Repubblica Centrafricana, la guerra dimenticata

A cura di: Roberto Travan

Si ringrazia il tenente colonnello Mario Renna (media advisor Eufor RCA) / Nikon Italia

Immagini che raccontano più delle parole la situazione critica in cui versa lo stato africano, insanguinato dall'alleanza musulmana Seleka.

© Roberto Travan

Non trova pace la Repubblica Centrafricana. La nazione è in ginocchio, stremata dalla “guerra dimenticata” che da due anni la insanguina, emorragia interminabile di morte, fuga, distruzione. L’hanno scatenata i Seleka, l’alleanza musulmana che ha raggrumato attorno al sogno di uno stato islamico mercenari giunti da Ciad e Sudan. Sono calati da Nord, hanno trasformato i bambini in soldati, bruciato villaggi, saccheggiato missioni religiose. Ma soprattutto hanno stuprato, ucciso a colpi di machete migliaia di innocenti, costretto alla fuga oltre un milione di persone.

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All’ondata della violenza islamica è seguita la risacca spietata dei cristiani anti-balaka: scontri feroci, case e moschee distrutte, nemici lapidati, cadaveri fatti a pezzi coi denti.
Il conflitto ha spinto sull’orlo del genocidio un Paese tra i più contrastati del continente. Perché se il sottosuolo è ricco di oro, diamanti, petrolio, in superficie si trascina una delle popolazioni più povere al mondo: il 60% vive con poco più di un dollaro al giorno, la metà è analfabeta, lo sviluppo inchiodato agli ultimi posti.

Cinque milioni di abitanti sviliti da violenza, povertà, malattie. Ed Ebola bussa alle porte.

Bangui, la capitale, è una bidonville di oltre ottocentomila anime. Le strade che di giorno brulicano di gente, taxi stracolmi e convogli pronti a mettersi in marcia sull’unica pista per il Camerun, al tramonto si svuotano, diventano buia terra di nessuno per bande criminali e pattuglie del coprifuoco. Sopravvivono, malconce, le costruzioni del dittatore Bokassa: scuole, caserme e goffi archi di trionfo che ricordano, con scritte slavate, il motto nazionale “Unité, dignité, travail”. Del sobborgo cristiano di Kokolo restano invece il cartello arrugginito che un tempo salutava i visitatori, macerie di case, carcasse d’auto trapassate da proiettili, la chiesa protestante annerita dalle fiamme, i fiori in plastica fusi sul pavimento. Anche ossa sbiancate dal sole sparse ovunque, che solo la vegetazione ha avuto la pietà di coprire.

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Chi è scampato ai mercenari islamici, sopravvive nei campi profughi.

A M’Poko c’è quello nato attorno all’aeroporto, “un inferno che a dicembre contava 100.000 persone” ricorda Agnès Faure, coordinatrice di Première Urgence, Ong francese.

L’ondata dei fuggitivi si è abbattuta sulle piste come uno tsunami, ingoiando hangar e aerei. Sono diventati ricoveri: le carlinghe usate come cuccette, i motori ferro venduto a peso, le ali arrugginite parco giochi per bambini. In ventimila resistono ancora ammassati nei capanni di rami e teli di plastica, unico riparo da temperature che sfiorano i 50 gradi e da acquazzoni che trasformano per settimane l’accampamento in un immenso e maleodorante pantano rossastro.
“La gente non rientra a casa perché teme il ritorno dei miliziani islamici” spiega la volontaria. Resta anche l’ospedale di Médicins sans frontières, come un fortino assediato da disperati.

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In città circolano telefonini, ma luce e acqua funzionano a singhiozzo. Mancano strade asfaltate, illuminazione pubblica, fognature. Nei mercati e tra le abitazioni in legno, fango e lamiera covano malattie e infezioni.

Ebola spaventa più di Aids e lebbra che continuano, silenziosi, a fare strage: nei vicoli soffocati da polvere e umidità, non si friggono più le carni contagiate di scimmie, ratti e pipistrelli. A Bangui Emergency ha aperto un Centro pediatrico. “La mortalità infantile supera il dieci per cento”, racconta Ombretta Pasotti, la responsabile. Ogni giorno il presidio cura un centinaio di bambini fiaccati da malaria e malnutrizione.
“Anche dalle ferite di guerra: colpi di machete, armi da fuoco. E quelle psicologiche, spesso più profonde e difficili da rimarginare”, spiega la cooperante. Emergency ha rimesso in funzione il reparto pediatrico del Complexe, l’ospedale della capitale, e collabora con la Banca del sangue, “sangue che raccogliamo e distribuiamo gratuitamente per scongiurare il traffico illegale e la diffusione di quello infetto”. Ai donatori due scatole di sardine, un pacco di preservativi, una bibita: la fila è sempre lunga.

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L’emblema delle tensioni in cui è precipitato il Centrafrica è al “Chilometro cinque”.

Non si imbracciano più Kalashnikov nel quartiere: “Messi al sicuro, sempre pronti” rassicura Alì Amat, capo villaggio musulmano. Sono saltati fuori un paio di settimane fa, hanno ucciso una decina di civili, freddato un soldato Onu, colpito di striscio due militari francesi. Già, la Francia... L’odio per questo Paese - da cui l’ex colonia si è affrancata nel 1958 - è ovunque. Nelle scritte incise sui muri attorno alle moschee del Terzo distretto, nei commenti che serpeggiano nel chiassoso bazar cristiano di Avenue de l’Indépendance, in pieno Centro.

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“La Francia ammazza, ruba diamanti, semina odio fra la nostra gente” accusano. Esagerazioni, forse.
Certamente è l’onda lunga di un colonialismo che non ha mai dimenticato i suoi interessi per le immense ricchezze di questa terra. Il legame con la Francia, in fondo, è dappertutto: nelle scuole in cui si continua a insegnare il francese; nei boulevard e nei licei intitolati a De Gaulle, che barattava con Bokassa l’amicizia di Parigi con l’uranio dei centrafricani; nel tricolore lindo che sventola sulla Casa del Combattente; nella burocrazia puntigliosa e asfissiante dei funzionari pubblici.

A dicembre, però, è spettato ai paracadutisti francesi della missione Sangaris respingere i mercenari Seleka: due parà morti e trenta feriti il prezzo.

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Sono intervenuti al posto dell’esercito repubblicano disarmato lo scorso anno dal colpo di stato e ora dall’embargo, a cui sono rimaste solamente divise nuove e fondine vuote. Cortei di blindati attraversano la capitale senza sosta, corrono veloci sollevando nuvole di polvere rossa e gasolio bruciato, i mitraglieri in ralla, le armi spianate.
Sono i Lince della Folgore schierati con i 750 uomini del contingente Eufor, i pick-up dei 12.000 Caschi Blu della missione Minusca, in Centrafrica per tirare il Paese fuori dall’ennesima guerra dimenticata.

La gente per strada si ferma, sorride, saluta, spera.

ATTREZZATURA USATA:
Nikon D800   •   Nikon D610   •   AF-S Nikkor 14-24mm f/2.8G ED   •   AF-S Nikkor 85mm f/1.8,
AF-S Nikkor 70-200mm f/2.8G IF-ED VR II