, che sta alla fotografia come Seneca alla filosofia, ho giurato su tutti gli dei che non avrei mai fatto una foto di paesaggio in vita mia, perché non si può… Ansel Adams aveva raggiunto già negli anni 30 la massima espressione possibile su questo genere fotografico. Il giorno che riuscirò a trovare un linguaggio diverso da questo, solo allora inizierò a fotografare paesaggi, ma non prima.

E?
E ad oggi non ho ancora fatto una foto di paesaggio!

Altri fotografi che ti hanno ispirato o intimorito?
Indubbiamente Salgado: dopo aver visto il film di Wim Wenders su Sebastião Salgado, sono rimasto folgorato. Quando ho visto la mostra sulle miniere d’oro del Brasile, quei gironi danteschi, io sono caduto in ginocchio. Il massimo complimento che posso fare in queste situazioni, dal profondo del cuore è: “Avrei voluto farla io, questa foto!”

Un’altra foto che non farai mai, quindi!
Non si può ricontestualizzare qualcosa, soprattutto nell’epoca dell’analogico. Quando si scattava su pellicola, e per altro io scatto ancora (anche) su pellicola, le foto non le vedevi subito, quindi eri padrone della luce, della tecnica di base, dei cosiddetti "quattro elementi" cioè sensibilità, diaframma, tempo e tipo di ottica. Se non conoscevi tutto questo, non potevi decidere come fare una fotografia, ovvero, la scattavi, la foto, ma non la facevi!

Anche oggi...
R: Soprattutto oggi, che le fotocamere sono dei robot, i "quattro elementi" sono diventati patrimonio intrinseco della fotocamera.
Basta pensare ai selfie.

I selfie? ma cosa c’entrano?
Fatti questa domanda. Perché tutti oggi si fanno i selfie? E perché tutti si storpiano prima dello scatto?
Assumono mimiche distorte, si atteggiano a caricature di loro stessi?

Perché?
Perché non sono capaci di scattare bene una fotografia, e allora piuttosto che essere una roba di mezzo, la estremizzano dall’altra parte, così è più facile. Vale non solo per le nuove generazioni: quando mostro ai miei allievi un Kandinsky e mi sento rispondere che non è difficile mettere insieme due righe e una pallina, oppure mostro un Picasso per far capire che prima di mettere un occhio fuori dalla testa in un ritratto bisogna saper disegnare perfettamente, dico anche che prima devi frequentare “l’Università”, poi ti puoi permettere di fare quello che vuoi. Solo così lo farai consapevolmente.

E lo stesso ragionamento vale per la fotografia.
Soprattutto per la fotografia. Oggi la fotografia è l’arte principale.

Veniamo al tuo lavoro esposto qui al Boscolo. Perché hai deciso di farlo su pellicola?
Io sono nato con il bianco e nero e in modo pionieristico. Ho imparato a preparare i chimici con le polveri, e questo fa una certa differenza, così come fa una certa differenza il fatto che ho lavorato per anni senza esposimetro. Conosco la luce, la sua densità...

Hai il selenio nel cervello...
(Alfredo ride, ndg) Anche con la digitale: faccio tre colpi, cioè tre scatti di prova ed è come se avessi fatto le due polaroid che si facevano ai tempi della pellicola e basta, tutto è già settato correttamente. Quindi ho iniziato con il bianco e nero, e poi nei tardi anni 70 è esploso il colore, che all’inizio però era terribile, ma era una novità, Il bianco e nero da subito è come sprofondato nel nulla, sostituito da questo colore “orribile” che ha impiegato 15 anni ad arrivare a un risultato accettabile, in contemporanea con l’avviamento dei nuovi sistemi di fotolito e stampa. Come tutte le volte che c’è un cambiamento, come quando si è passati dai linotipisti alla fotocomposizione.

E con l’avvento del digitale anche in fotografia è stata stessa cosa, immagino.
Esattamente, io il digitale non l’ho rifiutato, al contrario, l’ho affiancato all’analogico, e alterno i due sistemi a seconda del risultato che voglio ottenere. Ho continuato la mia ricerca in bianco e nero su pellicola, mentre per i lavori che mi venivano commissionati a colori, li ho realizzati solo dopo aver trovato il mio colore, sperimentando, a partire da C41. Fermo restando che niente va bene per tutto.

In che senso?
È un errore usare sempre e solo la stessa tecnica o lo stesso medium. Tutto si omogenizza, nessuno rischia più e di conseguenza nessuno fa nuove scoperte dal punto di vista del linguaggio fotografico.

Sviluppavi tu?
Ho sempre sviluppato e stampato il mio bianco e nero, ma non il colore: mi affidavo alla Colorzenith di Milano dove ero arrivato a un livello di intesa perfetta con il responsabile del laboratorio. Per anni ho seguito personalmente le fasi di sviluppo dei miei negativi fino a che è arrivata l’intesa perfetta e imbucavo e basta, lasciando i rullini in reception o imbucandoli nell’apposita casella disponibile per le consegne notturne o fuori dagli orari d’apertura. Ho chiuso la mia camera oscura bianco e nero nel 2007, dopodiché sono entrato in contatto con Giampaolo Daldello e siamo arrivati a una quadratura del cerchio. Il lavoro esposto al Boscolo l’ho scattato in diapositiva sviluppata in C41 (cross process) che ti restituisce questi colori pazzeschi. Qui ho lavorato in medio formato.

E il progetto I AM POP ?
È l’evoluzione di quello che faccio nei miei non-workshop, nei miei “Unconventional Sabbatini”.
Sono sempre di più le persone che si iscrivono a quelle che io chiamo “lezioni” al Teatro Magico, il mio studio. Insegno a fotografare meno e meglio, perché le fotografie sono come le parole, hanno un valore assoluto.
La fotografia è l’esperanto del terzo millennio, va al di sopra delle lingue, è la soluzione alla Torre di Babele, con l’aggravante però che se questo tipo di linguaggio viene nuovamente contaminato con questa bulimia di digitale, non se ne viene a capo.

Con che macchina e con che ottiche stai realizzando lo shooting I AM POP?
Nikon D4 e AF-S Nikkor 24-70mm f/2.8G ED.

Nessuna altra ottica?
Ti posso assicurare che negli ultimi quattro anni ho usato quasi esclusivamente il 24-70mm. Ho poi preso un 14mm e l'ho trovato meraviglioso perché se usato bene ti permette di colmare certi gap prospettici. Come quando mi trovo a fotografare una convention con sei, settemila persone. Io sono un amante del grandangolo. Il consiglio che dò ai miei allievi e di cominciare scattando, per un anno almeno, solo con il 50mm, poi di passare alle altre focali. Perché bisogna innanzitutto imparare ad avvicinarsi o allontanarsi dal soggetto muovendosi fisicamente, e non l’escursione focale di uno zoom che a ogni focale propone una differente prospettiva e una differente fotogenia del soggetto. Quello che vedo e mi stupisce di più è che pochi sanno che fare il fotografo vuol dire essere persone d’azione e non persone passive, e che giocare con i medi tele e ritrarre i soggetti a loro insaputa non è un vero ritratto. Il fotografo deve essere vicino al soggetto e questi deve essere consapevole della presenza del fotografo.

Che focale prediligi?
Di solito il 35mm anche perché voglio stare vicino al soggetto e includere al contempo anche le mani del soggetto e dei miei assistenti.

Luci?
Qui sto lavorando con una luce continua a temperatura di colore solare, esattamente come faccio nei miei non-workshop, così da permettere a tutti di fotografare contemporaneamente, cosa che sarebbe impossibile con i flash da studio, sia per i tempi di ricarica sia per la condivisione dei sistemi a filo o wireless di syncro flash. Ho lavorato così anche ai recenti Nikon Live che Nital ha organizzato nel 2014. Ricordo che all’evento tenuto a Milano sono intervenute quasi duemila persone.

Come lavori in studio?
Tra le attuali ricerche, sempre in tema di ritratti, c’è un’istallazione molto particolare: si tratta di un quadro con i lati di un metro e venti, che ho fatto dipingere di un nero molto particolare da un pittore. Il quadro viene tenuto da alcuni miei assistenti che indossano guanti bianchi. A seconda del mood e del soggetto, decido se includere nella fotografia solo il volto e le mani - che raccontano come se non più del volto - e le mani inguantate dei miei assistenti, o in alcuni casi inquadro anche l’intera figura dei miei assistenti o parte di essa. Questo sta alla base anche del progetto booth, ovvero di questo particolare “paravento” dipinto di nero con alcuni fori realizzati nei due lati attraverso i quali i miei assistenti sporgono le mani, sempre inguantate, e tengono o trattengono particolari del soggetto, come la cravatta, la sciarpa, il cappello, o altro.

Hai appena detto che nei tuoi ritratti oltre al volto del soggetto ci sono sempre anche le sue mani...
Certo, il soggetto se non è una modella professionista, difficilmente sa come impostare le mani in una fotografia, e molti fotografi a loro volta non le sanno collocare nell’inquadratura e valorizzarle. Io invece le inquadro e le metto sempre in risalto.

E se il soggetto è tatuato?
Dipende: posto che una persona tatuata non potrà mai più essere completamente nuda, essendo vestita dai suoi tatuaggi, in alcuni casi, certi tatuaggi non sono scelte dettate dalla moda ma sono punti d’arrivo. E quando è così, si riconoscono e finiscono per appartenere realmente alla persona. Sono come una cicatrice e quindi li faccio entrare da protagonisti nella foto, naturalmente se sono sulle mani o sul volto.

Questi lavori con the black hole e gli assistenti li realizza a colori, in bianco e nero o in entrambi i linguaggi?
Quasi esclusivamente in bianco e nero, perché mi interessa la fisionomia, lo sguardo del soggetto. Non voglio essere distratto dal colore. E poi il colore, se non è misurato e controllabile, è sempre pieno di inestetismi. Perché il bianco e nero? Perché mi accende il sogno, mi fa partire la fantasia. Qui naturalmente, per l’evento I AM POP, il colore ci sta e mi piace.

Post-produzione?
La mia post-produzione è la transazione elementare di quello che facevo in camera oscura. Di Photoshop uso solo i tool che mi fanno tornare indietro ai tempi della camera oscura. Suggerisco di fare alcuni scatti, guardarli sul display della macchina fotografica, e poi di trasferirli subito nel computer e di rivederli sul monitor. Display della macchina e monitor non sono la stessa cosa. Guardare un’immagine appena scattata sul display della fotocamera è come guardare i polaroid di una volta: non è mai uguale al risultato finale. Io quindi faccio una post-produzione essenziale, esattamente come per il procedimento argentico. Ho fatto una scelta per la post-produzione di rimanere il più essenziale possibile, e questa è anche una scelta di correttezza. Nelle mie lezioni, a proposito della post-produzione, dico che bisogna esercitarsi parecchio prima di arrivare a una post-produzione che aggiunga valore e non demolisca l’immagine. Come dire: o siete a livello di LaChapelle o lasciate perdere.

E oggi cosa utilizzi per realizzare i tuoi video?
Per alcuni lavori uso la D4. Ho provato anche la D3 che pur essendo precedente risulta valida anche per le riprese video. Ma uso anche un corpo Nikon 1 con cui, grazie all'adattatore FT-1, posso utilizzare le ottiche Nikon della D4 e della D3. La maggior parte dei video deve, per necessità di mercato, essere realizzata nel minor tempo possibile e con il miglior rapporto qualità/prezzo. Di conseguenza lavoro con le stesse fotocamere che utilizzo per scattare, rinunciando a sistemi video più complessi e costosi, e non riconvertibili sui set fotografici. I video così realizzati diventano “di pancia” e trasversali da un punto di vista generazionale.

Hai utilizzato la stessa filosofia anche per il tuo portale?
No, per il mio portale alfredosabbatini.com ho lavorato diversamente: mi sono confrontato con operatori molto più giovani di me e con la filosofia web attuale che vuole tutto il più leggero, semplice ed elementare possibile. Il mio portale invece è innanzitutto caos, ma un caos controllato.

Chi sei tu oggi?
Uno scrittore visionario. Così ho firmato il mio primo video, “Visionary Writer”. Grazie a mio figlio che oggi lavora in una società da lui aperta a Washington e che si occupa di web design ad altissimi livelli, ho una libreria musicale con centoventimila brani che vanno dalla musica medievale a quella attuale. Sentendo lui e le persone come lui, ho preso la loro musica, perché il primo linguaggio di un video è proprio la musica, più che l’immagine, e ho cominciato a montare i video di nuovo, in modo anagraficamente trasversale, perché prima sono entrato nel mood dell’armonia, e poi dell’immagine. In questo modo ho agganciato un pubblico che non ha età. Vuoi per la tensione, vuoi per la scelta dei brani musicali, ogni volta che monto un video non riesco a trattenere le lacrime, che siano di tensione, di gioia o di sofferenza.

Oggi “scrivi” di più con le fotografie o con i video?
Indubbiamente con le fotografie, che sono comunque parte essenziale anche dei miei video. Io lavoro tantissimo mischiando short video e fotogrammi.

Il progetto dei progetti? il tuo più grande sogno?
Te lo dico proprio perché sei tu. Ho sempre timore che, come è già successo, qualcuno mi prenda le idee. Allora, il mio grande sogno è…

A questo punto ho spento il registratore e sono rimasto ad ascoltare Alfredo. Preferisco non riportare in questa intervista ciò che mi ha detto. E quindi? Questo benedetto progetto qual è? Vi assicuro che è fantastico, e che prima o poi lo realizzerà. E lo vedrete voi. E lo vedranno in molti. Anzi, tutti!

GLI ANNI DEL POP
Rivivono a Milano gli “anni del Pop”. Franco Jacassi ha presenta all’ Hotel Boscolo durante la SETTIMANA DELLA MODA una collezione straordinaria di abiti e accessori tutti rigorosamente anni ’60, accompagnati dalle fotografie realizzate da Alfredo Sabbatini.
Dalla moda spaziale e avveniristica di Courrèges e Paco Rabanne, agli abitini in jersey dai colori fantasmagorici di Emilio Pucci, all’uso del ricamo optical a pailette bianche e nere di Antonelli, alle forme svasate di Enzo, Ted Lapidus, Guy Laroche e Pier Cardin.
Inoltre verrà fatto un omaggio alla POP ART con un esposizione di abiti di Gianni Versace e di Mila Schön Ispirati a Andy Warhol e Victor Vasarely.

EXTRA POP
Alfredo Sabbatini presenta una collezione di ritratti visionari ispirati da icone del passato recente, reinterpretate in un divenire sempre rivolto al futuro. Le fotografie sono state realizzate in pellicola e manipolate durante lo sviluppo. Le acconciature sono creazioni esclusive di Roberto Lorenzoni e il trucco è a cura di Dior. Le stampe Fine Art su carta Baryta o su tela sono state curate da Gian Paolo Daldello per Teatro Magico.

I AM POP
Live Pop Portraits by Nikon
Durante la serata di inaugurazione, Alfredo Sabbatini ha realizzato ritratti dal vivo agli ospiti che abbiano osservato il dress code "a touch of pop". Ritratti che hanno dato il via a una Gallery virtuale che è stata arricchita durante tutta la Settimana della Moda. Per l’occasione Nital ha realizzato uno speciale ‘booth’, una trappola per ritratti da un’idea di Alfredo Sabbatini e finalizzata dal design dello Studio Griffa Architetti. Il booth è ora esposto e utilizzabile nello show room di Nital, a Moncalieri (TO).