Urban Survivors

A cura di: Redazione

Medici Senza Frontiere con Noor

 

La più grande organizzazione medico-umanitaria indipendente al mondo e la fotografia. I progetti portati avanti da Medici Senza Frontiere in cinque bidonville - a Dacca, Karachi, Johannesburg, Port-au-Prince e Nairobi - e le immagini di cinque fotografi di fama internazionale come Stanley Greene, Alixandra Fazzina, Francesco Zizola, Jon Lowenstein e Pep Bonet che hanno visitato i progetti in quelle aree degradate. Le fotografie e i video-documentari che hanno prodotto testimoniano la vita quotidiana nelle bidonville, le condizioni di vita estreme della popolazione (a causa di malnutrizione, acqua contaminata, mancanza di servizi igienico-sanitari, infezioni, HIV/AIDS), gli enormi bisogni umanitari e medici di donne, uomini e bambini.
 


 

Immagini e testimonianze che hanno dato vita a Urban Survivors, il progetto multimediale nato dalla collaborazione tra MSF e l’agenzia fotografica NOOR, in mostra fino al 17 febbraio al Museo di Roma in Trastevere (un viaggio virtuale nelle bidonville si può compiere anche nel sito interattivo www.urbansurvivors.org attraverso foto-film, interviste ai fotografi e agli operatori sul terreno).
 


© Stanley Greene

Stanley Greene documenta la vita nella baraccopoli di Dacca (Bangladesh), tra malnutrizione infantile, assenza di servizi igienico-sanitari e vulnerabilità alle catastrofi naturali. In passato la penisola di Kamramgichar era usata come discarica per i rifiuti di Dacca; la zona, con una superficie di soli tre chilometri quadrati, è adesso abitata da 400 mila persone, la maggior parte giunta da altri luoghi del Bangladesh. Le industrie di Dacca riversano i loro rifiuti tossici
 nel fiume Buriganga, in cui molte persone di Kamramgichar si bagnano e lavano i vestiti. Spesso le famiglie vivono in spazi sovraffollati, dove in una sola stanza abitano fino a dieci persone.
 


© Alexandra Fazzina

Alixandra Fazzina racconta attraverso i suoi scatti la baraccopoli di Karachi (Pakistan) dove MSF assiste le persone affette da HIV/AIDS e tubercolosi. Le alluvioni che hanno colpito il Pakistan nel luglio 2010 hanno distrutto interi villaggi e comunità in tutto il paese. Circa 100 mila persone sono sfollate 
a Karachi, la città più grande e ricca del paese, ricevendo aiuti dalle organizzazioni locali e dalle autorità che sono intervenute rapidamente dopo le inondazioni. Tuttavia, dopo ottobre, gli sfollati che cercavano di sopravvivere non hanno ricevuto molta assistenza. Quelli che avevano urgente bisogno di generi di prima necessità, come acqua potabile e medicine, sono stati praticamente lasciati ad arrangiarsi da soli.
 


© Francesco Zizola

Francesco Zizola ha viaggiato a Nairobi (Kenya), fra gli abitanti di Kibera, la maggiore baraccopoli della capitale, cinque chilometri a sudovest dal centro di Nairobi, gravemente sovraffollata e con una seria e pericolosa carenza di sistemi di igienizzazione e potabilizzazione dell’acqua. L’elevata densità abitativa, le scandalose condizioni igieniche, la mancanza di acqua potabile e igienizzata aumentano in maniera rilevante il rischio che nello slum si diffondano malattie. A Kibera le persone hanno un accesso molto limitato a cure mediche gratuite o a basso costo. Il governo ha da sempre considerato lo slum come un ‘insediamento informale’, e questo rende gli abitanti ‘invisibili’ alle autorità e al resto della società. Di conseguenza, all’interno della baraccopoli il governo non ha intrapreso alcuna azione di sviluppo, nessuna fornitura di acqua pubblica, sistemi igienici, istruzione, infrastrutture o assistenza sanitaria. La sicurezza pubblica è un altro grave problema con importanti implicazioni sanitarie.
 


© Pep Bonet

Pep Bonet documenta la vita degli immigrati dello Zimbabwe presenti a Johannesburg (Sud Africa) e di coloro che vivono nella baraccopoli della città, lottando contro HIV/AIDS e tubercolosi multiresistente ai farmaci. Nel centro di Johannesburg si trovano molti slum interni alla città, dove abitano migranti vulnerabili arrivati in città alla ricerca di nuove opportunità e per sfuggire a violenze, persecuzioni o condizioni di vita penose nei loro paesi di origine. Quello che molti di loro hanno trovato, però, è una vita scandita e circoscritta da delinquenza, sfruttamento, emarginazione, violenza e xenofobia.
 


© Jon Lowenstein

Infine Haiti, dove Jon Lowenstein racconta la violenza e le difficoltà di Martissant, baraccopoli della capitale Port-au-Prince, colpita anche dal colera. Durante un’esplosione demografica avvenuta negli anni 90, alcune zone di Port-au-Prince divennero sempre più sovraffollate e difficili da controllare. Alcuni gruppi locali iniziarono ad ammassare armi
e a formare delle bande, innescando così un ciclo 
di violenza. Sparatorie, uccisioni e sanguinose rappresaglie divennero la norma, e il conseguente stato di insicurezza isolò le persone. Molti avevano solo un accesso limitato ai servizi di base. Dopo il terremoto del 2010, il numero di persone senza casa è aumentato drammaticamente, ma molti di loro non si sono potuti curare perché non avevano i soldi per accedere al sistema sanitario privato haitiano.
 


 

«Nel 2009, dopo decenni di esodo dai villaggi verso i centri urbani», si legge nella presentazione del progetto MSF, «l’umanità ha varcato una soglia importante: per la prima volta, più della metà della popolazione mondiale vive oggi nelle città anziché nelle zone rurali. Molte persone si sono trasferite nelle città alla ricerca di maggiori opportunità economiche, ma la rapida e intensa urbanizzazione ha accresciuto
gli slum esistenti, favorendone la creazione di nuovi in vari paesi del mondo. Attualmente, più di 800 milioni di persone vivono in una baraccopoli. Questo significa più di una persona su dieci nel pianeta.
 


 

Appare chiaro che le baraccopoli possono generare
o esasperare problemi sanitari gravi ed estesi che colpiscono soprattutto le donne, i bambini e i migranti senza documenti. Man mano che le città continueranno a estendersi, gli slum si espanderanno con esse. Questo è un fatto che non si può ignorare. Attraverso il proprio lavoro degli ultimi decenni negli insediamenti urbani, MSF ha riscontrato che la crescente popolazione urbana ha creato un maggiore bisogno di interventi umanitari negli insediamenti degli slum. In molti luoghi, la situazione è cosi grave che può solo essere definita come un’emergenza umanitaria. Di conseguenza, MSF ha aumentato le proprie risorse per lavorare in questi insediamenti e al momento gestisce progetti in più di venti città nel mondo.
 


 

In questi progetti, MSF ha dovuto adattare strumenti e metodi che erano stati originariamente formulati per ambienti rurali, tenendo conto delle condizioni locali e delle tradizioni culturali. Un modello che funziona in una clinica rurale del Sud Sudan potrebbe non essere altrettanto efficace nei vicoli sovraffollati di Mumbai o Port-au-Prince, e un programma seguito a Kibera potrebbe richiedere delle modifiche prima di essere applicato a Karachi. MSF ha dovuto avviare delle collaborazioni con le autorità cittadine, le ONG locali e gli urbanisti per creare un ambiente in cui i programmi possano essere messi in atto e gestiti efficacemente e in cui sia possibile promuovere e incoraggiare la salute e l’igiene. Inoltre, è stato molto importante lavorare con le persone del luogo per offrire a queste popolazioni, spesso trascurate e senza diritti, una rappresentanza in questo percorso».
 


 

 

Chi è

Medici Senza Frontiere è la più grande organizzazione medico-umanitaria indipendente al mondo. Nel 1999 è stata insignita del Premio Nobel per la Pace. Opera in oltre 60 paesi portando assistenza alle vittime di guerre, catastrofi ed epidemie.

www.medicisenzafrontiere.it