Norvegia. Con i pescatori delle isole Lofoten

A cura di: Natalino Russo

Un progetto fotografico che esplora la pesca del merluzzo nel nord della Norvegia, in pieno inverno, oltre il Circolo polare artico. Come quando vi approdò il mercante veneziano Pietro Querini dopo un disastroso naufragio. Un'avventura che sei secoli fa diede inizio alla grande tradizione italiana dello stoccafisso e del baccalà.


Tutto comincia nella primavera del 1431. A fine aprile, il mercante veneziano Pietro Querini parte da Creta con il suo mercantile, il Querina, e sessantotto uomini di equipaggio. Trasportano vino Malvasia e sono diretti nelle Fiandre. Superano Gibilterra e doppiano Capo Finisterre in Galizia ma a metà settembre vengono investiti da una tempesta che distrugge la nave. Su una piccola scialuppa, i superstiti vanno alla deriva per quattro mesi, fino ad approdare su un'isoletta sperduta e innevata della Norvegia settentrionale. Alla fine sopravvivranno soltanto in undici. Nel gennaio 1432 sono soccorsi da alcuni pescatori dell'isola di Røst, che li accolgono nelle loro casette fino all'arrivo della primavera. Così i naufraghi veneziani assistono alla pesca del merluzzo e all'essiccazione per trasformarlo in stoccafisso.

Lo stesso Querini, dopo il ritorno a Venezia, scrive di suo pugno una memoria per immortalare quell'incredibile avventura. Oggi il manoscritto è conservato nella Biblioteca Vaticana di Roma. Anche gli ufficiali di bordo Nicolò de Michiele e Cristofalo Fioravante lasciano una testimonianza, dettandola a uno scrivano fiorentino. Questo documento si trova nella Biblioteca Marciana di Venezia. Nel 2007 i due racconti sono stati tradotti in italiano moderno e pubblicati dall'editore Nutrimenti con il titolo "Il naufragio della Querina".

Leggendo queste antiche testimonianze mi sono appassionato alla storia dello stoccafisso e del baccalà, e con un editore è nata l'idea di un progetto fotografico. Grazie all'appoggio di Innovasjon Norge, l'ente norvegese del turismo, sono andato a documentare la vita e il lavoro dei pescatori che in pieno inverno escono in mare a pescare merluzzi. Sull'isola di Røst li ho incontrati, ho trascorso del tempo insieme a loro e li ho intervistati a lungo. Da questo lavoro nasceranno un libro e una mostra che raccontano i luoghi remoti e fantastici da cui proviene un pesce che è parte integrante della cultura gastronomica italiana.

Il merluzzo norvegese Skrei (il nome scientifico è Gadus morhua) è pregiato per la qualità delle sue carni. Scende dal mare di Barents fino alle coste norvegesi proprio nella stagione adatta all'essiccazione, periodo in cui i pescherecci fanno la spola tra il mare e i porticcioli. Sull'isoletta di Røst vivono cinquecento persone che diventano più di ottocento nella stagione della pesca, grazie all'arrivo di stagionali che lavorano notte e giorno.

In soli due mesi in Norvegia vengono pescate circa 250.000 tonnellate di pesce. Un quantitativo enorme, ma comunque minimo rispetto alla popolazione di merluzzo artico.
I pescherecci escono prima dell'alba e rientrano alla spicciolata, man mano che riempiono le stive. Lo spettacolo è impressionante. Il pesce freschissimo viene scaricato e lavorato all'istante e subito dopo trasportato fino ai pergolati (hjell, in norvegese) per essere appeso. Nasce così lo stoccafisso, di cui l'Italia è tra i principali importatori. Anche le teste vengono appese agli hjell: viaggeranno poi fino in Nigeria dove sono ritenute una vera specialità. I merluzzi più carnosi vengono invece messi sotto sale per produrre baccalà di cui vanno ghiotti soprattutto italiani e portoghesi.
Anche i bambini partecipano al rito collettivo della stagione: dopo la scuola corrono fino ai porticcioli, affilano i coltelli e si dedicano a tagliare le lingue dei merluzzi. Poco apprezzate fuori dalla Norvegia, fritte sono una vera leccornia.

In una settimana ho intervistato molti addetti ai lavori, tra cui Olaf Pedersen, titolare di Glea, una delle sei aziende peschiere di Røst in stretta relazione commerciale con l'Italia. Olaf mi ha mostrato il suo stabilimento e mi ha presentato alcuni pescatori. Grazie a lui sono entrato in contatto con altre aziende sparse in tutto l'arcipelago delle Lofoten. A Ballstad, sull'isola di Vestvågøy, sono uscito in mare con il capitano Børge Iversen, di quarantennale esperienza. Cercavo scene invernali e sono stato accontentato: quel giorno il vento era fortissimo, la neve veniva giù di lato e si accumulava sulle macchine fotografiche e sugli obiettivi. Sembra impossibile che un peschereccio così piccolo possa affrontare le onde enormi del mare forza sette.

È stato emozionante osservare Børge durante la pesca: prendeva un merluzzo dopo l'altro e al tempo stesso, con estrema disinvoltura, manovrava la barca. Un altro ragazzo faceva il resto del lavoro. L'equipaggio finiva lì: soltanto in due per pescare e governare il peschereccio.
Io non sono un lupo di mare, ma le condizioni erano davvero impressionanti. Ho continuato a lavorare con onde gigantesche che investivano la barca e la facevano sbattere di pancia. Mentre scattavo ero investito insieme all'attrezzatura da getti d'acqua salata e ogni tanto da fiotti di sangue di merluzzo. Sullo sfondo, le cime aspre e innevate delle Lofoten incorniciavano la scena. Proprio ciò che cercavo, appunto.


L'attrezzatura utilizzata


Ultimamente si fa un gran parlare di dimensioni e pesi e spesso si elogiano i sistemi mirrorless. Io stesso per alcuni miei lavori li ho utilizzati. Però, a ben vedere, in alcune situazioni le dimensioni generose si rivelano un grande vantaggio. Basti pensare ai guanti per esempio: nell'inverno artico è impensabile lavorare senza. I comandi miniaturizzati e il macchinoso sistema a menù delle mirrorless potrebbero rappresentare un bel problema. Ma non è tutto: le reflex full frame rimangono uno strumento professionale ancora insostituibile anche per l'elevata resa qualitativa dei sensori. Per non parlare della tridimensionalità delle immagini, impossibili da ottenere con sensori di piccole dimensioni.
Non è tanto un fatto di risoluzione e qualità, ma di limiti ottici.
Per questo lavoro ho portato con me due reflex full frame Nikon: la D810, per la sua grande risoluzione e per la gamma dinamica, e la D750, piccola, maneggevole e discreta.
Entrambe si sono comportate egregiamente, senza mai perdere un colpo anche nelle condizioni più estreme.
Quanto alle ottiche, il vasto campo di inquadrature che avevo immaginato ha richiesto l'impiego di lunghezze focali da 16mm a 200mm. Per molte situazioni di lavoro ambientate e per i paesaggi ho utilizzato lo zoom AF-S 16-35mm f/4 G ED VR e l'eccellente fisso AF-S 20mm f/1.8G ED, che consente di ottenere bellissimi sfocati con l'angolo di campo di un grandangolo.
Ho comunque sempre tenuto a portata di mano l'intramontabile AF 35mm f/2 D, tra le mie ottiche preferite per la discrezione e la compattezza (sta in un taschino).
In qualche caso, per rendere più "immersiva" l'esperienza, ho fatto ricorso al fisheye 16mm f/2.8 D, mentre per i ritratti ho preferito il fisso AF-S 58mm f/1.4 G, più compatto e versatile del classico 85mm. La sua leggera morbidezza a tutta apertura si rivela un bel vantaggio nella ritrattistica. Non ho comunque rinunciato allo splendido AF-S 24-70mm f/2.8 G ED, un vero tuttofare anche nelle situazioni imprevedibili. Per le riprese in cui era necessario isolare i soggetti ho montato l'AF-S 70-200mm F/2.8 G ED VR II, che ha uno stabilizzatore eccezionale.
Per ottimizzare la luce su alcune scene, mi sono servito del sistema di illuminazione Cactus, composto dal trigger radio V6, dai flash RF60x e da alcuni diffusori che – soprattutto sui pescherecci e nelle situazioni più complesse e movimentate – ho fissato utilizzando braccetti snodati.

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