Mongolia. I cacciatori con le aquile

A cura di: Enrico Barbini

Una terra affascinante che regala territori dove il tempo sembra essersi fermato. A bordo di Uaz 4x4 raggiungiamo il massiccio degli Altai dove allestiamo il nostro campo. Ci attendono giorni lontani dagli agi e dalle comodità ma ciò che vedremo e fotograferemo ci ripaga di tanta fatica.


Un viaggio nella Mongolia nord-occidentale, nella regione dei monti Altai, equivale a un viaggio indietro nel tempo. Un territorio vastissimo che s’incunea tra Russia siberiana, Kazakistan e Cina. Arido e sostanzialmente deserto, è ricco di picchi montuosi, fiumi, colline, laghi e ghiacciai che rendono il paesaggio cangiante al variare della luce. Pochissimi gli abitanti, nomadi, che vivono prevalentemente di pastorizia. Lontani da altre forme di civiltà e senza i comfort a cui noi occidentali siamo abituati: niente elettricità di rete, docce, servizi igienici e non ancora raggiunti dal turismo di massa.

Quando l’aereo del volo interno da Ulan Bator atterra nel piccolo e sperduto aeroporto di Bayan-Ölgii, ci appare subito evidente che da adesso in poi non avremo più le comodità che la capitale mongola poteva offrire. Già osservando dal finestrino, era apparsa la particolare natura orografica di questa parte dell’Asia centrale. Ad attenderci all’aeroporto di frontiera, le nostre guide e due vecchie e gloriose “buhanka”, ossia pulmini Uaz 4x4 rigorosamente anni 70. Spartani, scomodi e non belli ma, come avremo modo di apprezzare durante il viaggio, di un’affidabilità meccanica e di marcia di assoluto rispetto. Possono percorrere piste inesistenti e guadare fiumi come fossero mezzi anfibi. Nulla sembra poterle fermare.

Dopo un breve briefing operativo nella piccola cittadina di frontiera e aver caricato gli Uaz di tende, sacchi a pelo e viveri, cominciamo la nostra marcia verso il massiccio degli Altai. Una catena montuosa che si estende dal deserto del Gobi cinese fino alla Russia e che per circa 600 chilometri interessa il territorio mongolo.

Quasi un intero giorno di viaggio sulle sconnesse piste della steppa è necessario per raggiungere l’area dove montiamo il nostro primo campo. Lo facciamo all’ingresso del parco Tavan Bogd, proprio a ridosso del fiume bianco le cui acque sono formate direttamente dal ghiacciaio Potanin che sovrasta la zona in cui ci accampiamo.

La mattina seguente sveglia di buon ora e dopo una veloce ma robusta colazione, ci avventuriamo a piedi per i sentieri che ci separano dalle cime innevate del ghiacciaio. Sedici chilometri di cammino, intervallati dalle necessarie soste per riposare e fare qualche scatto al volo, ci consentono di arrivare nel tardo pomeriggio ai margini del Potanin Glacier, a quota 3.200 metri. Una magnifica luna ci consentirà di scattare qualche suggestivo notturno, prima di accomodarci nelle nostre piccole tende, cercando riparo e calore nei sacchi a pelo, per resistere alla temperatura esterna che, anche a settembre, di notte è già sotto lo zero. .

Il giorno dopo ripercorriamo i 16 chilometri di ritorno e quando ritroviamo i pulmini Uaz ad aspettarci, ci sembrano le vetture più confortevoli che abbiamo mai provato.
Nei giorni seguenti le altre tappe ci portano a toccare vari punti d’interesse naturalistico e paesaggistico e a condividere parte della giornata con alcune famiglie di nomadi Tuva, un’etnia kazaka di antiche origini turche. Vivono nelle gher, le caratteristiche tende di forma circolare sostenute da un telaio di legno e ricoperte di feltro ricavato dalla lana delle pecore che garantisce un ottimale isolamento termico.

Popolazione pacifica e molto ospitale, i Tuva ci consentono di montare le nostre tende vicino alle loro e ci offrono puntualmente cibo e tè caldo, la loro principale bevanda, arricchito di latte fermentato di yak o giumenta. Sapore forte e caratteristico che costituisce altro “banco di prova” per le nostre abitudini. In questo caso alimentari.

Alcuni capifamiglia sono cacciatori che utilizzano le aquile per catturare le loro prede, per lo più volpi, lepri e lupi. Custodi di un’antichissima tradizione, ne restano oggi circa 150.200, secondo stime attendibili. Cacciano soprattutto d’inverno quando la presenza della neve mette maggiormente in risalto le potenziali prede.
Durante il resto dell’anno è quotidianamente affinata l’intesa tra l’aquila e il cacciatore, poiché l’addestramento, riservato solo agli esemplari femmina, richiede molto tempo.

Ci vogliono circa due anni prima che l’aquila, presa nel suo nido quando è ancora pulcino, risulti pronta a lanciarsi sulla preda e immobilizzarla al suolo. Una golden eagle pesa in media 8 kg ma può arrivare fino a 10 e, con un’apertura alare di quasi 2 metri, è capace di abbattere anche animali di 4 o 5 volte il suo peso, come i lupi. L’altro immancabile elemento della “squadra” di caccia è il cavallo. I mongoli hanno fama di abilissimi cavalieri dai tempi di Gengis Khan che con il suo esercito basato proprio sulla cavalleria, riuscì a formare uno dei più vasti imperi della Storia.
Un antico detto locale sostiene che “Un mongolo nasce in una gher e muore a cavallo”.

Stabilita un minimo di empatia, alcuni cacciatori ci consentono di seguirli durante le loro escursioni nella steppa.
Una volta indossati i loro abiti e accessori tradizionali, ricavati per lo più proprio dalle pellicce delle loro prede, i “burkitshi” (“cacciatori con le aquile” in lingua kazaka) appaiono trasformati rispetto alla loro apparenza di miti allevatori e assumono un aspetto fiero che rievoca la loro atavica indole guerriera. Mostrano con orgoglio la loro aquila posata sul braccio e con la quale manifestano una sintonia davvero inaspettata per un animale non propriamente domestico. Carezze, coccole e sguardi d’inequivocabile intesa sono frequenti tra uomo e volatile.

Fotografare il momento dell’azione diventa un’esperienza indimenticabile. Con il cavallo al galoppo, condotto con le sole gambe, i cacciatori tolgono il cappuccio alla loro aquila e al momento opportuno, con un gesto studiato che rivela l’affiatamento raggiunto, la lanciano verso la preda oppure, durante l’addestramento, su un fantoccio di pelliccia o carcassa di animale, trascinato da un altro cavaliere.

Le luci dell’alba e del tramonto e gli sfondi della steppa e dei monti Altai costituiscono la magnifica scenografia di queste scene senza tempo. L’aquila marca il cielo col suo caratteristico volo. Distende le grandi ali e sfruttando le correnti d’aria si lancia veloce e implacabile in rapide picchiate. È sorprendente osservare come una volta terminato il suo volo, torni spontaneamente sul braccio dell’addestratore oppure risponda al suo richiamo, nonostante potrebbe volare via senza impedimenti. Testimonianza dell’affiatamento ma anche della dipendenza dell’animale. Infatti, il patto non scritto tra uomo e animale prevede la pelliccia per il cacciatore, la carne per l’aquila.
Questa tuttavia, che può arrivare a vent’anni d’età, non rimane tutta la vita con l’uomo. Dopo nove o dieci anni è lasciata libera dal cacciatore che le consente di tornare a riprodursi ed essere la regina incontrastata dei cieli.