Intervista 2

A cura di:

SpeleoFotografia
Natalino Russo

In questi giorni, il complesso monumentale del Vittoriano di Roma ospita la mostra di fotografia speleologica "I colori del buio, esplorando il pianeta sotterraneo", un viaggio in alcune tra le più affascinanti grotte del mondo a cura dell'associazione La Venta. Le grandi grotte dei climi tropicali, le acque e i fiumi sotterranei, i deserti del Messico e dell'Asia Centrale, il rapporto tra grotte e uomo nell'antichità, i cristalli e minerali delle grotte, gli abissi nelle quarziti dei tepui venezuelani, i cristalli giganti di Naica, le grotte nel cuore dei ghiacciai, questi i temi a cui sono dedicati i diversi ambienti espositivi. A Natalino Russo, fotografo, speleologo e socio de La Venta, tra gli organizzatori della mostra, Sguardi ha chiesto di parlare di andar per mondi sotterranei e fotografare.


© Filippo Serafini / La Venta

Messico. Chiapas. Cueva del Rio La Venta © Filippo Serafini / La Venta

Speleologia e fotografia, conoscere e documentare il pianeta sotterraneo. Cosa ha spinto il gruppo La Venta a organizzare la mostra al Vittoriano?
Il principale obiettivo della mostra è spiegare come, dove e perché si esplora il mondo sotterraneo, e cosa vi si trova: dalla speleologia subacquea ai lunghi campi sotterranei necessari per esplorare le grotte, paragonabili, per complessità e rischi, alle spedizioni su montagne di ottomila metri. Molti di noi esplorano e documentano il mondo sotterraneo da tanti anni. Percorriamo le grotte e ce ne facciamo poco a poco una mappa mentale, riuscendo ad immaginarne vastità, estensione, tridimensionalità. Quello sotterraneo è un mondo immenso. Basti pensare che i 15.000 km di grotte finora conosciute sono solo una minima parte di quelle esistenti, che possiamo solo ipotizzare. La speleologia è una delle ultime frontiere dell'esplorazione geografica: descrivendo grotte, aggiungiamo nuovi pezzi al mondo conosciuto, come si fa in biologia quando si descrivono specie nuove.


© Filippo Serafini / La Venta

Patagonia. Sul ghiacciaio Ameghino © Filippo Serafini / La Venta



L'esplorazione è un'esperienza fantastica, che insegna molto a livello personale e per di più versa gocce di conoscenza nel vasto mare della scienza. Tuttavia la speleologia è vista come un'attività estrema, rischiosa, inutile. Film come il recente Sanctum, girato abilmente e con scene spettacolari, sono occasioni sprecate: contribuiscono a rendere un'idea falsata della speleologia. Con la nostra mostra intendiamo fare il contrario, raccontando quanto c'è di bello e interessante all'interno del buio, sotto spessi strati di fango e fatica. Certo, in speleologia non mancano i rischi, ma sono una parte decisamente marginale. Dopo decine di convegni e incontri per specialisti, centinaia di articoli, molti documentari e libri, abbiamo pensato di parlare direttamente al grande pubblico, a quelli che di grotte sentono parlare solo quando c'è un incidente. Visitando questa mostra possono farsi un'idea ben diversa delle grotte e degli strani individui che le esplorano. Con questo lavoro vogliamo dimostrare che sul pianeta Terra c'è ancora molto da esplorare e svelare un volto poco noto degli speleologi: quello di geografi del buio.


© Paolo Petrignani / La Venta

Messico. Chihuahua. La cueva de los Cristales nella miniera di Naica
© Paolo Petrignani / La Venta

Perché si dovrebbe saperne di più del pianeta sotterraneo?
Ritengo sia dovere di ciascuno di noi saperne di più. Ma non della speleologia, quanto delle grotte. Sono sistemi complessi, il luogo dove circola gran parte delle acque che, finendo in falda, alimentano le nostre sorgenti; e sono ecosistemi ancora poco conosciuti, dove vivono animali ancora da studiare, anzi spesso proprio da scoprire. Per di più le grotte sono estremamente conservative: al loro interno possono sopravvivere, come congelati, i resti di vecchi ambienti o di climi del passato. La speleologia è la scienza che studia o consente di studiare tutto ciò. Capisco che si possa essere poco interessati a cacciarsi nel fango, ma giacché c'è qualcun altro che lo fa, tanto vale affacciarsi su questo mondo. Per fortuna è possibile farlo anche senza sporcarsi le mani, grazie alla fotografia. In questo caso, grazie al materiale prodotto da La Venta in tanti anni di attività in giro per il mondo.

Com'è nata La Venta?
Gli speleologi sono molto bravi a muoversi sottoterra, ma raramente sanno comunicare quel che fanno. L'associazione La Venta è stata fondata (nel 1991, ndr) proprio per rimediare a questa carenza: per poter estendere il raggio d'azione, non solo in senso geografico, fu necessario mettere insieme diverse competenze affini alla speleologia. Così dalla scala locale dei normali gruppi speleologici si passò a quella nazionale, poi internazionale. Oggi La Venta conta oltre cinquanta soci, in Italia e all'estero.


© Archivio / La Venta

Messico. Chiapas. Sotano de la Lucha © Archivio / La Venta

Il corpo principale della mostra è composto da immagini. Video, ma soprattutto fotografie. Parliamo appunto di fotografia. Perché un fotografo decide di infilarsi sottoterra e fotografare le grotte?
In realtà è piuttosto difficile che un fotografo decida di dedicarsi alle grotte; è molto più frequente il contrario, che cioè chi va in grotta senta il bisogno di scattare fotografie. Conosco molti speleologi che hanno imparato a fotografare, pochissimi fotografi invece che si sono dedicati alla speleologia. In altre parole, quello di fotografare le grotte è un bisogno dello speleologo, non del fotografo; un bisogno che scaturisce dalla voglia di documentare l'ambiente frequentato, ma anche di produrre una narrazione della propria esperienza speleologica, trasportandola nel mondo esterno per raccontarla agli altri e a se stesso.
Il buio è una dimensione complessa. Sappiamo che il bianco è l'insieme di tutti i colori dello spettro, mentre il nero è l'opposto, cioè l'assenza di colore. Le grotte, per loro natura, sono buie e nere, ma non prive di colore. Si tratta solo di illuminarle. Allora il nero si ammansisce, si fa dapprima ombra, poi scappa via. Sotto il mantello dell'ombra fa capolino un mondo sterminato, tridimensionale, colorato. Proprio il mondo che intendiamo comunicare con la mostra al Vittoriano, che non a caso si intitola "I colori del buio".


© Paolo Petrignani / La Venta

Messico. Coahuila. Una polla sorgiva nel deserto di Cuatrocienegas
© Paolo Petrignani / La Venta

Cosa c'è di speciale nelle grotte?
Sono pezzi di mondo sconosciuti, estensioni della superficie terrestre non ancora svelate, almeno fin quando lo speleologo ci mette piede. Contengono tesori? In un certo senso sì. Alcune grotte sono belle o bellissime, ospitano concrezioni spettacolari, laghi di acqua cristallina, pozzi e meandri levigati da cascate, sale enormi, scorci suggestivi. In rari casi possono essere davvero meravigliose. Molto più spesso, però, sono decisamente brutte: fredde, bagnate, fangose, scomode; esplorarle, o anche solo percorrerle, richiede molto tempo e grandi fatiche. Gli speleologi hanno una forte motivazione estetica. Ma questa non basta. Dentro il loro buio, le grotte celano diramazioni e prosecuzioni. Anche una grotta ben esplorata può riservare sorprese. Entrare in questi posti è un'esperienza entusiasmante. Ma la parte migliore del gioco è che lo si fa insieme ad altri speleologi. Nel mio caso, se sono stato stregato dalla speleologia è soprattutto per il variegato universo di quanti si dedicano all'esplorazione, documentazione e salvaguardia del mondo sotterraneo. Sono persone comuni, che durante la settimana si dedicano ai lavori più disparati e ordinari, e nel fine settimana si trasformano in esploratori. Molti speleofotografi si concentrano sulle grotte, ritraendole in inquadrature statiche, con speleologi in pose ingessate. Per me la sfida è produrre immagini che possano comporre una narrazione delle grotte e di chi le esplora. Sono molto stimolato dalla fotografia di reportage, anche se sottoterra non è facile. È impossibile che un fotografo riesca, da solo, a fare un buon lavoro: la grotta lo costringe a chiedere aiuto ai propri compagni, fosse anche solo per illuminare la scena. Insomma, se l'ombra è fugace, lo sono anche i colori del buio. Catturarli non è per niente facile.

© Natalino Russo / La Venta
Messico. Chiapas.
Grande galleria in una grotta del Chiapas
© Natalino Russo / La Venta
© Filippo Serafini / La Venta
Patagonia. Fasi di ripresa su un mulino
del ghiacciaio Perito Moreno
© Filippo Serafini / La Venta

Quali sono le principali difficoltà tecniche?
La mancanza assoluta di luce è un dettaglio non da poco, per un'attività come la fotografia, basata essenzialmente sulla luce. Spesso gli ambienti sotterranei sono grandi, e per illuminarli occorre disporre le luci con cura: è difficile mantenere equilibrio tra la necessità di illuminare e quella di rendere l'azione o la tridimensionalità della scena. Di base, la fotografia speleologica non è difficile, ma alcuni intralci impongono molta pazienza: sporco, polvere, acqua, fango, urti. Ogni grotta presenta una rassegna più o meno completa di insidie, che vanno evitate proteggendo con cura l'attrezzatura. La faccenda si complica se si punta ad ottenere immagini dinamiche, che sappiano raccontare non soltanto le grotte ma anche un po' chi le esplora. Solo a poche grotte vengono dedicate vere e proprie campagne fotografiche. Nella maggior parte dei casi, il fotografo si ritrova a seguire la squadra esplorativa, che ha altre priorità e poco tempo a disposizione. Per scattare fotografie bisogna trovare la situazione e il momento adatto, e al tempo stesso collaborare al trasporto di corde e moschettoni, oltre che all'esplorazione vera e propria. Non c'è mai tempo per scattare la foto che si ha in testa, oppure c'è sempre qualcosa fuori posto: quel brutto zaino poggiato su quel sasso lontano, questa corda messa di traverso davanti all'inquadratura, la pozza di fango proprio dove dovresti piazzare il cavalletto. In pratica ci si ritrova a voler fare il lavoro del paesaggista in una situazione estremamente dinamica, da reportage. Come fare? Non resta che adattarsi e assecondare la situazione. Se potessi prendermi il lusso di giocare con le parole, lo chiamerei landtage, o reportage paesaggistico. Una foto d'ambiente in cui ci sia anche un po' d'azione. Difficile, ma quando ci si riesce il risultato è anche più interessante.


© Alessio Romeo / La Venta

Svizzera. Ghiacciaio Gorner © Alessio Romeo / La Venta

A proposito di attrezzature, cosa consigli allo speleologo che vuole provare?
Non è facile dare consigli in questo campo. Propongo di partire dalla scelta della focale: che il luogo sia ampio o angusto, fanno molto comodo ottiche corte, cioè grandangoli. Ma più l'obiettivo è spinto, più è difficile illuminare correttamente la scena. Oltre che controllarla, naturalmente, tenendo fuori dall'inquadratura oggetti indesiderati. La scelta della focale incide anche sulla quantità e qualità delle fonti di luce necessarie. Fino a un decennio fa sono stati molto utilizzati bulbi flash, poi è stato il periodo dei lampeggiatori elettronici. La tecnica era quella del cosiddetto open flash: sparare le luci durante l'apertura dell'otturatore. Lo si poteva fare usando fotocellule, ma anche a mano: macchina su cavalletto, ambiente totalmente buio, otturatore aperto anche per molti secondi, più flash che sparano sulla scena, anche non sincronizzati, cioè attivati manualmente dai collaboratori. Naturalmente era indispensabile fare più tentativi, e il risultato lo si scopriva soltanto dopo lo sviluppo della pellicola. Il digitale e i led hanno cambiato anche la fotografia speleologica. Oggi è possibile controllare le immagini appena realizzate; inoltre la disponibilità di led a basso consumo rende possibile l'illuminazione a luce continua. Non lampeggiatori, quindi, ma faretti: macchina su cavalletto, otturatore aperto, pennellate di luce nelle porzioni di inquadratura che si intende illuminare. Naturalmente ciò richiede sensori in grado di produrre file puliti anche con esposizioni prolungate. Per questo scopo i sensori full frame sono perfetti, anche se richiedono corpi non proprio leggerissimi e un po' ingombranti. Molti dei miei lavori in grotta li ho realizzati con corpi Nikon D200 e D700, robusti e affidabili. In particolare la D700, sebbene sia un po' pesante per il reportage speleologico, secondo me rasenta la perfezione.
L'esigenza di ridurre pesi e ingombri ci sta facendo guardare con sempre maggior interesse ai sensori più piccoli. Quelli delle cosiddette mirrorless sono ormai di ottima qualità. In qualche caso ho utilizzato anche fotocamere compatte, che vanno bene per il reportage, se usate in modo consapevole. Per me vale la regola: meglio una macchina con qualche limite ma che si ha con sé al momento giusto, piuttosto che quella perfetta lasciata nel bidone stagno o, peggio, a casa perché troppo pesante.



Andrea Pasqualini trasporta attrezzature fotografiche in sacche stagne in una grotta del Chiapas. Messico. © Natalino Russo / La Venta

Altri suggerimenti su dove andare e come organizzarsi?
Un aspetto interessante, intrigante delle grotte è che spesso non è necessario andare lontano per imbattersi in luoghi eccezionali. Quindi molto spesso si tratta di grotte dietro casa, raggiungibili in giornata. Tra le mie foto, oltre a quelle realizzate durante le spedizioni dell'associazione La Venta, ce ne sono tante scattate di domenica, in grotte a pochi chilometri da casa. Allo speleologo che volesse cimentarsi con la fotografia consiglio di scegliere una bella grotticina facile e cominciare lì a fare qualche prova, tornandoci spesso. Come dicevamo, la speleologia non si può praticare da soli: le difficoltà tecniche e logistiche lo rendono un gioco di squadra. Lo stesso discorso vale per la fotografia: la grotta deve essere illuminata e ha bisogno di soggetti che diano vita alla scena. Lo speleofotografo che si metta in testa di fare tutto da solo è destinato a fallire. Le spedizioni in posti lontani sono un ottimo esempio di questa complessità: lì si ha a che fare con ambienti difficili, spesso anche dal punto di vista sociale e politico, bisogna procurarsi visti e permessi, organizzare bene la logistica, cercare sponsor, coordinare molte persone. E una volta sul posto ci sono mille cose da fare ed è difficile tenere la fotografia in cima alla scala di priorità. Lo speleofotografo deve infilare il proprio lavoro tra le pieghe della spedizione; si ritrova così nel ruolo di fotoreporter "embedded", a gestire corda e moschettoni insieme ai suoi compagni, cercando di tenere libera almeno una mano (e un occhio) per far funzionare la macchina fotografica.


© Paolo Petrignani / La Venta

Myanmar. Birmania, discesa in un pozzo carsico © Paolo Petrignani / La Venta

Come si inserisce la fotografia speleologica nel tuo percorso di fotografo?
Di speleologia non si vive, e di fotografia speleologica ancor meno. Penso sia un gran bene, perché consente a quest'attività di conservare il suo fascino. La speleologia per me è quindi una passione del tempo libero. Il paradosso è che a furia di dedicare tempo alla speleologia e ai molti progetti che ne derivano, come dire, non ho più tempo libero. Sebbene sia essenzialmente un gioco, fotografare in grotta è una sfida continua: devi applicare le solite tre regolette di base della fotografia, ma devi farlo in situazioni complesse, lottando con la scomodità del contesto, con la fatica, la stanchezza, la voglia di uscire al sole, di mangiare, di dormire. Sei lì che scatti e devi fare attenzione a dove metti i piedi, devi pensare alla quantità e disposizione delle fonti di luce, ai riflessi, alla posizione dei soggetti, alle dimensioni e ai colori dell'ambiente in cui ti trovi. Se vuoi fermare un po' d'azione, tutto questo devi farlo mentre l'azione avviene, e non è per niente banale. Sei lì, bagnato e infreddolito, e ti domandi: ma chi me lo fa fare? Scherzi a parte, frequento speleologi da vent'anni: questo mondo mi ha aperto prospettive inattese e mi ha fatto conoscere persone eccezionali, molte delle quali le ritrovo dentro il gruppo La Venta.


© Natalino Russo

Tipica situazione fangosetta: scattando foto con Francesco Nozzoli, Andrea Benassi,
Manuela Merlo e Paolo Turrini nella grotta A Damiano.
Campolungo, Abruzzo. © Natalino Russo



Chi sono
Natalino Russo, campano di origine, vive sulle colline romane. Dopo molti viaggi e una laurea in scienze naturali, si è dedicato al fotogiornalismo di viaggio, collaborando con case editrici come il Touring, Ediciclo, Bollati Boringhieri, Vivalda, Carsa e con svariate riviste, tra cui PleinAir, Qui Touring, Meridiani, Alp, Altair, Speleologia. Tiene corsi e workshop di fotografia, e il suo lavoro è stato esposto in mostre in Italia e all'estero. Ha pubblicato alcuni romanzi, l'ultimo è Nel mezzo del cammino di Santiago (Ediciclo, 2010). Speleologo da vent'anni, frequenta le grotte italiane col Gruppo Speleologico del Matese e col Gruppo Speleologico Grottaferrata, e quelle un po' più lontane col gruppo La Venta, di cui è socio attivo.

www.natalinorusso.it


© Natalino Russo

Valerio Olivetti, Manuela Merlo e Francesco Boanelli nella Grotta Gasperone, durante l'esplorazione
col Gruppo Speleologico Sabino. Monte Soratte. Lazio © Natalino Russo

L'associazione La Venta Esplorazioni Geografiche è un gruppo no profit che svolge ricerche multidisciplinari di tipo geografico, con particolare interesse per l'esplorazione del mondo sotterraneo. Ad oggi ha organizzato oltre sessanta spedizioni in regioni remote della Terra: dall'Antartide alla Patagonia, dal Myanmar al Messico, dall'Asia centrale al Venezuela. I contesti in cui si trova ad operare sono affascinanti e complessi, fra foreste pluviali, profondità dei ghiacciai, montagne remote e labirinti sotterranei. La principale caratteristica di tutti questi progetti è la documentazione geografica, non solo delle grotte esplorate, ma anche della loro relazione fisica e culturale con l'ambiente in cui si aprono. In vent'anni di attività, il gruppo ha prodotto decine di articoli scientifici e divulgativi, molti libri fotografici e film trasmessi dai principali network.

www.laventa.it