Orto-grafie, radici e radici

A cura di: Paolo Spigariol

“All'AF-S Micro-Nikkor 105mm f/2.8G IF-ED devo molto. Per precisione, è ai vari 105mm Micro-Nikkor che devo molto”. Segue l'originale racconto di come un'ottica possa liberare la voglia di comunicare in immagini, sopperendo all'introversione caratteriale. Il soggetto liberatore? Il radicchio trevigiano!

All'AF-S Micro-Nikkor 105mm f/2.8G IF-ED devo molto. Per precisione, è ai vari 105mm Micro-Nikkor che devo molto. A iniziare dal 2.8 AI-S acquistato nel 1983 e rubatomi dopo qualche anno. Immediatamente sostituito col 2.8 AF (era l'anno 1991), ottica che montavo ai tempi della pellicola sui corpi Nikon FM, F4 e F5 e che ancora uso con la D700, spesso in accoppiamento al soffietto PB-6.

Recentemente sono passato al nuovo AF-S che grazie allo stabilizzatore VR mi permette di estendere i confini d'uso senza treppiede e che migliora ulteriormente le prestazioni sugli sfuocati e sulla resa cromatica.

Timidezza e introversione hanno segnato e caratterizzato il mio comunicare fin da piccolo. Solo in mezzo alla gente, a disagio tra lunghi silenzi e imbarazzanti attese.
Evitando le persone, lo sguardo un po’ vuoto vagava sugli oggetti intorno alla ricerca di un appiglio, di una qualche sicurezza. Rimanendo infine intrappolato dall’improbabile interesse per un qualche oggetto.
Ho cominciato così a trovare delle vie di fuga, agognate scappatoie al disagio e alla noia. Gli oggetti parevano trasfigurarsi fino ad assumere nuove e inconsuete sembianze. Preda di una turbinosa spirale, la mia mente rielaborava le immagini provenienti dagli occhi, tanto da valicare il sottile confine tra reale e immaginario.

Un sorprendente mondo si apriva innanzi a me, composto di oniriche visioni, colorate forme, paesaggi alieni. Come Alice, stavo viaggiando nel “Paese delle Meraviglie”.

Convinto che il concetto di “realtà oggettiva” sia molto labile, propendo piuttosto per quello di “realtà soggettiva”.
Spesso vediamo ciò che cerchiamo o solamente ciò che vogliamo vedere. Il nostro cervello è allo stesso tempo un potente filtro e un immenso magazzino d’immagini e informazioni continuamente comparate con quelle che “stiamo vedendo”.

Le nostre conoscenze e la nostra memoria ci consentono di vedere in modo spesso personalizzato e individuale, talvolta unico.
Nulla è ciò che appare.
Questo mondo è rimasto per molti anni un mio intimo, variopinto e affascinante segreto. Il mio piccolo tesoro nascosto, la mia isola, il mio rifugio. È qui che nella mia vita entra in gioco la fotografia, e con essa il radicale mutamento del mio comunicare.
Fotografia naturalistica inizialmente, per molti anni impegnativa ed entusiasmante scuola e palestra. Ma poi, pian piano, i vincoli del dover documentare hanno iniziato a starmi stretti, pressati con crescente prepotenza dal mio mondo interiore e dal profondo e intimo bisogno di comunicare con gli altri.
E poi la scoperta, e la svolta.

Disteso, ventre a terra, la mente finalmente libera dagli obblighi della documentazione, nel mirino della fotocamera i miei sogni infantili, e non solo, hanno nuovamente iniziato a prendere forma.
Li ho ritrovati tra le foglie di radicchio decorate di brina, Radicchio di Treviso Rosso Tardivo IGP, semplicemente “Radici” o “Spadoni” per noi trevigiani.

Con i “Radici” avevo ritrovato le mie di radici, la mia essenza. Paradossalmente nello stesso istante infinitamente lontano dal mondo reale eppure così vicino e intimo, in simbiosi quasi, con la terra. Terra di campo, materia per antonomasia.
Le gelide foglie mi stavano bruciando la pelle delle guance, ma io ero immerso in un’altra dimensione e non avvertivo più nulla.

Sulla fotocamera era montato il 105 Micro-Nikkor.
Grazie 105mm! Grazie perché mi hai permesso di dar forma al mio colorato immaginario, perché hai dato concretezza al mio intimo sentire e vedere. Hai sconvolto, con incredibile e insospettabile potere terapeutico e liberatorio, il mio modo di comunicare.
Mi hai permesso di condividere con migliaia di persone ciò che apparteneva solo a me.

Che oggi sia qui a raccontarmi ne è ulteriore inconfutabile prova.
Da quell’inizio - e con sempre maggior consapevolezza - ho soprattutto cercato di dare ascolto a ciò che la mia duplice essenza mi richiedeva. Libertà e assenza di vincoli per la mia anima sognatrice e creativa da un lato, progettualità, scopo e concretezza tattile-materica per la parte di me più scientifica e tecnologica dall’altro.

Ne sono nate le “Orto-Grafie”.
Un percorso di ricerca, in parte privo di riferimenti, che negli anni si è sviluppato articolandosi in molti progetti e varie discipline.
Fotografia, scultura, multivisione, fine-art, per arrivare alle installazioni artistiche multimediali e multisensoriali.

Nel prossimo racconto intitolato “Che cavolo è” vi parlerò del mio percorso fotografico.