Patagonia Cilena - tra ghiacci e mitologia

A cura di: Davide Pianezze

Viaggio nelle remote terre australi del Sud America seguendo strade diventate leggenda: la Panamericana, la Carretera Austral e la Ruta 40


Sono trascorse più di cinque ore da quando abbiamo lasciato le luci di Puerto Montt diretti verso le turbolente acque del Golfo de Corcovado tra l'isola di Chiloè e la costa del Cile. I due fasci di luce diretti a prua penetrano per poche decina di metri la totale oscurità che ci circonda. Dalla sala passeggeri, a lato della cabina comandi, intravedo a fatica la mia piccola auto nascosta tra i camion strabordanti di ogni merce che oscillano pericolosamente al ritmo delle onde. Ad ogni scossone tutti i mezzi scivolano verso un lato fino a far tendere le catene fissate alle ruote per poi lasciarle ricadere sul pontile con rumore sinistro ad ogni cambio di inclinazione.

Sono partito da due mesi da Santiago del Chile con una Renault Clio, acquistata nella capitale da un carabiñero, con la quale ho raggiunto inizialmente l'estremo nord del Paese al confine con Perù e Bolivia. Dall'altipiano andino sono ridisceso fino alle regioni dell'Araucania, nelle terre dei mapuche, seguendo parte della "Panamericana", strada che dall'Alaska attraversa l'intero continente americano per un totale di 45.000 Km. La mia meta finale è Punta Arenas, la città più australe del Cile che prevedo di raggiungere tra qualche settimana percorrendo altre due strade che hanno fatto la storia del continente: la Carretera Austral e la Ruta 40. Il materiale fotografico e documentaristico raccolto verranno destinati alla realizzazione di un libro fotografico dedicato appunto al Paese più sottile del mondo.

La nave sulla quale sto navigando porta il nome di una figura mitologica dell'isola di Chiloè, la bellissima e sinuosa Pincoya, simbolo di fertilità, amata e rispettata da tutti gli abitanti dell'isola. Figlia del re del mare si dice che vaghi nuotando in queste acque al lato dal fratello Pincoy per salvare le anime dei marinai defunti. Dopo averli riportati in superficie dagli abissi li consegna a un vascello fantasma, comandato da sciamani, a bordo del quale potranno navigare in eterno.

Attracchiamo all'alba al porto di Chaiten al termine di una nottata insonne trascorsa su poltrone cigolanti intrise di odore di combustile. Il villaggio si trova ai piedi dell'omonimo e sonnolento vulcano dal cui cratere si alzano isolati sbuffi di vapore che finiscono in cielo confondendosi con le nuvole. Tra qualche anno la sua quiete si trasformerà in ira, tanto esplosiva da bloccare gli spazi aerei di mezzo continente sudamericano, andando addirittura ad imbiancare le coste del Sud Africa con le sue ceneri, a quasi 8.000 km di distanza.

Risalita la rampa di cemento che porta sulla terra ferma imbocco la Carretera Austral, ambiziosa opera ingegneristica militare costruita tra il 1976 e il 1996, che percorre il frastagliato e complesso versante occidentale della cordigliera patagonica. Il cammino è tortuoso, spesso rallentato da frane più o meno arginate e messe in sicurezza. Attraversa fiumi, ghiacciai, cascate, laghi, montagne e foreste pluviali dove l'acqua rappresenta l'elemento dominante in tutte le sue forme. I traghetti e le chiatte che permettono di raggiungere il versante opposto degli innumerevoli fiordi salpano non prima di risultare completamente carichi, con conseguenti lunghe ed estenuanti attese.

Continuo il mio cammino verso sud, in una regione immensa e apparentemente disabitata. Nell'impegnativa impresa di mantenere in strada le ruote della Clio, che ormai pare essersi scordata definitivamente delle sue origini di utilitaria cittadina, vedo un uomo in fondo a un rettilineo che con un braccio sollevato chiede soccorso. Ha il viso allungato, segnato dal freddo e dal vento, sotto il classico basco patagone posto leggermente inclinato sul capo. Mi chiede di consegnare un messaggio al più vicino centro dei carabiñeros che prevedo di raggiungere tra due o tre giorni. Dalla tasca estrae un pezzo di carta e una biro che sembrano sparire tra le grandi dita gonfie dal lavoro nei campi, si appoggia al cofano dell'auto e dopo aver completato il messaggio me lo mostra, come per farmi verificare la correttezza grammaticale. Il testo dice semplicemente: "tengo una vaca enferma, necesita de un veterinario" Firmato - Osvaldo - (ho una vacca ammalata, necessita un veterinario. Firmato Osvaldo). Gli suggerisco di aggiungere qualche dato ulteriore, come un indirizzo, il nome della estancia o perlomeno i chilometri di distanza dal paese, in quanto il centro dei carabinieros si trova piuttosto lontano. Rivolgendomi uno sguardo stupito, forse anche infastidito mi risponde: "està escrito que soy Osvaldo, que mas, todos me conocen aquì…" (è scritto che sono Osvaldo, cosa devo aggiungere, tutti qui mi conoscono qui…). Prima di lasciarmi andare mi rivolge alcune domande sull'auto. Gli rispondo che non è un 4x4, non è nemmeno giapponese e che riporta la targa di Santiago perché è da là che arriviamo. Salutandolo rivolgo lo sguardo alla sua abitazione in legno piegata dal vento, rendendomi conto di quali possano essere le difficoltà a vivere in solitudine in luoghi tanto isolati.

Ho ormai smesso di contare le volte mi è stata rivolta la domanda: "adonde piensas de ir con esta autita..?" ("dove pensi di andare con questa macchinetta?" diminutivo utilizzato non tanto per evidenziare le dimensioni ridotte della vettura, ma le scarse probabilità di riuscire a procedere lungo un cammino tanto impervio). Mai come nella regione della Patagonia la domanda può risultare tanto opportuna. La Carretera Austral e la Ruta 40, non sono certo strade pensate per una piccola utilitaria europea. I profondi solchi scavati dai pneumatici dei 4x4 dei padroni delle estancia (fattorie locali), lasciano affiorare pietre e ghiaia nella parte centrale che consumano il fondo delle auto poco inclini ai percorsi fuoristradistici. Ancora oggi, alla domanda "qual è secondo te la capacità principale per essere fotoreporter", rispondo che per quanto mi riguarda, la passione che ho sempre nutrito per la meccanica ha spesso fatto la differenza. Senza un minimo di conoscenza e qualche attrezzo al seguito probabilmente avrei terminato la mia carriera di fotografo in cerca d'aiuto tra i fiordi cileni e la cordigliera delle Ande dopo aver perso definitivamente i tubi dei freni divelti dalle pietre del fondo stradale (si tratta solo di uno dei tanti episodi).

Prima di imbarcarmi a Puerto Montt ho acquistato un libro sulla mitologia e le leggende dell'isola di Chiloè che leggo ogni sera prima di addormentarmi. La lettura è costantemente accompagnata dal sibilo del vento che filtra tra le fessure delle pareti in legno che caratterizzano tutte le abitazioni locali.
I racconti parlano di mostri marini, figure fantastiche in parte umane e in parte bestie, di divinità danzanti, riti sciamanici e fantasmi. Storie ereditate dalla religione e dalle credenze delle popolazioni mapuche che per migliaia di anni hanno vissuto in questa regione.
Nel leggere quelle righe cerco di dare una collocazione naturale ai vari personaggi, chiedendomi a cosa si fosse ispirata la fantasia di chi li aveva immaginati.

Sono trascorsi due giorni dal mio arrivo in Patagonia, durante i quali ho attraversato la parte più selvaggia del versante cileno.
A Puerto Chacabuco, minuscolo paesino di pescatori nella regione dell'Aysen, mi attende una lunga navigazione che mi porterà alla Laguna S. Rafael, capolinea dell'omonima lingua di ghiaccio che dalle cime della cordigliera raggiunge i fiordi.

Sono le 7:30 del 15 settembre 2005 e dal molo del porto il catamarano è pronto a salpare tra le nebbie che offuscano il cielo. Navighiamo senza sosta per quattro ore, circondati da montagne innevate e isolotti strabordanti di verdeggiante vegetazione. Il canale si fa sempre più stretto, l'acqua meno profonda e la corrente più impetuosa. Il comandante avvisa che presto avvisteremo il faro che annuncia l'entrata nella laguna. Dal fondo dell'imbarcazione le vibrazioni aumentano d'intensità, a testimoniare la corrente sempre più forte del Canal Moraleda. Aggiriamo il faro e dal versante opposto iniziamo a intravvedere iceberg di ogni forma, dimensione e sfumature che galleggiano in una laguna dal colore plumbeo come il cielo. Avanziamo fino a raggiungere il centro dello specchio d'acqua che misura circa dieci chilometri di diametro. Dalla poppa del catamarano vengono sganciati i quattro grandi gommoni che ci condurranno tra quelle meravigliose sculture di ghiaccio illuminate da rari bagliori di luce che filtrano tra le nuvole. Indossati i giubbotti salvagente saliamo sugli zodiac e iniziamo a navigare. Ci avviciniamo a un primo blocco che emerge dall'acqua per più di dieci metri con una forma a base triangolare, la cui punta più acuta, rivolta verso il cielo ricorda la prua di una nave. Dal suo interno giunge un botto improvviso, come un colpo di un cannone, seguito da incessanti scricchiolii e un un nuovo botto. Le variazioni di temperatura modificano la struttura del ghiaccio, facendo emettere improvvise e cupe vibrazione che interrompono un silenzio surreale.

La parte superiore sembra un insieme di statue antropomorfe ammassate e ricoperte di candida neve, come fosse il magazzino abbandonato di uno scultore. Sarà la suggestione del luogo e della situazione, ma non posso fare a meno di pensare alla descrizione del Caleuche, il vascello fantasma descritto nel libro acquistato a Chiloè, che emettendo una luce accecante naviga tra i fiordi cileni, trasportando sciamani e anime di chiassosi pescatori in festa.

Continuiamo a zigzagare tra gli iceberg dirigendoci verso il fronte di ghiaccio che scende dal Campo de Hielo Norte, una delle calotte glaciali più estese del continente sudamericano. È un'immensa distesa di acqua dolce, purissima e allo stato solido. Il San Rafael rappresenta la lingua di ghiaccio che raggiunge il livello del mare più vicina alla linea dell'equatore. Ribaltando le condizioni all'emisfero nord, sarebbe paragonabile ad un ghiacciaio nato sulle Alpi che arriva fino alla laguna di Venezia mantenendo un fronte alto trenta metri. L'eccezionalità dell'evento non è da ricercarsi nelle temperature estreme della regione dell'Aysen rispetto a quelle alpine, ma dipende dalla quantità di precipitazioni che ogni anno ricopre la cordigliera. I venti dell'ovest, che possono superare i 200 km/h, trasportano costantemente aria umida che, bloccata dalla cordigliera patagonica, si trasforma in precipitazioni che possono raggiungere gli 8.000 mm annui, quantificabili indicativamente in 80 metri di neve fresca. La neve si comprime successivamente sotto il suo stesso peso trasformandosi in ghiaccio, iniziando un cammino millenario verso il mare. Ogni iceberg che galleggia nella laguna risulta essersi formato tra ottocento e mille anni fa.

Dal fronte di ghiaccio si vedono crollare blocchi alti decine di metri, che finendo in mare alzano pericolose onde che attirano l'attenzione dei gabbiani; ad ogni stacco si alzano in volo interi stormi in cerca dei pesci messi in agitazione dal movimento delle acque e dei corpi galleggianti di quelli morti sotto il peso del ghiaccio.

Prima di tornare al catamarano deviamo in direzione di un iceberg che si distingue dagli altri sia per la forma che per il colore. È verde cupo, con la superficie superiore perfettamente levigata, mentre su un lato presenta alcune stalattiti disposte curiosamente in posizione orizzontale. Ondeggia lentamente, quasi come stesse per svegliarsi, mosso dalle onde create con il nostro arrivo. Il comandante dice che si è certamente rigirato da poco. Secondo le tradizioni locali il ghiaccio è vivo, parla, urla, soffre, si lamenta, si muove. Il vento lo consuma in superficie, mentre le correnti marine ne erodono la parte inferiore fino a modificargli il baricentro, facendolo rigirare su se stesso come un animale agonizzante in attesa di essere finito. La stalattite più grande si estende da un'appendice tondeggiante del corpo centrale, come fosse il corno del Camahueto, animale che secondo la mitologia chilota nasce e cresce sotto la terra delle montagne per poi scendere imbizzarrito verso il mare in cerca di una femmina con la quale accoppiarsi. Lungo il cammino distrugge tutto ciò che incontra, utilizzando il suo corno per scavare profondi solchi che con le piogge si trasformano in impetuosi corsi d'acqua. Solo un machi (sciamano mapuche) può fermare il suo cammino distruttivo. Per farlo dovrà catturarlo utilizzando una corda di alghe che gli legherà al corno per poi condurlo direttamente al mare.
Dal ponte superiore del catamarano osservo ancora una volta lo scenario degli iceberg che galleggiano nella laguna illuminati dal sole, sorvolati dai gabbiani e frequentati dalle agili otarie.

Ognuno di loro ha una sua forma, una sua dimensione, una sua storia millenaria da raccontare. È facile immaginare vascelli, sciamani, principesse e animali fantastici che si rincorrono tra loro.

La caserma dei carabiñeros de Chile dell'Aysen si trova Coyaique, il centro abitato più grande della regione. Dalla porta d'entrata vedo trasparire la figura di due militari seduti a un tavolo. È il più alto in grado a venirmi incontro e ad aprire la porta, prima ancora che io suoni il campanello, chiedendomi come può aiutarmi. Estraggo la busta dalla tasca, gliela porgo e rimango in attesa. Dopo averla letta si rivolge al suo sottoposto dicendo senza esitazione che Osvaldo ha una vacca ammalata e bisogna mandargli subito un veterinario. Lo dice come se Osvaldo abitasse l'isolato successivo o come fosse il suo amico più caro, invece no, Osvaldo è Osvaldo, un semplice pastore che vive a due giorni di auto da Coyaique.

Il carabiñero annota i miei dati anagrafici su un registro e mi accompagna all'auto che osserva prima di chiedermi: "adonde piensas de ir con esta autita..?". Gli rispondo: "a Punta Arenas". Scuotendo la testa mi guarda e aggiunge: "Necesitas suerte amigo… Que te vaya bien Don David!!!" ("hai bisogno di fortuna amico… che ti vada bene Don David!!!")

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