Jammu e Kashmir

A cura di: Sergio Ferraiolo

L'India non è solo il Taj Mahal e il Tibet non è solo nell'area cinese. Esiste un Tibet piccolo, calmo e tranquillo, nel nord indiano, nello Stato dello Jammu e Kashmir.
Il Capoluogo, Leh, ti accoglie necessariamente all'alba: tre voli giornalieri da Delhi, non oltre le 7:30 perché oltre, l'aria rarefatta dei 3500 metri, riscaldata dal sole, non sosterrebbe il grande Airbus. Il panorama, dai finestrini dell'aereo che plana facendo un otto spettacolare, è splendido e ti sembra di entrare nel monastero Spituk Gompa, posto proprio sopra l'aeroporto.
Leh è una base per il trekking, con negozi specializzati in attrezzatura per la montagna, e in questo assomiglia a Kathmandù ma senza quell'aspetto un po' sguaiato e quell'aria da suk che si respira nella località nepalese. Su tutto domina il “piccolo Potala”, palazzo ormai in disuso e cadente, sede di un importante Lama. Si avverte molto l'austerità buddista che convive, senza palesi frizioni, con le due moschee che soddisfano il bisogno di fede della numerosa comunità musulmana.

È piacevole e divertente avventurarsi per le stradine del centro con le classiche bottegucce indiane e il gestore che siede letteralmente in mezzo alla merce. Splendido il panorama con i picchi himalayani sempre innevati e i numerosi monasteri, molto noti e visitati dai fedeli.

Gite al monastero dello Spituk Gompa, di Likir, di Alchi, di Hemis, rendono bene l'idea della pratica buddista. La puja, la preghiera, condotta a più voci e accompagnata da suoni di tamburo, campanelli e trombe, non è riservata ai soli monaci. Il pubblico, anche i turisti, purché non disturbino, sono i benvenuti e a loro viene offerto spesso un'orribile tazza di tè con burro di yak.
Più un monastero è in auge, più pellegrini attira. Per questo, molte volte, i risparmi dei fedeli, anziché al restauro della propria casa, sono destinati al restauro del monastero.
Molto ambita è l'accoglienza, nei monasteri, dei bambini, anche in tenera età: la “carriera ecclesiastica” garantisce cibo e prestigio. A settembre, mese migliore per visitare il Ladakh, Leh ospita l'annuale festival: teatro, tiro con l'arco, polo, danze con maschere Cham che, allegoricamente, rappresentano le fasi della vita.

 

Da Leh parte la strada, l'unica, che attraversa il Ladakh per arrivare fino a Srinagar, in Kashmir. Strada che supera spesso i 4000 metri, continuamente in manutenzione per il terreno friabile e franoso e, d'inverno, per le copiose nevicate. Strada quasi sempre a strapiombo e sempre troppo stretta per il passaggio contemporaneo di due autocarri, spina dorsale del trasporto in quella zona, sempre coloratissimi e pieni di ciondoli.

Percorrendo questa strada in auto, per sei ore, arriviamo a Lamayuru, piccolo paesino sperduto sulla montagna, ma sede di un famoso monastero e di una scuola laica dove, anche in questo posto introvabile sulle carte geografiche, ai bambini rigidamente in divisa English style, viene impartita l'istruzione elementare e media, quindi insegnato l'inglese con tecniche che comprendono anche il public-speaking e la multidisciplinarietà.

Da Lamayuru muoviamo per lo Zanskar, nascosta valle a sud di Lamayuru. Anche qui le strade sono non asfaltate e impervie: sedici ore di auto, due giorni in tutto, con notte in un campo di tende a 4000 metri e zero gradi, per percorrere soli 260 km. Bel posto, monasteri, nomadi che vivono raccogliendo e facendo seccare il letame da vendere poi come combustibile, coltivazioni di sorgo, allevamenti di pecore da lana.

Scene di alto contrasto: c'è chi prende l'acqua alla fonte non avendo l'acqua corrente in casa e che, mentre l'otre si riempie, passa il tempo a chiacchierare al telefonino cellulare.
Altre ore di auto su strade “da paura”, sempre affollate di stradini. Vediamo emigrati dalle zone più povere dell'India che si spaccano la schiena rompendo pietre o si affumicano sui forni del bitume, nei pochi tratti dove è posato l'asfalto, e scendiamo verso quote minori nel Kashmir. Il paesaggio cambia di colpo. Dalle montagne brulle e franose si passa a una vegetazione ricca e intensa che somiglia moto alle vallate alpine italiane con alberghi che accolgono gli indiani più ricchi che fuggono il caldo torrido della pianura.
Srinagar è una sorpresa. Costruita su canali e fiumi, circonda in parte il Dal Lake, lago grande dai contorni molto frastagliati. E proprio sul lago il sorprendente incontro con le lussuose “house boat”, veri alberghi galleggianti. La loro origine deriva dal divieto, imposto da Re Mugul ai cittadini stranieri, compresi gli allora dominatori inglesi, di possedere case dentro il paese.

Il divieto fu aggirato, ai primi del secolo scorso, dagli inglesi che costruirono su chiatte ancorate al lago, lussuosi appartamenti in legno di tek.
Dopo anni di guerra indo-pakistana e anni di terrorismo, Srinagar si sta lentamente riaprendo al turismo. Non possedendo alberghi con standard occidentali, gli operatori turistici locali hanno restaurato le house boat offrendole ai turisti come lussuosi alberghi dove il gestore, che di solito abita in una casetta su palafitta posta sul retro, si occupa di cucinare, di pulire e di sorvegliare.
Anche se l'house boat è ancorata alla sponda del lago o a quella di una isoletta interna, l'unico mezzo di collegamento con la terraferma è la shikara, barca con comodo divano e baldacchino spinta con la pagaia a forza di braccia dal “tassista”.

Non basta una giornata per visitare il lago, splendida ecozona abitata da moltissimi uccelli, come le aquile – tante – e i palmipedi marini. La vegetazione acquatica è fittissima, con splendide ninfee dai fiori rosa intenso su cui la rugiada splende come un diamante. Talvolta la vegetazione supera la superficie dell'acqua e sembra di pagaiare su un tappeto di velluto verde.
La città di Srinagar risente molto degli anni bui della guerra e del terrorismo. Si vedono parecchi segni di rinascita, ma attraversarla su canali ridotti a fogne a cielo aperto, a bordo della bassa shikara, non è un'esperienza esaltante. Belle le moschee, imponenti e antiche, sia in legno, sia in pietra, frequentate dalla popolazione interamente musulmana.
Una menzione spetta, infine, agli splendidi giardini Mugul, voluti dalla dinastia regnante fino all'indipendenza. Oasi di fresco, con fontane, canali e piene di fiori rossi e gialli, dove spesso si intrecciano gli sguardi romantici dei ragazzi del posto.