Professione reporter... the food that I met

A cura di: Enrico Mascheroni

Per il World Food Program, l'agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di assistenza alimentare nonché la più grande organizzazione umanitaria al mondo, non c'è mai stato così tanto cibo. Quantitativamente, c'è cibo a sufficienza per sfamare l'intera popolazione mondiale di oltre 7 miliardi di persone. Allora perché nel mondo 795 milioni di persone soffrono la fame? Una persona su 9 è affamata, un bambino su 6 è sottopeso. In poche parole, perché esiste la fame? Quella fame che noi reporter abbiamo spesso "incontrato" e documentato per il mondo?

La fame nel mondo è dovuta sicuramente a fenomeni naturali quali disastri, tempeste tropicali o inondazioni, a lunghi periodi di siccità che nei paesi in via di sviluppo producono effetti devastanti. La siccità è una delle causa principali della mancanza di cibo. Alla componente naturale si aggiunge poi la mano dell'uomo che attraverso i conflitti costringe milioni di persone ad abbandonare le proprie case, causando le peggiori emergenze alimentari globali. Durante le guerre, il cibo diventa un bersaglio estremamente sensibile: minare i campi coltivati, contaminare i pozzi d'acqua, razziare i mercati locali, rubare il bestiame, sono tutte azioni che obbligano i contadini a fuggire dalle loro terre.

I poveri agricoltori spesso non riescono ad acquistare le sementi per un raccolto che li possa sfamare. Idem per i tanti piccoli artigiani non in grado di acquistare le attrezzature necessarie alle proprie attività, ma soprattutto per gli indigenti che, non avendo abbastanza denaro per comprare o produrre il cibo necessario al loro sostentamento, diventano a loro volta troppo deboli per produrre di che vivere. È quindi la stessa fame a intrappolarli nella povertà.

Il cibo nel viaggio è un rituale di comunione. Mangiare e bere insieme vuol dire celebrare la vita.

Celebrare la vita è far parte del suo mistero.
La frenesia che caratterizza i paesi industrializzati, rende lontano il ricordo che lega il cibo a un mondo di valori che non dovremmo mai dimenticare. Abituati come siamo a consumare qualsiasi cosa in ogni momento della giornata, da soli, di fretta, magari in piedi o guardando la televisione o navigando in Internet, la semplicità di chi non ha nulla ci riporta a uno stile di vita completamente diverso, forse perso per sempre.

Il cibo come occasione e luogo dove è possibile e auspicabile incontrare non solo l’uomo, ma anche Dio, quel Dio differente e unico per ognuno di noi, riconoscendo al cibo un valore assoluto. Il cibo dunque come parte integrante del viaggio, una sorta di rito, che ti aiuta a osservare e capire un popolo e le sue tradizioni. Sapori e cultura si intrecciano in un boccone, che il viaggiatore non può perdersi. Spesso mi chiedo come sia possibile conoscere un popolo senza sapere cosa e come mangia. Sarebbe come sfogliare una guida e dire di aver viaggiato, come sfogliare una guida e dire di aver fotografato.

Oltre agli stenti della quotidianità, si aggiungono quelli delle guerre e degli esodi. Come nel campo profughi di Isikveren in Iraq, con la donna curda che soffia per ravvivare il fuoco necessario a preparare la misera cena, o la lunga fila per la distribuzione dell'acqua.
O durante il lungo assedio di Sarajevo, con l'uomo che carica un quarto di carne trovata al mercato nero, l'anziano che trascina un carrello con la sola verdura disponibile al mercato e le tante persone in cerca di cibo tra gli scarti dei contingenti militari.

L'immagine simbolo della vita e dell'amore, la madre che nutre al seno il proprio figlio o la foto scattata, fuori dalla casa di Madre Teresa a Calcutta, di tre piccoli orfani indiani che condividono il cibo su una foglia di banano, un'immagine che amo molto.
Cibo per tutti, la scommessa di Expo 2015. Non sarà il solito slogan ad effetto coniato per i grandi eventi epocali, come lo è stato per la fine del millennio? Una ricerca, quella del cibo, che vorrei far vivere e condividere con quanti, viaggiatori o non, hanno vissuto le mie stesse emozioni.

“È l'incontro con il manager Christian Traviglia a concretizzare il mio progetto, finalizzandolo al sostegno di una importante iniziativa sociale della Barabba's Clowns onlus in Rwanda”.

Dal 2010 Christian è alla guida di Identity, a oggi una delle maggiori Digital Media Factory del mercato globale europeo, specializzata nella produzione di contenuti digitali in full outsourcing. Identity vuole rendere vivo il “progetto sul cibo”, con un libro e una mostra fotografica declinata attraverso la creatività e la tecnologia digitale che l’azienda sviluppa.
Insomma, un aiuto concreto a sostegno della nuova scuola di cucina che sta per nascere nella missione “Hameau des Jeunes S. Kizito” a Musha in Rwanda. Il nome Rwanda evoca inesorabilmente il genocidio del 1994, ma oggi i giovani rwandesi guardano sempre più al futuro. Padre Herman, missionario salesiano, con l'aiuto di tanti amici e dell'associazione Barabba's Clowns onlus, diretta da Massimo Giuggioli, ha concretamente offerto accoglienza e istruzione a tanti ragazzi vincendo la disperazione con la speranza. Imparare e studiare significa “futuro”.

Da questa idea è nata la scuola di Musha, una scuola viva, capace di valorizzare il territorio e le doti di questo popolo. La scuola di cucina, finalizzata a un progetto di "hospitality & tourism", è una piccola realtà nascente, che potrà offrire futuro a questi giovani valorizzando il territorio, i prodotti e la cultura.

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