Grandi Autori

A cura di: Giulia Boero

Memoria, James Nachtwey (intervista a Roberto Koch) + Guarda! La fotografia spiegata ai ragazzi, Joel Meyerowitz


L'autore ritenuto il più grande fotografo di guerra contemporaneo e la grande fotografia spiegata ai ragazzi. A James Nachtwey il Palazzo Reale di Milano dedica fino al 4 marzo 2018 la più grande retrospettiva mai concepita sul suo lavoro - Memoria - 200 fotografie divise in 17 sezioni che ripercorrono l'intera carriera di uno dei testimoni di eccellenza del nostro tempo: dai conflitti avvenuti prima della caduta del muro di Berlino alla liberazione dall'apartheid, dai grandi disastri naturali all'attacco alle Torri Gemelle, dai reportage su droga e tubercolosi fino agli scenari di crisi dei nostri giorni. Per l'occasione Sguardi ha intervistato Roberto Koch, fondatore di Contrasto e curatore con lo stesso Nachtwey dell'antologica. L'intervista, a cura di Giulia Boero, è seguita dalla presentazione di un originale volume edito da Contrasto in cui un fotografo rinomato come Joel Meyerowitz sceglie alcune immagini che hanno fatto la storia della fotografia e ne racconta, con la mente rivolta a un pubblico di non specialisti - fascino, struttura e caratteristiche.




Cover Memoria

James Nachtwey è sempre stato definito un fotografo di guerra, uno che racconta il dolore, la sofferenza, la morte, cercando allo stesso tempo la sintesi più espressiva tra comunicazione e compiutezza formale. Perché Nachtwey ha scelto questo tipo di fotografia? Qual è la testimonianza che in questi anni ha voluto dare?

Nachtwey ha iniziato a fotografare sull'onda della fotografia giornalistica che appariva negli anni '70 sulla Guerra del Vietnam e delle prime fotografie che documentavano le marce per i diritti civili in America. Perciò ha in qualche modo sposato l'idea che ci fosse una visione che bisognava condividere per far sì che le persone fossero più consapevoli di quello che succedeva nel mondo. Diceva quindi di avere di fronte da una parte quello che dicevano i politici e poi quello che dicevano i fotografi, e che si fidava più dei fotografi. Lì gli è venuta voglia di diventare un fotografo e, volendo fare questo mestiere, ha voluto fare il fotografo di guerra. Ma, come dice Wim Wenders, «dovremmo smettere di definirlo un fotografo di guerra, bisogna vedere in lui un uomo di pace, una persona che per desiderio di pace va in guerra e si espone, per creare la pace partendo da un odio sconfinato per la guerra e da un amore sconfinato per gli esseri umani». Questa è anche l'idea della mostra, che lui fotografi la guerra per far sì che determinati errori che si sono compiuti nel passato possano avere la chance di non essere ripetuti, sulla base del fatto che un coinvolgimento così forte per ciò che si fotografa possa contribuire alla consapevolezza generale di chi guarda quelle immagini.




Ritratto di James Nachtwey

Cosa rappresenta per lei Nachtwey?

Per anni ho voluto fortemente dedicarmi a questa mostra, che ha avuto un percorso di preparazione lunghissimo. Considero James Nachtwey il più importante fotografo degli ultimi decenni. Lo è, da molti punti di vista: per la qualità di quello che fa, per l'impegno che mette, per la determinazione assoluta con cui si dedica alla documentazione e soprattutto per un rigore che tocca livelli mai raggiunti da nessun altro fotografo. Credo che le sue immagini siano completamente scevre di retorica, ma che siano anche composizioni che hanno un'ispirazione perfezionistica che aiuta la visione da parte dei visitatori di una mostra o dei lettori di un giornale. In questo senso penso sia un fotografo che non ha paragoni. È stato paragonato a Robert Capa, ma credo che lui avesse una diversa modalità con cui fotografava. Per Capa era importante essere vicino alle cose. Per Nachtwey non solo essere vicino, ma impiegare più tempo di quello che il mercato offre. Quindi trovare una condizione per cui il tempo con cui può esprimersi sia accompagnato da una riflessione e, soprattutto, non sia determinato da altri ma da lui, per poter avere una documentazione, un'interpretazione, una testimonianza che sia sufficientemente sicura.

La mostra è stata definita come la più grande retrospettiva mai concepita e realizzata sul suo lavoro. Al di là di quelli antologico e temporale, quali sono i criteri che vi hanno ispirato?

Il criterio generale è stato partire dalla scelta di identificare e dividere in sezioni tutto il suo lavoro, compatibilmente con lo spazio. All'interno delle sezioni che ospitano un'antologica dei progetti compiuti nel corso della sua carriera, abbiamo scelto fotografie che sullo spazio si prestavano a essere interpretate e utilizzate per dare ai visitatori una sintesi sufficientemente ampia di quello che lui ha fatto. L'abbiamo concepita, poi cambiata, adattata e perfezionata sulla base dello spazio. È una mostra in cui le fotografie sono illuminate ciascuna per conto suo in modo preciso, che ospita anche 60 fotografie sulla medicina di guerra, sezione assolutamente perfetta per il tipo di cose che Nachtwey voleva mostrare. Tutte le fotografie hanno avuto un trattamento molto particolare, un'accuratezza di sguardo molto intensa. Una ventina di anni fa erano state organizzate altre retrospettive su Nachtwey, noi stessi ne avevamo organizzata una a Roma nel 2000 a Palazzo delle Esposizioni. Non c'è più stato nulla da allora. Il motivo era anche che lui era sempre totalmente impegnato a fotografare. Ora ha deciso, anche grazie a un convincimento che è andato maturando nel corso del tempo, di dedicarsi a questa retrospettiva che parte da Milano e che verrà poi esportata in varie capitali del mondo. È sicuramente la retrospettiva più importante che sia mai stata concepita sul suo lavoro. Verrà anche accompagnata da un libro che uscirà nei primi mesi del 2018.




La torre sud del World Trade Center collassa in seguito allo schianto dell'aereo. USA, New York, 2001 © James Nachtwey

La retrospettiva si compone di 200 immagini esposte in 17 sezioni. Quali sono i parametri espositivi che avete adottato per la costruzione della mostra?

Abbiamo voluto sviluppare la mostra partendo sia da un punto di vista cronologico che da uno geografico. Ogni sezione appartiene alla stessa area geografica, ma è stata organizzata al proprio interno sulla base di un ordine cronologico. C'è un prologo che racconta tutto quello che è successo prima del 1989 - le guerre in Sud America, le guerre in Palestina e in Israele. Poi c'è il passaggio del crollo del muro di Berlino, che apre un'altra epoca, quella di un nuovo «disordine mondiale», per dirlo con le parole di Nachtwey, nel senso che molte cose cambiarono e questo portò a un caos non più governato da due grandi superpotenze, che si dividevano fino a quel momento il mondo, ma da tanti piccoli conflitti locali. Si parla quindi poi di quello che è successo in Rwanda, la liberazione dall'apartheid in Sud Africa, la Bosnia, i Balcani, la Cecenia, la Romania quando le porte si sono aperte verso est e lui è stato testimone di sofferenze indicibili da parte della popolazione rumena. Un altro punto di svolta è stato sicuramente l'attacco alle Torri Gemelle, quindi il crollo delle Torri e anche tutte le sue conseguenze, come la guerra in Iraq, in Afghanistan e quello che poi il governo americano ha deciso di mettere in atto per cercare di controbilanciare con un'altra guerra quello che era stato fatto dai terroristi. La mostra avanza affrontando grandi disastri naturali in Nepal, in Giappone e in Indonesia; affronta la piaga della droga, dell'Aids, della tubercolosi, il grande dilemma di come vada gestito il crimine in America, di come ingiustamente viene utilizzato per essere discriminatamente rivolto contro i neri americani. Si chiude con un grande affresco sull'attuale migrazione dei profughi in Europa, che lui ha fotografato soprattutto in Grecia, nei Balcani con il passaggio dal Mediterraneo verso l'Europa. La mostra abbraccia circa 40 anni di lavoro e arriva fino ai mesi scorsi.




In una delle prime manifestazioni della seconda Intifada palestinese, i dimostranti lanciano pietre e molotov contro i soldati, che sparano munizioni vere e proiettili di gomma, a volte letali. Cisgiordania, Ramallah, 2000 © James Nachtwey

Tanti ritengono che James Nachtwey sia per molti versi l'erede di Robert Capa. Crede che il suo sguardo sia ancora di attualità o che qualcosa sia cambiato? C'è una contemporaneità, nel guardare, raccontare queste cose, diversa da quella di Nachtwey?

Io credo ci sia una tendenza della fotografia che vada più verso una dimensione a volte artistica o concettuale rispetto alla realtà. Con Nachtwey si torna a un predominio della realtà, concetto che ha fatto suo per quarant'anni. La sua testimonianza sancisce la differenza tra la grande fotografia e la fotografia di noi tutti; è questo che poi rende speciale il suo lavoro e il motivo per cui ha avuto riconoscimenti che sono andati molto al di là del dominio della fotografia, riconoscimenti dati alle grandi personalità del nostro tempo. Credo senza dubbio che sia il più importante testimone del nostro tempo e che questo venga accompagnato da un rigore, da un'assenza di retorica, da un'etica che non hanno eguali perché in termini pratici significano una dedizione e pagare sul piano umano tutto quello che sta facendo in modo incredibile. Nachtwey è uno storico ante litteram, ha iniziato a fare storia quando gli storici pensavano fosse ancora troppo presto. Ma è anche vero che la definizione di erede di Robert Capa a mio avviso gli sta stretta, nel senso che - diversamente da Capa e forse con una maturazione diversa dovuta ai diversi periodi temporali - raccoglie dal predecessore lo spirito di chi vuole stare dentro ai fatti e quindi essere capace di convivere con il pericolo per poter testimoniare più da vicino le situazioni. Ma al tempo stesso sublima quello che fa in un modo ancora più distillato da parte sua rispetto a quello che faceva Capa. Credo che sia lui, d'ora in poi, il riferimento assoluto per quanto riguarda la fotografia impegnata di documentazione sociale.

C'è qualcosa che lei sente di dover sottolineare in particolare sullo spirito di quel tipo di reporter?

Come accennavo prima, Natchwey non ricerca il bello. Alcune delle sue fotografie sono esteticamente straordinarie, ma non ha un amore per la bellezza. Descrivere una sua fotografia come bella non darebbe il senso della motivazione per cui è stata scattata. Per lui la composizione e la ricerca dell'armonia nella composizione della fotografia corrispondono a un mezzo che permette di arrivare più direttamente agli occhi delle persone. Non è un fine, non è interessato a fare foto belle, ma scatti che siano il più possibile comprensibili, che arrivino di più. Tutto questo senza mai un grammo di retorica. Nelle sue fotografie non c'è mai una persona che posa, tutto è preso dalla realtà.




Cover Guarda!

Da un singolo grande autore a tanti altri grandi autori. La stessa Contrasto pubblica Guarda! La fotografia spiegata ai ragazzi di Joel Meyerowitz. Pensato per lettori che vogliano avvicinarsi all'arte fotografica, il libro è una guida che introduce alla fotografia e ai suoi segreti, per capire in che modo i fotografi riescono a trasformare oggetti e situazioni comuni in momenti il più possibile carichi di significato ed espressività. Pagina dopo pagina, Meyerowitz, fotografo di fama internazionale, accompagna i lettori in un viaggio attraverso la capacità della fotografia di fermare il tempo, raccontare una storia, combinare più elementi e livelli in un'inquadratura, cogliere istanti importanti di vita.




Martin Parr, Pisa, Italia, 1990. © Martin Parr/Magnum Photos/Contrasto

Il volume (formato 19x22 cm, 30 fotografie in b/n e 4 a colori, 80 pp., euro 29,90) presenta il lavoro di 34 fotografi, tra cui Henri Cartier-Bresson, Eugene Richards, Elliott Erwitt, Mary Ellen Mark, Paul Strand, Sebastião Salgado, Alex Webb, Gordon Parks, Martin Parr e molti altri maestri della storia della fotografia. Ogni immagine è accompagnata da un breve commento che incoraggia il lettore a guardare con maggiore attenzione e a utilizzare l'immaginazione per conoscere e comprendere i concetti fondamentali alla base di una buona fotografia: il tempismo, la luce, l'angolazione, la scelta del soggetto, la composizione, il senso della prospettiva.




Mary Ellen Mark, Ram Prakash con il suo elefante Shyama, Great Golden Circus, Ahmedabad, India, 1990. © Mary Ellen Mark

Scrive Meyerowitz a proposito della fotografia di Mary Ellen Mark riprodotta sopra: «La prima volta che ho visto questa immagine mi ha entusiasmato la presenza fisica dell'elefante e il modo in cui la sua pesante proboscide si avvolge intorno al collo dell'addestratore. La testa e le zampe massicce, le grandi orecchie flosce, i peli arruffati sulla testa e tutte quelle pieghe e rughe sono un vero spettacolo. E l'addestratore se ne sta lì, sereno, la proboscide sembra leggera e confortevole come una sciarpa. Mary Ellen Mark notò subito i piccoli dettagli che donano alla fotografia la sua grazia: la cintura e le mani dell'addestratore, i bracciali in una posizione così perfetta da seguire la curva della cinta, che riprende quella della proboscide, e poi lo sguardo intenso sul volto dell'uomo».




Alex Webb, Cuba, Havana, 2000 © Alex Webb/Magnum Photos/Contrasto

Così Meyerowitz commenta la fotografia di Alex Webb riprodotta sopra: «La ragione per cui questa fotografia è così ben riuscita è che il suo autore si è tuffato nel caos, invece di allontanarsene. In quella situazione stracolma di azioni e movimenti, Alex Webb ha visto un invito a catturare tutto nell'inquadratura. Probabilmente, da lontano, quella scena sembrava solo una baraonda di bambini che si divertivano in un parco giochi affollato. Ma Webb si è avvicinato finché non ha visto che le curve della giostra di metallo e i corpi dei bambini in movimento creavano una ragnatela di energia. Ha anche notato le ombre scure proiettate dai raggi del sole. Al centro di questa scena vivace c'è l'ombra del bambino con le gambe in primo piano. Questo particolare spinge il nostro sguardo nel bel mezzo dell'azione, dove troviamo le gambe di un altro bambino, sull'altalena. I colori contrastanti e il gioco di linee sui muri si aggiungono al meraviglioso groviglio di questa foto».



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