[Condi]Visioni


Tra la Valle del Sacco e la Baja California

Simone D'Angelo & Natalino Russo



Due fotografi, di professione e per passione, con il gusto del viaggio. Due lettori di Sguardi che hanno scritto alla redazione per proporre di condividere i loro racconti, le loro visioni e geografie. Un viaggio vicino, quello compiuto da Simone D’Angelo nella sconosciuta Valle del Sacco, alle porte di Roma, un'indagine fotografica a cui l’autore ha voluto dare il titolo I Must Have Been Blind; e un viaggio lontano, quello fatto da Natalino Russo attraverso la leggendaria penisola della Baja California, un’esplorazione-ricognizione tra mare e terra, deserti e cieli, grotte e ranch.


© Simone D'Angelo



Scrive, per Sguardi, Simone D'Angelo: «la Valle del Sacco è una vasta area a sud di Roma che prende il nome dal fiume che l’attraversa. Sin dagli inizi del secolo scorso la valle ha conosciuto un rapido sviluppo industriale che ha finito per comprometterne la sua naturale vocazione agricola. Decenni di intreccio tra affari e politica hanno permesso l'omissione dei controlli sulle fabbriche inquinanti e favorito la penetrazione nel territorio delle cosiddette “ecomafie”, le organizzazioni criminali dedite ai reati contro l'ambiente.


© Simone D'Angelo



Il risultato è stato un sovraccarico di inquinanti nel fiume Sacco, il quale, con le frequenti esondazioni, ha finito per contaminare i terreni limitrofi con un’elevata quantità di sostanze tossiche per l’uomo. Il conseguente abbattimento di bestiame, la distruzione di prodotti agricoli e la chiusura di alcune aziende agricole hanno portato nel 2006 alla dichiarazione dello stato d’emergenza socio-economico-ambientale. Oggi la Valle del Sacco è inserita nei SIN, i siti di bonifica nazionale e mostra tutte le ferite della crisi industriale italiana.


© Simone D'Angelo



Conoscevo la situazione ambientale della valle perché sono nato e cresciuto a pochi passi dal distretto industriale nel quale anche i miei genitori hanno lavorato. Tuttavia, non avevo mai pensato di raccontarla perché ero assuefatto da quella fascinazione per l’esotico che spesso ti porta a non trovare particolare interesse per l’ambiente in cui vivi. La volontà di uscire da questo blocco mi ha imposto un ridimensionamento del raggio d’azione che in poco tempo mi ha insegnato quanta più attenzione sia necessaria per esplorare e mettere a fuoco quegli ambienti che presumiamo di conoscere.


© Simone D'Angelo



Quando ho iniziato a percorrere le strade che per anni avevano portato i miei genitori sui loro posti di lavoro ancora non sapevo che avrei finito per perdermi in un ambiente in cui il conflitto tra uomo e natura appare incastrato in un moto perpetuo di reciproche sovrascrizioni: piccole giungle crescono sull’asfalto dei parcheggi abbandonati delle fabbriche chiuse e nuove strutture di cemento prefabbricato nascono sui terreni agricoli non più coltivati o coltivabili.


© Simone D'Angelo



Il paesaggio, sempre più indefinito, diventa una terra di nessuno dalla quale la presenza umana è esclusa, fragile come le tracce che lascia al di fuori dei propri confini. Il senso di alienazione è tale da non riconoscere più il luogo in cui si è vissuto, ma se perdersi è inevitabile, lo sguardo può aprirsi ad una nuova immaginazione, ad un ritorno ad una condizione di predisposizione alla sorpresa per ripensare se stessi e lo spazio che si abita. Da qui il titolo I Must Have Been Blind, preso in prestito da un brano di Tim Buckley del 1969.


© Simone D'Angelo



Scrive, per Sguardi, Natalino Russo: «Il posto migliore dove stare è casa mia. Per me l’anima del viaggio è il ritorno: una volta a casa comincia un’altra fase interessante del processo di esplorazione: la sistemazione di fotografie e appunti, interviste, contatti. Un viaggio è una miniera di idee che meritano attenzione, affinché possano trasformarsi in progetti. Ogni viaggio ha bisogno di una digestione e - come ci dicevano da bambini - per la digestione ci vuole tempo. Di questo modo di viaggiare ho fatto un lavoro. E la mia curiosità verso il mondo, piuttosto che sopirsi, è andata crescendo.


Stelle e cactus giganti nella regione di Cataviña. © Natalino Russo



Per me il viaggio è esplorazione. Di luoghi, di culture, di sguardi. Ho sempre cercato pretesti per partire. Uno di questi pretesti è la speleologia: l’esplorazione delle grotte mi ha portato in tutto il mondo e mi ha fatto conoscere persone eccezionali. Carlos Lazcano è un famoso geologo e speleologo messicano. Ci siamo conosciuti lavorando insieme nel gruppo di esplorazioni geografiche La Venta, che organizza spedizioni in tutto il mondo - e vanta tra i suoi membri due Rolex Award. Da alcuni anni Carlos dirige il Museo de Historia di Ensenada, in Baja California, Messico. Con la collaborazione di La Venta, sta esplorando i deserti centrali della penisola per catalogare le pitture rupestri e i graffiti lasciati dal popolo dei cochimí, che qui visse prima dell’arrivo degli spagnoli.


Laguna Manuela presso Villa Jesús María è una baia ampia e amena, frequentata solo da pochi pescatori e da qualche turista in cerca di solitudine. © Natalino Russo



Dopo la conquista, l’arrivo dei missionari e l’epopea della corsa all’oro popolarono le zone centrali della penisola. Ma oggi i missionari sono andati via e le miniere sono ormai improduttive, e l’interno della penisola si sta svuotando. Le zone rurali sono scomode e remote, e anche i figli degli ultimi rancheros stanno andando via, attirati dallo sviluppo turistico della costa. Con loro si perde la memoria e la conoscenza del territorio. Quella di Carlos Lazcano è una lotta contro il tempo. Mi ha chiesto di raggiungerlo in Messico per documentare il suo lavoro.


Da Guerrero Negro in fuoristrada si arriva alla collina della Mesa del Carmen: una grotta sulla cima custodisce pitture rupestri dello stile Gran Mural. Figure umane e animali si susseguono formando una mirabile opera d'arte che ha più di duemila anni. © Natalino Russo / La Venta



Partiamo da Tijuana, quasi sul confine con gli Stati Uniti, e in macchina viaggiamo sulla Carretera Transpeninsular, l’unica strada che percorre la penisola da nord a sud fino ai centri turistici di Los Cabos. Attraversiamo per ore lande desolate, distese di polvere e sassi a perdita d’occhio. Cactus alti venti metri si stagliano contro la roccia vulcanica scura. Il parallelo 28 segna il confine tra lo stato di Baja California e quello di Baja California Sur. Qui ci sono due immensi parchi naturali: la Valle de los Cirios a nord e la riserva della biosfera di El Vizcaíno a sud. Con una superficie totale di oltre 5.000.000 di ettari sono la zona protetta più estesa dell’America Latina. Quest’area immensa è pressoché disabitata: tra il parallelo 27 e il 30, su una distanza di quasi seicento chilometri, non ci sono distributori di benzina, non c’è internet né segnale telefonico. Vi abitano poco più di mille persone, in minuscoli gruppi di case.


Nel tratto centrale della carretera Transpeninsular, per quasi 400 km non ci sono distributori di benzina. Si fa rifornimento da venditori lungo la strada. Natalino Russo / La Venta



Facciamo base a Cataviña. Cento anime, poche baracche lungo la strada. Qui vive Nathan Velasco, fotografo naturalista e fidato collaboratore di Carlos. È lui a metterci in contatto con alcuni rancheros che conoscono pitture rupestri o ne hanno sentito parlare da padri e nonni. Con loro ci inoltriamo nel deserto a bordo di sgangherati fuoristrada, oppure a cavallo. Troviamo molti siti non ancora studiati né fotografati. Carlos esegue i rilievi, io scatto fotografie. Bivacchiamo spesso sotto le stelle, nell’aria fresca della sera. E intorno al fuoco facciamo i piani per i giorni successivi.


Di tanto in tanto nel deserto ci si imbatte nella carcassa abbandonata di qualche automobile. © Natalino Russo



Andiamo anche più a sud, nella zona di Guerrero Negro. Da qui raggiungiamo la piccola missione gesuita di Santa Gertrudis, o ciò che ne resta. Ormai intorno alla missione vivono solo cinque persone, e nei dintorni ci sono solo alcuni villaggi minerari fantasma. E decine di pitture ancora da catalogare e studiare. Per Carlos è una delle zone più interessanti e ricche di prospettive. L’ultimo giorno ci arrampichiamo sulla Mesa del Carmen per raggiungere un sito già noto, tra i più incredibili della Baja California: un grande dipinto che raffigura uomini, animali e scene di caccia. È realizzato nello stile che gli studiosi chiamano Gran Mural e potrebbe avere più di duemila anni. Fu realizzato dai cochimí al riparo di un tetto di roccia e questo ne ha preservato i colori. Da questa specie di grotta si gode un ampio panorama sul deserto, popolato di cactus. Dedico molte ore a scattare fotografie. Torno anche di notte, per riprendere i dipinti con le stelle sullo sfondo.


Una megattera (Megaptera novaeangliae) salta nella baia di Los Cabos, all'estremità meridionale della penisola. © Natalino Russo



La Baja California è un paradiso fotografico. L'assenza di umidità regala colori saturi e cieli stellati mozzafiato. I toni di rosso e di giallo del deserto sono spezzati dal turchese del mare che irrompe all'improvviso. La penisola divide l'oceano Pacifico dal Mare di Cortés, che Jacques Cousteau definì “l'acquario del mondo” e che l'Unesco ha dichiarato Patrimonio dell’umanità. Durante la stagione migratoria, da dicembre a marzo, qui è possibile avvicinarsi alla balena grigia, assistere agli spettacolari salti delle megattere e avvistare la balenottera azzurra, l'animale più grande mai esistito sulla Terra. Per questo motivo ho inserito anche la Baja California tra i miei workshop fotografici, e presto pubblicherò un programma di viaggio.


A cavallo intorno alla missione di Santa Gertrudis. © Natalino Russo / La Venta






Simone D'Angelo. Sono nato ad Anagni nel 1978. Vivo e lavoro a Roma, dove ho conseguito un Master in Web Design & Strategy presso l'Istituto Europeo di Design. Fotografo con coscienza e da autodidatta dal 2008, dopo un viaggio in Indonesia. Tra il 2014 e il 2015 ho seguito un corso specialistico in fotografia documentaria con Massimo Mastrorillo in collaborazione con l'associazione 001 di Roma e la Luz Academy. Qui ho sviluppato l'idea di “I Must Have Been Blind”, premiato nel 2015 come miglior progetto nel Leica Talent e successivamente inserito nel circuito mostre di Fotoleggendo 2015.


Per saperne di più:
Simone D'Angelo






 


Natalino Russo. Sono nato a Caserta nel 1972. Laureato in scienze naturali, sono fotografo e giornalista free lance da quasi vent'anni. Collaboro con editori italiani ed esteri, tra cui il Touring Club, PleinAir, Dove. Ho pubblicato reportage, volumi illustrati, guide e racconti di viaggio, natura, esplorazione. Tengo seminari e workshop fotografici.

Fino a settembre è possibile vedere la mostra fotografica personale di Natalino Russo, intitolata:
POINT OF VIEW / PERSISTENCE OF VISION

29 aprile - 30 settembre 2016
Palazzo Saporiti, Banca Galileo
Corso Venezia 40, Milano
Ingresso libero
Info: 027788731

www.natalinorusso.it