La fotografia digitale è forse la rivoluzione più importante nel mondo dell'immagine contemporaneo. Le innovazioni più evidenti sono sostanzialmente due: la grande "duttilità" del file digitale quanto a latitudine di posa e facilità di intervento correttivo, ma, soprattutto, l'incommensurabile vantaggio di vedere il proprio lavoro immediatamente.
Questo significa poter scattare, controllare il risultato, eventualmente cancellare lo scatto e rifarlo con gli accorgimenti scelti, sia di inquadratura che di regolazione.
Un sogno, soprattutto per chi, come me, lavorando spesso a migliaia di chilometri da casa in condizioni estreme incrociava sempre le dita nella speranza di un risultato conforme all'impegno e alle aspettative.

IMMAGINI A PROVA DI CLIMA
La qualità dell'immagine, almeno per quanto riguarda il mio lavoro, non era solo un aspetto legato allo scatto, ma anche alla conservazione delle pellicole in attesa di essere sviluppate. La prima regola raccomanda di conservare le pellicole in luogo fresco e secco, evitando sbalzi di temperatura, e sviluppare il materiale impressionato nel minor tempo possibile.
Immaginatevi una permanenza di settimane nel Sahara in piena estate, con temperature che superano i 70°... la conservazione del materiale sensibile era un incubo. Così come nei climi umidi della foresta equatoriale o nei paesi artici. Tutto risolto con le magiche schede Compact Flash, indifferenti a qualsiasi umore del tempo (attenzione: le Compact flash sono praticamente insensibili alle basse temperature, mentre i MicroDrive - più delicati, essendo degli hard disk in miniatura - sono molto sensibili all'umidità, alla polvere, e garantiscono il funzionamento solo sopra lo 0°; vanno bene per usi in condizioni normali, li sconsiglio per lunghi viaggi in condizioni climatiche "difficili").

UN "MAGAZZINO" IN MINIATURA
Aspetto non da poco, il mio corredo di 4 Gigabyte (2 schede da 1 Gb e 4 da 512 Gb) equivale ad una dotazione di 400 scatti giornalieri (alla massima definizione consentita dalla Nikon D100, che garantisce un file NEF/TIFF da 34,5 Megabyte equivalente al formato cm 20x30 per 300 dpi, "espandibile" in stampa senza perdita di qualità almeno fino al formato cm 40x50 - con la fotocamera settata per immagazzinare un'immagine delle stesse dimensioni ma con compressione Jpeg, la disponibilità di fotogrammi con le mie Compact flash aumenta a 1212 scatti!). Disponibilità più che sufficiente a coprire qualsiasi esigenza, e, in ogni caso, l'hard disk da 20 Gigabyte mi consente lo scarico immediato del materiale immagazzinando i 2000 scatti che compongono di solito i miei reportages.
Per un lavoro di un paio di settimane ero solito portarmi circa 100 pellicole (equivalente in volume e peso ad una scatola da scarpe) suddivise tra le diverse sensibilità da 50 a 400 ASA.

FLESSIBILITÀ!
Con il sistema digitale, anche usando un solo corpo macchina (con le pellicole di solito ne caricavo uno con 50/100 ASA e uno con 400) posso intervenire in tempo reale sulla sensibilità di ogni singolo fotogramma, adattandolo a qualsiasi condizione di luce... vi pare poco? Provare per credere! Immaginate uno scatto da 1/500 alle dune del deserto e, subito dopo, la penombra di una capanna per il ritratto della vostra vita.
Quante volte avete maledetto la vostra pellicola, incapace di adattarsi a condizioni critiche di luce se non impostando un tempo di 30 secondi mentre il cavalletto è rimasto in albergo a prendersi il fresco dell'aria condizionata?

SOLO VANTAGGI?
Dov'è il trucco? Le fotocamere digitali e gli hard disk per l'immagazzinaggio dei files, apparecchi dotati di batterie ricaricabili dedicate, necessitano inesorabilmente di quei due buchini sul muro, dove infilare la spina e approvigionarsi di corrente elettrica per far funzionare il tutto. Come emergenza, e con gli appositi adattatori, può andar bene anche la presa accendisigari dell'automobile. Come la mettiamo con le avventure in autosufficienza, lontane da qualsiasi supporto tecnologico, magari da vivere a piedi e con lo zaino sulle spalle?

LA SFIDA
Realizzare un reportage completamente digitale senza alcuna possibilità di "attingere" alle normali fonti di ricarica elettrica era una sfida a cui pensavo da tempo.
L'occasione si è presentata col trekking per raggiungere il K2; almeno quindici giorni di marcia a piedi in autosufficienza, senza alcuna possibilità di trovare energia elettrica convenzionale e con la necessità di contenere al massimo il peso delle attrezzature. Una sfida impossibile per il digitale?
Anche portandomi dietro una cassa di batterie per le macchine, c'era da risolvere il problema di come alimentare l'Hard disk per lo stoccaggio dei files realizzati.

 

POTENZA DEL SOLE
Sapete cos'è un pannello solare? Un mistero di magia che, nella pratica, trasforma i raggi del sole in energia elettrica.
La miniaturizzazione sta facendo passi da gigante anche in questo campo, e una rapida indagine sul mercato mi ha permesso di scoprire che il mio amico Marco Anghileri, titolare della ditta ANDE di Lecco, importa un piccolo gioiello chiamato SOLAR LAND, "cofanetto" grande quanto un libro e pesante meno di un chilo, che, una volta aperto, si rivela un potente pannello con otto cellule solari capaci di erogare ben 960mAh, più che sufficienti per caricare le batterie al litio ENEL3 della Nikon D100. A patto però di collegarle direttamente, bipassando tutta la circuitazione elettronica dei normali caricabatterie che altrimenti assorbirebbe quasi completamente l'energia ricavata dal sole. Ho sottoposto il problema a Giuseppe Maio e Marco Rovere di Nital, e la soluzione più semplice è risultata la "cannibalizzazione" di un normale caricabatterie Nikon MH-18; privato della componentistica interna, è stato dotato di collegamento diretto (tramite spinotto e cavo) al pannello solare. A dispetto di altri tecnici interpellati, che pronosticavano la necessità di usare tra il pannello e il caricabatterie complicati inverter e batterietampone (del peso di svariati chili), pena "l'esplosione" delle batterie, il tutto è funzionato a meraviglia. In una giornata di sole normale, le mie EN-EL3 (ne avevo quattro al seguito, non si sa mai!) si caricavano in meno di tre ore e hanno sempre funzionato come orologi dimostrandosi, tra l'altro, assolutamente insensibili al freddo (hanno continuato a scattare anche con parecchi gradi sotto lo zero).

UNA BATTERIA PER TUTTO
Risolto il problema della fotocamera, rimaneva l'enigma del funzionamento del Mindstore, il mio hard disk per l'immagazzinaggio delle immagini scattate.
Sempre insieme a Giuseppe Maio e Marco Rovere, abbiamo studiato il problema, scoprendo che, a patto di riuscire a collegarla, la batteria al litio EN-EL3 della D100 era perfettamente in grado di far funzionare anche questo apparecchio elettronico, senza bisogno di corrente elettrica convenzionale. La necessità aguzza l'ingegno! Privato della componentistica elettronica, il caricabatterie MH-18 diventa semplicemente il supporto della EN-EL3, e dallo spinotto installato la corrente "entra" se dall'altra parte c'è una sorgente di alimentazione come il pannello solare, ma nello stesso modo "esce" se, a batteria inserita, si collega un apparecchio compatibile come tensione (7,4V a 1400mAh). Due piccioni con una fava! Le mie batterie ENEL3, con il prezioso supporto e una serie di cavetti realizzati dall'amico Paolo Saltori del laboratorio Audio video Center di Trento, sono servite sia per la fotocamera che per l'hard disk, avendo come conseguenza positiva anche un insperato contenimento del peso. Tutto il "marchingegno" non ha sbagliato un colpo, consentendomi la realizzazione dei reportages presentati.

IL MIO CORREDO PER IL K2
Fotocamera D100 con ottiche Nikon 12/24 f4 DX (appositamente realizzato per le reflex digitali, equivale all'ottica analogica 18/35); 28/70 f 2.8; 80/200 f 2.8; supertele Tamron 200/400 f 5.6; tutti gli obiettivi sono diametro 77 e mi permettono di avere un solo filtro polarizzatore; schede memoria Compact flash per complessivi 4Gb; 4 batterie al litio Nikon EN-EL3; caricabatterie Nikon MH-18; Hard Disk Mindstore 20 gb; pannello solare Solar Land 960mAh; cavalletto superleggero in alluminio. Escludendo fotocamera e obiettivi (ma quando faranno un 200 che pesi meno di un mattone?) il peso dell'attrezzatura (pannello, caricabatterie, batterie, hard disk) non supera i due chili.
Un altro record che conferma i grandi vantaggi di questa soluzione.
Devo confessarlo? In fondo al mio bagaglio era nascosta la mia mitica Nikon FM3 con dieci pellicole, ma non ha avuto la fortuna di godersi i panorami spettacolari del Baltoro Glacier, perchè la tecnologia digitale, con l'aiuto del sole, è uscita vittoriosa da questa sfida "estrema".

Informazioni:
NITAL - Tel. 011.81441 - www.nital.it
ANDE - Tel. 0342.362608 - www.ande.it

In collaborazione con:

Questo articolo è stato pubblicato sul n. 178 di agosto 2004.

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