Quando la solidarietà regala una nuova vita

A cura di: Alberto Peroli , Progetto Sorriso nel Mondo

Progetto Sorriso nel Mondo
di Alberto Peroli

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Alberto Peroli
 

Ci sono finito per caso in questo Paese.
Ci sono tornato spinto dal bisogno urgente di capire di più e di testimoniare.

Il Bangladesh, visto dalla carta geografica, sembra piccolo. Invece è grande, attraversato da un dedalo di corsi d'acqua e pieno di persone. Le statistiche ufficiali (sulla cui affidabilità, comunque, resto pieno di riserve) ne fanno uno degli stati più popolati del globo terraqueo. Nessuna ricchezza naturale, un sentimento di sudditanza rispetto a poteri altri che si perde nella notte dei tempi: la sola risorsa possibile, qui, sono le persone.

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© Alberto Peroli
 

Sono partito al seguito di una onlus che si chiama Progetto Sorriso. Sono medici e infermieri che, ogni anno, quando finisce la stagione delle piogge e per la gente diventa possibile spostarsi, partono alla volta di Khulna (terza città del Bangladesh per abitanti e peso elettorale) e vanno a operare bambini e adolescenti affetti da malformazioni del viso, quelle che nel linguaggio comune vengono chiamate "labbri leporini". Sono malattie che noi, del Primo Mondo, abbiamo dimenticato. Non già perché abbiano cessato di esistere, ma semplicemente perché la nostra avanzata chirurgia consente di intervenire presto, prestissimo, a pochi mesi dalla nascita. In Bangladesh, invece, succede una cosa completamente diversa: le malformazioni vengono interpretate come segni della "malvolenza" divina. In altre parole: chi nasce brutto o deforme sta scontando una qualche colpa per via della quale, per tutti gli altri, diventa preferibile tenerlo a distanza. Lui/lei e la mamma che lo ha generato. Ecco, allora, che il destino di chi nasce in queste condizioni e ha pochi mezzi (economici e culturali) diventa l'emarginazione. Medici e infermieri di Progetto Sorriso tentano di rimediare a questa sperequazione.

Io mi sono trovato in questo contesto, in un ospedale lindo e curato, ad osservare il pellegrinaggio di madri, padri, accompagnatori che erano partiti anche da molto lontano, con la speranza di fare riammettere questi bambini all'interno del consesso sociale.

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Bambini "diversi", che qui diventavano "uguali" e smettevano di nascondersi e (ri)trovavano lo slancio di giocare. Bambini che, ancora tramortiti dall'anestesia, chiedevano uno specchio per riflettersi sulla loro faccia nuova. E che, dopo, aspettavano con ansia che in ospedale arrivasse un'auto o un pulmino per guardarsi ancora nei deflettori. Bambini, semplicemente bambini. Immensamente curiosi e impacciati. Molti non avevano imparato a parlare. La malformazione aveva impedito loro di procedere in questa direzione e quindi, invece che parole, emettevano suoni gutturali che solo i genitori sapevano decifrare.

Ma c’è un tipo di comunicazione che va oltre quella verbale, ed è fatta di sguardi, strette di mano, esplorazione mimetica. Una comunicazione che consente di oltrepassare le barriere linguistiche. Io l'ho conosciuta grazie a loro, alla loro fiducia, alla dolcezza sconfinata con cui si rimettevano nelle mani dei medici, stemperando la paura nella speranza.

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Dietro ogni bambino, una storia. Appena varcavamo il cancello cominciavano altre storie. Come quelle dei fuoricasta o delle minoranze tribali o dei ragazzi di strada. Impossibile, davvero, restare indifferenti. Siamo così lontani, eppure così vicini. I ragazzi che incontriamo alla sera, nei ristoranti milanesi, mentre provano a vendere le loro rose, arrivano quasi tutti dal Bangladesh. Non sanno niente, loro, dei racconti favolosi che sedentari scrittori europei hanno ambientato in Bengala. Loro sanno altre cose: l'essenzialità delle capanne di fango, l'odore del fiume, il verde intenso che colora la campagna bengalese, il fetore di fogna mescolato alle spezie.

Tornerò un'altra volta ancora, a raccontare tutto questo? Non lo so. Ma in verità, quel che sento, è di non essermene mai andato.

Alberto Peroli (con il contributo di Stefania Ragusa)

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