Surrealia

A cura di: Sebastiano Vitale

«In un momento in cui l’immagine ha due standard, quello basso, figlio di telefonini e Instagram, e quello alto, del professionismo impeccabile, credo sia interessante sviluppare un approccio slegato dal mezzo e dal “contenitore fotografia”...»



Surrealia è una collezione di momenti, per qualche motivo “particolari”, tolti dal loro contesto e inseriti in un fiume di psichedelia umana e geografica. È un progetto personale nel senso che ho una propensione assolutamente personale a mettermi in contesti obliqui per pura curiosità, raramente facendo foto. Non sono purtroppo di quei fotografi che hanno sempre la camera con loro e mi concentro soprattutto su progetti specifici, perdendo una enorme quantità di momenti surreali incrociati quasi quotidianamente in una vita di continuo viaggio.

Ma forse il punto è proprio quello di astrarre attimi surreali da storie di avventure vissute. Ed è un gioco possibile solo quando si convive un momento intenso con qualche contesto, e per farlo con la totale libertà di intromettersi nel bizzarro privato umano ci vuole appunto un progetto su cui lavorare.



Il protagonista di Surrealia è l’uomo, ripreso in momenti di assurdità senza confini di alcun genere.
Domatori di cavalli da polo nel mezzo del nulla in Argentina, feste hippie in California, un parco tematico sulla religione a Buenos Aires, una fiera d’armi a Las Vegas, il carnevale di Oruro, città di minatori in Bolivia, produttori hip hop a Los Angeles, armi da combattimento a Sumatra, feste della comunità nigeriana in Italia e personaggi incrociati a metà strada.

È un’armata dell’assurdo in continuo sviluppo, in cui ogni immagine ha una storia ben precisa isolata dal “romanzo” da cui è tratta. Finirà in forma di libro fotografico fra qualche decina d’anni.
Manca ancora un buon numero di avventure all’appello.



Esteticamente e tecnicamente è un lavoro poco organico ma il gusto e l’approccio generale è dato dall’insieme, un collage psichedelico dove le regole tecniche lasciano il tempo che trovano. In generale non lavoro sulla fotografia da fotografo vero e proprio, sia in scatto sia in post-produzione.

L’approccio alle storie, allo scatto e alla post-produzione è abbastanza “jazzistico” in termini di gestione, a favore della casualità e del momento, usando molto tempi lunghi e sovraesposizioni o riducendo la luce il più possibile con tempi e Iso non troppo logici.
La post-produzione, per come ci lavoro su, è sempre un processo eccessivamente veloce, molto intuitivo e spesso fatto di esagerazioni nei valori di saturazione e contrasto e nello schiarire o scurire determinate aree della foto. Non sono un fotografo tecnico, uso la fotografia come i musicisti di rock’n’roll usano la chitarra. Poca tecnica ma molta intensità su uno strumento che un virtuoso userebbe per esplorane i veri confini.

In un momento in cui l’immagine ha due standard, quello basso, figlio di telefonini e Instagram, e quello alto, del professionismo impeccabile, credo sia interessante sviluppare un approccio slegato dal mezzo e dal “contenitore fotografia” e proporre delle immagini con qualche margine di diversità e unicità. Non che facendo foto uno riesca a pensare tutte queste cose, ma questo è quanto ho immaginato quando ho deciso di mettermi in gioco professionalmente.


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