Ucraina, la frontiera contesa

A cura di: Roberto Travan

Da oltre un anno in Ucraina si combatte una guerra. La Crimea, prima, e le provincie orientali di Donetsk e Luhansk dopo, si sono autoproclamate repubbliche indipendenti. Gli scontri tra il governo di Kiev che tenta di ristabilire l'ordine, e i ribelli separatisti filo-russi supportati da Mosca, stanno provocando, nella regione del Donbass, distruzione, morte ed esodi di massa. Il reportage raccoglie immagini dei volontari ucraini del battaglione Sich che difendono la città ucraina di Piski, ormai ridotta a macerie, dall'avanzata dei ribelli che premono da Donetsk.


© Roberto Travan

All’alba escono dai rifugi. Hanno sguardi stralunati, visi sfatti dalla stanchezza, barbe incolte, mani annerite dal grasso degli Ak47. Accendono sigarette, sorseggiano caffè bollente, cercano il sole nel cielo incolore dopo l’ennesima notte sotto il fuoco dei filorussi. Negli scantinati umidi da cui sono balzati fuori, casse di munizioni, disordine, oscurità, immagini sacre alle pareti. C’è chi non chiude occhio da una settimana.

Sono i volontari ucraini del battaglione Sich, eredi dei cosacchi di Zaporozhye un tempo élite militare degli zar. Difendono le macerie di Piski dall'avanzata dei ribelli che premono da Donetsk, città caduta (assieme a Lugansk e Debaltsevo) nelle mani dei separatisti in lotta per l'indipendenza del Donbass.


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Il villaggio è completamente distrutto, le case sventrate dai Grad russi, gli alberi scheletri neri. Nelle strade carcasse d'auto, proiettili inesplosi, l’odore acre della plastica bruciata, lamiere contorte, fango, filo spinato. Il silenzio è rotto solo dai colpi secchi dei mitra e da quelli sordi - e incessanti - dell'artiglieria pesante. Sparano anche i cecchini.

I Sich imbracciano Kalashinov dalle bruniture sbiadite, hanno vecchie Tokarev nelle fondine, indossano mimetiche giunte dal Canada e da mezza Europa, regalo dei connazionali emigrati. Un soldato sulla divisa ha cucito un'aquila tedesca. «C'è spazio per tutti tra noi: siamo patrioti, nazionalisti, non nazisti», liquida secco il comandante, due spalle così e una cicatrice profonda sul viso, ricordo dei tre anni combattuti in Iraq. Poche centinaia di metri più in là ci sono i compagni di Pravy Sektor, il “Settore Destro”, partito nazionalista ucraino che certo non fa mistero della simpatia per le croci uncinate.


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Il conflitto scatenato un anno fa dai filorussi - in questa regione maggioranza etnica in molte città - ha unito gli ucraini cancellando rivalità politiche, sociali, religiose. Anche fedi calcistiche: «Prima facevamo a coltellate sugli spalti, ora difendiamo fianco a fianco il nostro Paese» conferma Andry, ventenne, tifoso del Chornomorets di Odessa, accorso al fronte con gli ultras della squadra avversaria. La guerra (che il governo di Kiev si ostina a chiamare terrorismo) ha messo in moto la gigantesca macchina della solidarietà, unica alternativa allo Stato sull'orlo della bancarotta. «Curiamo feriti, inviamo cibo e medicine in prima linea, blindiamo con mezzi di fortuna i fuoristrada, sosteniamo i profughi» spiega Marina Danilova, a Sloviansk, animatrice del gruppo “Pomigtie armja” (“Aiutiamo l'esercito”).


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Il bilancio parla di seimila morti, un milione di sfollati, interi villaggi cancellati, scuole, mercati e ospedali colpiti senza pietà con chirurgica precisione.

Gli scontri - nonostante gli accordi tra Mosca e Kiev e gli appelli della comunità internazionale – non sono cessati. «Rapporti credibili indicano un continuo flusso di armi pesanti e sofisticate verso Donetsk e Lugansk, così come l’arrivo di combattenti stranieri, anche dalla Federazione Russa», ha denunciato l'Alto Commissariato Onu per i diritti umani. Continuano a farne le spese, come sempre, i civili: donne, anziani, bambini, di entrambe le parti. A due passi dall'Europa.

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