My Africa, my work is on show

A cura di: Alvise Crovato

Il percorso che porta alla propria prima mostra ha tappe ben delineate. Bisogna prima imparare a scattare al meglio e a riconoscersi nelle proprie immagini, bisogna capire che cosa si vuol comunicare e perché il tuo lavoro piace alle persone.
Come in tutte le prime, deve delinearsi un percorso: si tratta di iniziare a segnare il solco che diventerà un sentiero, si tratta di trasmettere al pubblico gli oggetti e i modi del proprio lavoro.
Per quanto mi riguarda la mia primitiva sensibilità naturalistica e gli studi all'istituto di Geografia Umana si sono sposati con la passione per la fotografia, che diventa voglia di provare e di far provare emozioni raccontando storie e luoghi secondo la propria sensibilità, pur mantenendone l'inossidabile verità.
Coniugare la altrui verità con la propria visione estetica: questa è la sfida della fotografia, questa è la sfida del reportage.
Per fortuna sono ancora all'inizio… e mi posso permettere alcune deroghe.

L'Africa è una delle palestre che ho più utilizzato per capire come lavoro.
L'Africa mi ha permesso facilmente di provare ad andare verso le tre direzioni che intendo seguire: Human, Wild e Geo.
Amref mi ha permesso di vederla, quest' Africa, in modi e tempi straordinari per un semplice turista.
Nikon mi ha permesso di catturarla facilmente, intuitivamente, splendidamente.

La visita alla shanty town di Dagoretti, a Nairobi, non è una cosa facile. Bisogna scontrarsi con la altrui povertà, con la propria ricchezza, con un mondo che non dà importanza a molte cose. Con la mia famiglia siamo andati ad inaugurare il progetto idrico del centro di Amref per il recupero dei ragazzi di strada. Ho chiesto di poter fare un giro per scattare qualche foto ed è stato possibile farlo solamente scortati da tre ragazzi del centro, che conoscono la gente e i luoghi e da loro sono conosciuti.
Mezz'ora, a volte quasi furtivamente, nel quartiere del mercato, perché non ci si può addentrare troppo.

Le persone non sempre sono contente di farsi fotografare, alcune invece lo vogliono fortemente. Ci si rende conto di essere qualcosa di straordinario e di turbare certi equilibri.
Non è semplice documentare le cose per come sono e non è semplice riuscire a comporre bene l'immagine.
Per me questo è molto importante perché non voglio affidarmi ad un successivo cropping per definire la fotografia. Lo scatto deve rimanere quello.

Usando la D300 si ha il 100% di copertura del mirino e per coloro a cui piace comporre l'immagine questa è una gran cosa.
L'ho apprezzato, e molto, nel deserto del Namib. I colori meravigliosi, le linee, le ombre e le geometrie sono a propria disposizione, con tutto il tempo che uno vuole. Sembra che il deserto osteggi la vita, ma ai margini ho trovato interessanti occasioni per fotografare.
È lunga arrivare al Namib perché sono parecchie ore di macchina da Windoek, la capitale della Namibia. Una volta arrivati però, ci si rende conto di essere in un'altra dimensione, e molto accogliente peraltro. È il deserto più vecchio del mondo e qui la vita ha avuto molto tempo per adattarsi alle estreme condizioni climatiche e ambientali. Tutto questo si percepisce subito: l'ecosistema è intatto e gli animali sono tranquilli.
Le albe e i tramonti offrono meravigliosi effetti di luci e il rosso della sabbia cambia ad ogni ora.

Bisogna ovviamente stare attenti all'attrezzatura soprattutto quando si cambiano le ottiche, perché per il resto la tenuta delle macchine contro la sabbia è impeccabile. Questo dà Nikon: sicurezza.

Il mio viaggio per il continente nero ha poi offerto alcune tappe nei luoghi che sognavo quando ero bimbo e che più di tutti hanno accresciuto la voglia di diventare un fotografo.
I parchi africani offrono a chi ama gli animali atmosfere ed esperienze ancestrali.
Il Masai Mara è un paradiso terrestre. Qui ho realmente percepito che cosa sia un ecosistema perfetto. La savana si estende a vista d'occhio sovrastata da un cielo sensazionale in ogni istante. La jeep viaggia tranquilla tra migliaia di animali ed è possibile vedere che valore abbiano la vita e la morte, il cibo e l'acqua. È un'esperienza costante questa in Africa, non solo fra gli animali.
Il leone è certamente il re di questi posti, ma solo perché gli elefanti glielo permettono, perché le giraffe hanno altro a cui pensare, perché i bufali se ne stanno per i fatti loro, perché il leopardo è veramente schivo, perché agli struzzi non interessa chi sono gli altri, perché gli impala si occupano solo del loro harem, perché le iene sono semplicemente più deboli.
Sono tutti al loro posto, tutti meravigliosi nella loro dignità.

È bello raccontarli nelle loro vite, cercare di fermare attimi che ne rivelino la comunione con quelle di ogni essere di questa terra, uomo compreso. C'è qualcosa che ci accomuna tutti, qualcosa che tante religioni cercano di spiegare e qualcosa che molti uomini hanno capito. Qualcosa che gli animali vivono costantemente senza voler cercare di afferrare. Ecco perché ci si può riconoscere in molti dei loro modi, in molti dei loro volti. Non sono loro che vengono umanizzati, perché siamo noi uomini ad essere per primi degli animali.

I quest'ottica mi sono mosso per ritrarre tutti i soggetti. Quello che è di tutti può arrivare a tutti.
E da fotografo mi pongo come un ambasciatore a cui le situazioni regalano qualcosa da portare indietro, da regalare agli altri.
Contando sempre che a leon donato non si guardi troppo in bocca…

 

Alvise Crovato
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