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Autoritratto di un fotografo
Ferdinando Scianna

Cinquant’anni di carriera raccontati da uno dei maestri della fotografia non solo italiana. Autoritratto di un fotografo di Ferdinando Scianna (Bruno Mondadori, 224 pp., 19 euro) è la narrazione, in prima persona, nella stagione della maturità, della sua avventura esistenziale e professionale. «La grande fortuna, uscendo dall’adolescenza», scrive Scianna nel primo capitolo del libro, «è stata che il caso me l’abbia fatta incontrare, la fotografia. Il mio grande amico Romeo Martinez, storico e critico, diceva spesso con sarcasmo che noi fotografi avremmo dovuto erigere un santuario a Santa Fotografia. Altrimenti, aggiungeva, che cosa diavolo avreste fatto nella vita? Me lo chiedo spesso anch’io. Solo questa fortuna, penso, può giustificare che mi accinga a comporre un libro sulla mia storia di fotografo. Che è come dire, per uno come me, sulla mia storia di uomo […] Faccio fotografie da quasi mezzo secolo. Dalla Sicilia a Milano, a Parigi, dall’adolescenza ai miei sessantotto anni di oggi, la fotografia è stata e continua a essere per me una passione, la conquista di un linguaggio, l’occasione di incontri, lo strumento chiave della mia vicenda umana». Di seguito riportiamo il capitolo dedicato all’agenzia Magnum.

«La sua proposta mi fece compiere un gesto che altrimenti non avrei mai osato, non considerandomi affatto all’altezza. Fui accettato. Così, al momento di tornare in Italia, nel 1982, entrai a Magnum. Per anni sono stato “il primo e unico fotografo italiano entrato a Magnum dalla sua fondazione”. Fardello difficile da portare. Orgoglio anche, certo. Ma sapevo e so che non sono certo stato il primo a meritarlo. È probabile che la presentazione di Cartier-Bresson sia stata importante. E del resto me l’hanno fatta pagare abbastanza in seguito. Non credere che questo ti dia dei privilegi! Figurarsi! Il fatto è che Magnum si è portata dietro per anni uno snobismo franco-anglo-americano. Sembrava che se non provenivi da quelle aree geografico-culturali non potevi essere un fotografo degno di entrare a farne parte. Per non parlare del pregiudizio misogino. Pochissime donne in agenzia. Si potrebbe notare che in oltre sessant’anni di storia anche gli spagnoli, per dire, i tedeschi sono stati a lungo assenti. Le cose stanno lentamente cambiando. E che almeno per quanto riguarda l’Italia questo fosse un pregiudizio stupido è dimostrato dal fatto che i due altri fotografi italiani arrivati a Magnum qualche anno dopo, liberandomi da quell’imbarazzante isolamento, Paolo Pellegrin e Alex Maioli, sono oggi considerati per mio orgoglio fra i migliori fotoreporter del mondo.


© Ferdinando Scianna/Magnum
ITALY. Capizzi: Children.

Mi chiedono spesso come si entra a Magnum e come funziona. Come sono entrato l’ho raccontato. Non ho detto che si passa attraverso tre esami. Ci vogliono da cinque a sette anni e tre esami. Ma ti giudicano i fotografi. Prima diventi nominée, poi associato, infine membro. Cioè entri infine a fare parte di quelli che giudicano e non sono più giudicati, decidono chi entra a Magnum e chi no, e, senza capirci quasi mai nulla, si chiedono come fronteggiare la crisi economica permanente che dalla sua fondazione accompagna l’agenzia. Spiegare come funziona Magnum è davvero complicato, e forse inutile. Diciamo che è una cooperativa molto anomala e che non sempre dei grandi fotografi si sono dimostrati amministratori competenti e lungimiranti. Una volta Gilles Peress ha detto che Magnum è un gruppo del quale moltissimi fotografi vorrebbero far parte e quelli che ne fanno parte continuano a domandarsi perché. Non sapevo cosa significasse essere membro di Magnum, né, per la verità, l’ho capito adesso dopo quasi trent’anni. In più, sbagliando, lasciavo Parigi nel momento in cui entravo a Magnum. Ripresi, a Milano, a lavorare con i giornali con fotografie e testi. Forse speravo che Magnum sarebbe stato una specie di paracadute. Mi ritrovavo in una situazione di precarietà economica dopo anni di buono stipendio e con due figlie da mantenere. Ma Magnum non è un paracadute. È uno strumento che devi imparare a usare. C’è chi impara e chi no. Il fatto è che molte cose avvengono nelle tre sedi di Parigi, Londra e New York, e io ho anche vissuto il problema della distanza.


© Ferdinando Scianna/Magnum
ITALY, Sicily, Tre Castagni: popular festival of St. Alfio, Cirino and Filadelfo.
(I Siciliani) (Feste religiose in Sicilia)( Forme del caos)

Magnum continua a sopravvivere secondo l’utopia egualitaria dei suoi fondatori. In modo misterioso è riuscita finora a fare convivere le più violente contraddizioni. Questa è la cosa che più mi appassiona. Per quanto mi riguarda, sicilianissimo individualista, ho difficoltà a sentirmi parte di qualunque tipo di gruppo, ma so che se devo riferirmi a una appartenenza culturale è in quella tradizione che mi riconosco. Certo, si è creata una mitologia intorno a questo gruppo, come se la grande fotografia di reportage del XX secolo fosse passata soltanto per Magnum. Naturalmente non è affatto così. Magnum è stata, ed è, un confronto, una misura, un rapporto anche di tipo antagonistico. Non ti lascia in pace. Senza i contrasti tra il proprio orgoglio e l’attitudine ecclesiale, che qualche volta Magnum ha, certi grandi risultati individuali non sarebbero stati probabilmente raggiunti. Magnum è una confraternita, una setta, un’utopia e anche una delle esperienze culturali, intellettuali ed estetiche della seconda metà del XX secolo tra le più interessanti nel campo della fotografia. Il gruppo nasce dall’incontro di alcune personalità di grande spicco, e non esisterebbe Magnum se non ci fosse stato quel momento storico, con l’utopia socialista da un lato e la guerra catastrofica dall’altro, con l’esperienza che con vicende personali completamente diverse avevano fatto di quel momento storico personaggi come Cartier-Bresson, Robert Capa, George Rodger, William Vandivert. Un borghese in rottura ideologica con la sua famiglia e con la sua classe; un ebreo comunista fuggito da tutte le dittature d’Europa – perché Capa è fuggito dal fascismo ungherese di Horty, dalla Berlino dei nazisti, dalla Parigi occupata – che si trovò a diventare un grande fotografo di guerra, etichetta che detestava, facendo fotografie della guerra civile in Spagna e poi durante tutta la seconda guerra mondiale; un giornalista inglese di grande sensibilità; un fotografo dipendente di “Life”, che peraltro rinuncerà presto al progetto. Se non fossero stati le persone e i fotografi che erano, se non avessero vissuto il trauma della guerra come infamia, se non ci fosse stata un’importante componente di ebrei con la stessa mitologia che ha prodotto Israele e il mito del Kibbutz, se non ci fosse stata l’esperienza della guerra civile spagnola e il grande massacro della seconda guerra mondiale, probabilmente questi quattro amici non si sarebbero mai trovati nella caffetteria del Museum of Modern Art di New York, quella mattina del 1947 a domandarsi che fare della propria vita e che senso dare al proprio mestiere.


© Ferdinando Scianna/Magnum
BOLIVIA, Kami. (Kami)( Forme del Caos)

Robert Capa, che aveva una formidabile mente organizzatrice, disse: «Perché diavolo dobbiamo lavorare per giornali che poi diventano i nostri padroni? Non possiamo creare una nostra struttura in modo da vendere ai giornali solamente i diritti di pubblicazione di quello che facciamo?». E così che praticamente inventarono il diritto d’autore nella fotografia. “Formiamo un gruppo nel quale siamo tutti uguali perché siamo tutti amici”. È una cosa che dicono tutti gli idealisti adolescenti. Il fenomeno incredibile è che Magnum esista da sessantacinque anni e che sia riuscita a fare avventurosamente convivere le logiche di un’azienda – che si chiama cooperativa ma che non è una cooperativa, che dovrebbe fare profitti e non ne fa – con le ragioni ideali, le passioni e a volte anche i rancori reciproci tra le fortissime individualità che la compongono e che si scontrano tra loro. Come abbia fatto a sopravvivere, dio solo lo sa. Però continua a sopravvivere. Almeno finora. Una delle ragioni della coesione di Magnum è tragica e riguarda il fatto che a un certo punto, nel giro di un anno, addirittura nel giro di una settimana, prima Robert Capa e dopo Werner Bischof morirono, uno saltato su una mina in Indocina e l’altro in un incidente in Perú. Cartier-Bresson raccontava che le notizie della morte dell’uno e dell’altro le ricevette contemporaneamente, nel giro di dieci minuti. In quel momento tutti pensarono: Capa è morto, Magnum è finita. E Chim Seymour, che aveva preso in mano il gruppo, l’agenzia di cui Capa era stato l’anima, venne quasi subito dopo ammazzato da un cecchino idiota in un momento di cessate il fuoco in Egitto.


© Ferdinando Scianna/Magnum
ITALY, Sicily, Palermo: The argentin poet Jorge luis BORGES in the Hotel Villa Igea.

I tre diventarono i martiri del gruppo. Non si creano chiese senza martiri. Le loro fotografie campeggiano in tutti gli uffici di Magnum. Tutte le chiese sono costruite sul sangue dei martiri. Siamo in tanti convintissimi che se Capa non fosse morto, la Magnum non esisterebbe più o sarebbe diventata una cosa completamente diversa, perché lui si era già rotto le scatole della fotografia, pensava al cinema, pensava alla nascente televisione. Invece, quanto successo ha cristallizzato una responsabilità collettiva nei confronti di quei martiri, e una responsabilità nei confronti dell’utopia fondatrice: un gruppo di uomini liberi, il cui precipuo scopo è di raccontare il mondo, cercando di mantenersi liberi. Valori che magari si sono in parte trasformati in giaculatorie, ma che continuano a funzionare come collante etico ideologico. Una storia assolutamente incredibile. Alla quale faccio fatica a credere anche io. Mi auguro di fare parte di quella tradizione. Me ne considero un epigono, e quindi spero sempre, come gli altri, di non averla tradita».


Chi è

Vincitore del prestigioso premio Nadar nel 1966 per il libro Feste religiose in Sicilia (con i testi di Leonardo Sciascia, con cui nasce un fecondo sodalizio intellettuale e una grande amicizia), Scianna nel 1967 si trasferisce da Bagheria a Milano. Qui inizia a lavorare come fotoreporter e inviato speciale per L’Europeo, diventandone in seguito il corrispondente da Parigi. Collabora con Henri Cartier-Bresson e, a partire dagli anni ottanta, lavora anche nell’alta moda e nella pubblicità, affermandosi come uno dei fotografi più richiesti e apprezzati.