[Condi]Visioni


Old & new India

Danial Shah & Michele Saragoni



L'India, al tempo dell'Impero coloniale britannico, era smisurata. Poi arrivò l’indipendenza, la separazione. I figli successivi di quella mezzanotte, per dirla con Rushdie, furono tre: Pakistan a ovest, India al centro, Bangladesh a est. In questa sezione di Sguardi – [Condi]Visioni (a proposito, continuate a inviare le vostre proposte) - accostiamo i due originari: tessere del gigante Pakistan viste da dentro, da un reporter pakistano - Danial Shah - che racconta in particolare la storia di una famiglia divisa da un'improvvisa ulteriore frontiera; e pezzi dell'immenso universo indiano visti da fuori, da un videomaker italiano - Michele Saragoni - fattosi anche fotografo nel corso dei suoi ripetuti viaggi in India.



 


Le barche attendono i passeggeri sul lago Attabad. Il lago si è formato dopo che un’imponente frana ha bloccato il flusso del fiume Hunza sommergendo cinque villaggi e 12 chilometri della principale arteria che collega il Pakistan alla Cina, la Karakoram Highway. Danial Shah


 

Racconta Michele Saragoni, «devo ai miei genitori la passione per il viaggio; a mio fratello quella per la fotografia. Infatti, sin da piccolo ho visto questi due elementi sempre strettamente legati, con vacanze in giro per il mondo in compagnia di una FM2 o di una F5. Sono stato in India in tre occasioni diverse, tra il 2011 e il 2016. Motivi di lavoro e di svago mi hanno fatto entrare in contatto con molti degli elementi caratterizzanti il complicato universo del subcontinente indiano. Masala, termine utilizzato per indicare la mistura di spezie presente in molti piatti locali, è una delle migliori parole per descrivere questa sorta di mix prettamente indiano, dove tutto si amalgama: la religione, Bollywood e derivati regionali, il cibo, i colori, il lavoro. Tutto sembra mischiarsi di continuo, consumando energia, creando nuova energia.



 


Pushkar. Il lago sacro al mattino. 2013 - Michele Saragoni


 

Questo moto perpetuo, sapientemente descritto da Godfrey Reggio in Powaqqatsi Life In Trasformation, è presente in ogni strada. Un caos cacofonico dal mio punto di vista; una situazione perfettamente sotto controllo agli occhi del mio autista, che abusando del clacson e schivando mucche, rickshaw e motorini riesce sempre a rimanere composto, in silenzio, con lo sguardo dritto sulla strada. La strada è il luogo dove questo masala indiano prende forma, dove il rapporto tra velocità e affollamento è sempre presente. Molti i ricordi legati a questi elementi, a questa vita on the road spesso in compagnia di Ivano Fucci, esperto di India e mio socio in affari.
 Una notte siamo sfrecciati per le strade di Calcutta a bordo di un classico taxi giallo. Attraversando l'Howrah Bridge, il ponte che porta alla stazione, sembrava di essere in una sorta di New York impazzita, sembrava che tutta l'India stesse rincorrendo il nostro treno.



 


Calcutta. Le luci a neon dell’animata Park Street. 2013 - Michele Saragoni


 

Altra metropoli indiana, stesse sensazioni. Spesso a Mumbai mi sono ritrovato sui vagoni di seconda classe dei treni locali. Le porte sempre aperte e un numero indefinito di passeggeri sono elementi della quotidianità. Ai più fortunati tocca il posto sulla porta. Impettiti, con sguardo fisso in avanti, saldi a un sostegno metallico. Sembra che, con la scusa di trovare conforto dal caldo del vagone, con quel vento tra i capelli l'indiano medio cerchi di vivere una scena di un film visto al cinema o su uno smartphone. E io, con un po' di allenamento, sono riuscito a imparare come si scende da un treno in movimento.



 


Mumbai. Un local train in arrivo alla stazione Churchgate. 2011 - Michele Saragoni


 

Anche gli eventi religiosi sono invasi da flusso di energia umana. Abbiamo raggiunto Allahabad durante il Kumbh Mela, una delle più grandi adunate umane del mondo. Tutta l’India ogni dodici anni cerca di raggiungere questo luogo, tramite voli, treni, auto o a piedi. Le forze di ogni singolo, generate dalla fede e sommate l'una con l'altra, trasmettono emozioni potenti, positive, in una fusione tra amore e paura. E, in quelle notti polverose illuminate da luci a incandescenza gialle, gli occhi dei sādhu, avvolti in longhi arancio o completamente coperti di cenere, trasmettono un'impassibilità imperscrutabile o, completamente all'opposto, una gioia al limite della follia.



 


Allahabad, Kumbh Mela. Panoramica sul vasto accampamento di fedeli al Sangam. 2013 - Michele Saragoni


 

E io, immerso in questi vivaci flussi anarchici, cerco con discrezione di immortalare frammenti di vita quotidiana. Il mio sguardo si rivolge per lo più ai particolari, affascinato da una normalità faticosa e lontana, se paragonata a quella della Toscana. Con un 24-70 o un 80-200 (ereditato da mio fratello) vorrei rimanere lontano dai soggetti che mi attirano, così da catturare situazioni non influenzate dalla mia presenza. Ma il mio ruolo di osservatore distante si trasforma quasi sempre in una parte attiva all'interno della scena che si presenta di fronte alla mia macchina. Si genera un'ulteriore amalgama, tra la mia curiosità e quella indiana. Si innesca un dialogo sul tema dell'esotico tra me e mille occhi impassibili, entrambi impegnati a studiarci vicendevolmente i dettagli di cui siamo composti. Risultato di questo scambio reciproco sono molti sorrisi e saluti in macchina, ma anche primi piani intesi, con sguardi che scrutano lo straniero, in uno scambio di energie perpetuo».



 


Varanasi. Abluzioni nel Gange all'alba. 2011 - Michele Saragoni


 

Passando a Danial Shah, il fotografo e giornalista pakistano così spiega il suo sguardo: «mi considero un narratore di storie. La fotografia è il mezzo che preferisco per dare voce a ciò che accade attorno a me in una terra così geopoliticamente complessa come il Pakistan, il mio paese. Mi piace documentare le storie umane e la loro interazione con il contesto circostante. Fotografo per comprendere e per impegnare i lettori, per rispondere alle loro domande, per renderli consapevoli della condizione umana che possono osservare nelle mie immagini, e per chiedere un cambiamento. Il mio progetto? Il Pakistan ha vissuto un lungo conflitto con l'India per il Kashmir fin dalla partizione del 1947. A causa di quel conflitto, migliaia di famiglie vivono separate lungo il confine e non possono incontrarsi. La limitata copertura dei media in Kashmir, da parte di entrambi i governi, non dà voce ai disagi della regione. Il mio progetto si propone di mostrare il dramma umano della separazione attraverso semplici fotografie che ritraggono il desiderio, la sofferenza e l’amore. Il progetto è ancora in corso e mi vedrà documentare l’intero viaggio di più di 2200 chilometri di Zaiba per andare ad incontrare sua madre in India».



 


Un pescatore sul lago Manchar cerca di portare la sua barca fuori dai cespugli. Danial Shah


 

Di seguito, riproduciamo l'articolo che Daniel Shah ha pubblicato sull'Herald Pakistan lo scorso settembre, gentilmente tradotto per Sguardi da Federica Delia, dal titolo Frontiere che dividono: Il pianto di una figlia. «Ogni giorno Zaiba siede su una roccia lungo il fiume Shyok appena fuori dal piccolo villaggio di Thoqmus, nella parte orientale del Gilgit-Baltistan. Circondata da montagne grigie, sotto alti alberi verdi e a fianco di acque limpide, il suo punto di osservazione è un angolo di sogno per chiunque sia in cerca di felicità in compagnia della natura. Eppure il suo cuore è appesantito e lo scenario naturale attorno a lei lo rende più triste. “Quanto è fortunato questo fiume che arriva proprio da casa mia. Quanto fortunato è questo fiume che vede tutti i giorni la mia madre adorata, mentre io non posso vederla,” canta nella sua lingua natia, il Balti, come fosse parte di un rituale quotidiano. “Oh madre, sono bloccata qui e separata da te”, piange, la sua voce è strozzata e i suoi occhi pieni di lacrime.



 


Zaiba era un'adolescente quando è stata separata da sua madre nel dicembre del 1971. Vive vicino alla Linea di Controllo sul versante pakistano. Danial Shah


 

Zaiba era un'adolescente quando è stata separata da sua madre nel dicembre del 1971. Quel mese India e Pakistan entrarono in guerra in quello che era l'Est del Pakistan. Migliaia di chilometri a nord-ovest del principale teatro di guerra Chewang Rinchen, un avventuroso maggiore dei Ladakh Scouts dell'esercito indiano, marciava attraverso le valli innevate di quello che oggi è chiamato Gilgit-Baltistan, a temperature sotto zero. A capo di un piccolo gruppo di soldati attraversò la Linea di Controllo (Line of Control, LoC), che divide questa regione himalayana nei territori pakistani e indiani, e occupò i villaggi di Turtuk, Tiaqshi, Doey Thang e Chalunka sul versante pakistano.



 


Zaiba si reca al fiume Shyok che viene dall'India e parla con il fiume di sua madre che vive al di là della Linea di Controllo. Danial Shah


 

La storia di Rinchen è raccontata solo da fonti indiane. Non esistono testimonianze sulla sua campagna accessibili in Pakistan e non c'è neanche una spiegazione ufficiale - né in India né in Pakistan - del perché le truppe indiane che occuparono quattro villaggi non tornarono alle loro posizioni d'origine dopo la resa del Pakistan a Dhaka. L'impresa di Rinchen, perciò, spinse la LoC molti chilometri all'interno del territorio pakistano, appena fuori da un villaggio chiamato Frano. Nei villaggi catturati, comunque, molti decisero che non volevano vivere sotto l'occupazione indiana e circa 500 famiglie intrapresero un faticoso viaggio per migrare dall'altro lato. Tra questi vi furono anche Zaiba e suo marito, appena sposati. "Camminammo tutto il giorno e tutta la notte nel freddo, attraverso l'ispido terreno montuoso, per raggiungere la città di Khaplu" ricorda Zaiba. Una volta arrivati in territorio pakistano si dispersero in ogni parte del Gilgit-Baltistan. Alcuni di loro, inclusi Zaiba e il suo consorte, trovarono rifugio nel villaggio di Thoqmus.



 


Zaiba sparge semi di albicocche sul tetto di casa sua. Danial Shah


 

Per molti mesi non seppe cosa ne fosse stato dei suoi genitori e dei suoi fratelli. Così come molti membri delle famiglie migranti, loro dovettero restare a Chalunka, il villaggio degli antenati. Migrando da Chalunka a Tiasqshi, suo padre si ferì ad un piede e non poté più muoversi; la madre e i suoi fratelli rimasero per prendersi cura di lui. Zaiba era costantemente preoccupata per la loro sicurezza e la loro salute quando finalmente, nel 1973, ricevette da loro una lettera che le comunicava che stavano bene. Fin da quegli anni angoscianti, a Thoqmus, Zaiba ha creato un nuovo mondo attorno a lei. Molte lune dopo che suo marito divorziò da lei, si risposò con un locale, Sikander Ali. La coppia ha sei figli, tre femmine e tre maschi, tutti adulti e tutti eccetto una sposati con figli. Seduta su una stuoia di paglia in casa sua, i muri dipinti nei tradizionali motivi pastello, Zaiba tiene in braccio con gioia la più giovane delle sue nipoti. Ora che ha quasi raggiunto i 60 sembra condurre una vita normale, finché non viene menzionata la parola Chalunka: ancora non riesce a superare il dolore della separazione dalla sua famiglia.



 


Zaiba era un'adolescente quando è stata separata da sua madre nel dicembre del 1971. Vive vicino alla Linea di Controllo sul versante pakistano. Danial Shah


 

Gli occhi si velano di lacrime quando ascolta la voce di sua madre su una audiocassetta. Ha ascoltato il contenuto del nastro tante volte da quando lo ricevette negli anni ’90. È anche stata in contatto con la sua famiglia scambiandosi lettere e fotografie. Mentre passa al setaccio alcune immagini sbiadite e stropicciate, il suo volto rugoso diviene espressamente triste. Tira fuori un altro album di foto da una cassa di legno e mostra una foto di gruppo di uomini e donne di tutte le età. “Questa è la mia famiglia,” dice, usando il bordo del suo chador bianco per asciugarsi le lacrime. Negli ultimi 44 anni ha conservato gelosamente queste cassette, le foto e le migliaia di ricordi che evocano. Le persone dei suoi album audio-visivi vivono solo al di là di quelle montagne grigie, sull'altra sponda del fiume: Chalunka è a solo una trentina di chilometri ad est di Thoqmus. Eppure, lungo questa terra, c’è una linea invisibile che lei non può oltrepassare. L'unico modo per lei di attraversare quella linea è quello di percorrere un lungo viaggio per la strada che conduce a sud verso Lahore, varcare là il confine indiano, per poi risalire su fino alle catene himalayane nel Kashmir indiano.



 


Vista aerea di alpinisti che attraversano il ghiacciaio Chilinji nel nord del Pakistan. Danial Shah


 

Nel 2008 suo fratello maggiore, Abbas Ali, ha intrapreso il tragitto inverso per raggiungere il Pakistan attraverso la frontiera di Wagah vicino a Lahore. Da quando il Gilgit-Baltistan è un territorio contestato, in quanto fu parte dello Jammu e Kashmir nel 1947, i suoi abitanti non possono visitare l’India con un passaporto pakistano; e quelli che vivono lungo la LoC dal Gilgit-Baltistan non possono entrare nel territorio pakistano con un passaporto indiano. Ali, perciò, ha avuto bisogno di un permesso speciale dal Ministero degli Interni del Pakistan per fare visita a sua sorella. Nel 2013 anche suo fratello minore, Sher Muhammad, andò a trovarla con la stessa disposizione. Il giorno in cui Muhammad sarebbe dovuto essere a Wagah, Zaiba mandò ad accoglierlo un grande comitato di benvenuto composto dai suoi parenti più stretti, lungo tutta la via da Thoqmus fino a quel posto di blocco al confine. Muhammad portava con sé fotografie e messaggi video che lei ha aggiunto alla sua preziosa collezione.



 


Ragazze nella zona più remota della valle di Gilgit saltano dalla gioia durante l'ora di gioco. L'alfabetizzazione femminile nel Gilgit-Baltistan è la più alta di tutto il Pakistan. Danial Shah


 

A Thoqmus e Chalunka non è possibile connettersi ad Internet, ma Ilyas Hussain, il nipote di Zaiba che vive a Skardu, è "costantemente in contatto con i suoi cugini dall'altra parte del confine". Usano le piattaforme dei social media, come Whatsapp, per condividere le fotografie e gli ultimi aggiornamenti gli uni degli altri. Ogni volta che Zaiba si reca a Skardu, Hussain e i suoi cugini in India programmano una conversazione su Skype tra lei e la sua famiglia a Chalunka. Hussain crede che superare i confini adesso è diventato più facile con tutti i progressi della tecnologia. Per Zaiba, e per molti della sua generazione, tuttavia, la frontiera continua a rappresentare una divisione molto reale. Qurban Ali si trovava a Thoqmus per del lavoro da svolgere quando scoppiò la guerra nel 1971. Una volta che il confine fu spostato in conseguenza della guerra, fu dimenticato qui lontano dalla sua famiglia - una moglie e due figli - che viveva sul lato sbagliato della LoC. Non ha potuto rivederli se non a 88 anni.



 


Un uomo nel pieno del suo pisolino durante una giornata poco impegnativa al lago Mahudand nello Swat. Danial Shah


 

La storia di Abdul Rahman è simile. Una fredda notte del 1971, mentre lavorava nel suo hotel a Skardu, ha scoperto di non poter più tornare a casa. Il confine modificato ora si ergeva tra il suo posto di lavoro e il suo villaggio. All'età avanzata di 65 anni è ancora frastornato pensando a come, tutto a un tratto, il suo luogo di nascita divenne parte di un paese straniero. Recentemente, i due anziani hanno potuto viaggiare verso i rispettivi villaggi di Turtuk e Chalunka. Al loro ritorno in Gilgit-Baltistan il mese scorso, sono stati presi d’assalto da amici, parenti e altri che lasciarono quei due villaggi nel 1971: tutti volevano sapere che aspetto avessero i loro villaggi natii, come fosse la vita nelle valli e tra le montagne che un tempo echeggiavano del suono delle loro risate. Anche a Turtuk e a Chalunka sono stati trattati come delle celebrità. "Siamo stati ospiti dell'intero villaggio," Rahman racconta all'Herald ricordando come i residenti del suo villaggio natio volessero avere lunghe conversazioni con lui riguardo alla vita in Pakistan condividendo le proprie storie. "È stato struggente vedere i miei fratelli dopo 44 anni" aggiunge Rahman.



 


Zaiba con sua figlia, sua nuora e i suoi nipoti. Danial Shah


 

La visita non è stata facile. Entrambi, Ali e Rahman, hanno impiegato i risparmi di un’intera vita per raggiungere i loro villaggi. Hanno dovuto viaggiare per 2.200 chilometri e a care spese – 500.000 rupie a testa. Comunque, la loro visita ha dato speranza a Zaiba. Non si è lasciata dissuadere né dalla lunghezza né dai costi quasi proibitivi del viaggio. Sta facendo domanda per un permesso per andare a Chalunka e Hussain la sta aiutando a completare la documentazione. Il padre di Zaiba è morto nel 2009 senza aver visto sua figlia diventare prima madre e poi nonna. Adesso lei si augura di poter vedere un'ultima volta sua madre 96enne, paralizzata, ma ha paura che, anziana e malata, sua madre non abbia il tempo di aspettare che lei ottenga il suo permesso di viaggio. Il cugino di Zaiba, Ghulam Rasool, che è emigrato sul versante pakistano nel 1971 quando era un ragazzo di 12 anni, è molto frustrato per l'attesa. "Alla gente della Valle di Neelum nell’Azad e nel Jammu Kashmir è concesso di attraversare la LoC e incontrare le proprie famiglie,” dice. “Noi pensavamo che sarebbe stato lo stesso per noi in Gilgit-Baltistan, ma entrambi i governi non sembrano chiari a riguardo”».



 


Allahabad, Kumbh Mela. Nell'’immenso campo tendato costruito sulle sponde del Sangam, al termine di una delle preghiere collettive, i guru vestiti in arancio si riversano all'’esterno di una delle tende principali. 2013 - Michele Saragoni

Chi sono


 


Michele Saragoni

Michele Saragoni nasce a Lucca nel 1986. Dopo studi tecnici informatici si laurea presso CampusLucca in Scienze del Turismo. Tra i banchi di università conosce Ivano Fucci, con il quale nel 2010 fonda ODU Movies. Con il suo lavoro si occupa di produzioni cinematografiche e televisive. È fotografo per passione, associando sempre la fotografia al mondo dei viaggi.


Per saperne di più:
www.odumovies.com


 





Danial Shah

Danial Shah è un fotografo freelance di viaggio e documentario, con base a Karachi in Pakistan. Lavora su commissione e su incarichi editoriali. Ha una duplice passione per i viaggi e lo storytelling, che lo porta a muoversi instancabilmente attraverso il Pakistan. È appassionato di questioni relative alla diversità, alla condizione umana e alla sua interazione con il mondo naturale.


Per saperne di più:
www.danialshah.com


 

 

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