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Viaggio in Colombia
Cristina Francesconi

Non sono una fotografa professionista, ma viaggio da anni alla ricerca dell'Uomo, con le sue infinite sfaccettature culturali, in relazione alla realtà in cui vive o in cui è costretto a sopravvivere. Dal 2003 ho la fortuna di operare come volontaria per CESVI, un'organizzazione umanitaria che si occupa di emergenze e sviluppo in diverse parti di mondo. Questo mi da la possibilità di immergermi in realtà difficili con possibilità importanti dal punto di vista fotografico.


© Cristina Francesconi

Cerco di dare un taglio il più possibile umano a quello che fotografo, compensando la mancanza di una tecnica professionale con l'amore per quello che faccio. Credo fermamente che si debba prima di tutto amare il soggetto che si sta inquadrando, solo così si riesce a imprimerne anche l'anima sulla pellicola. Qualche mese fa sono volata verso l'America latina. Quello che segue è il racconto di qualche frammento del mio viaggio tra i senza terra della Colombia.


© Cristina Francesconi

Sul volo che mi sta portando a Bogotà ci sono parecchi colombiani. Chiedo ad alcuni di loro di parlarmi del Chocò, la regione a nord-ovest che andrò a visitare, ma nessuno conosce il Chocò. Qualcuno alza le spalle e liquida la regione in due parole: "zona troppo calda… nessuno visita il Chocò". Ho la netta sensazione che si eviti di parlare di questa regione, quasi ci fosse qualcosa di cui vergognarsi. Il giorno dopo, un piccolo aereo, con un volo su un tappeto di lussureggiante foresta, mi scarica in uno dei luoghi più caldi che abbia mai incontrato e l'aria è così umida da sembrare solida, la sento premere sulla faccia. Faccio appena in tempo a scattare qualche foto nella degradata cittadina di Quibdò che già navigo lungo il Rio Atrato, un enorme serpente di acqua fangosa che squarcia l'intrico della foresta e si dirama nel cuore di una regione massacrata dalla guerriglia. La regione del Chocò col suo imponente fiume è abitata in prevalenza da neri, discendenti degli schiavi deportati dall'Africa. È una delle zone più strategiche per il controllo del traffico della coca. Di conseguenza i due temuti gruppi ribelli, la FARC e l'AUC, si fronteggiano per la conquista del territorio, massacrando i civili e costringendo i sopravvissuti a fuggire.


© Cristina Francesconi

Sono oltre tre milioni i desplazati (senzaterra) in Colombia. Tra questi la maggioranza sono donne e bambini che d'improvviso si trovano privati di ogni diritto, senza più terra, senza più identità. Io sono in Colombia per contribuire a dare voce a queste donne e ai loro figli. Lo farò, oltre che con la mia reflex, usando un mezzo che può sembrare un paradosso in una situazione tanto grave di violenza e degrado: lo farò usando la pittura. Faccio questo da anni, nei campi profughi in Africa, nelle favelas brasiliane, con i ragazzi di strada e so che è un modo straordinario per ridare dignità e identità a esseri umani troppo spesso identificati solo con grandi numeri. Dietro a questi tre milioni di "senza terra" ci sono persone, ognuna con una storia unica. Armo queste donne e bambini di pennelli, chiedo loro di usare un mezzo diverso dalla parola per descrivere il dolore e il disagio che stanno vivendo. È la prima volta che si confrontano con il colore, ma accettano con un entusiasmo istintivo. Comprendono da subito l'importanza di essere protagonisti, si lasciano andare buttando sui dipinti emozioni, pensieri, piccoli e grandi sogni, ricordi dolorosi e violenze private, senza pudore.


© Cristina Francesconi

La maggior parte di loro è analfabeta, non è in grado di scrivere neppure il proprio nome, ma chiede, a me o a quelli che sono in grado di farlo, di scrivere i loro pensieri, lo chiedono con forza e con orgoglio. Mentre dipingono raccontano la loro storia e quella di un intero popolo. Ricordano i tempi felici, prima di quel giorno in cui dovettero lasciare tutto, prima del vedere i loro cari massacrati, le loro case bruciate e il loro fiume con tutta quella gente sulle barche che fuggiva, sventolando piccole bandiere bianche, lasciando la terra per sempre. Spesso si commuovono e non nascondono le lacrime. Io fotografo il lavoro e il loro dolore ma anche il loro entusiasmo per un mondo vissuto, una volta tanto, a colori. Un tempo erano schiavi e oggi, dopo tante battaglie, di nuovo schiavi dei "signori della coca". Vogliono che il mondo sappia. Lo fanno dipingendo.


© Cristina Francesconi

Ne escono 56 opere meravigliose realizzate con tempera e materiale riciclato, cinquantasei vite dipinte che danno un senso a un paradosso. Al temine di ogni giornata molte donne insistono perché visiti le loro "case". Baracche di legno e lamiera sorrette da lunghi pali, sembrano stare in equilibrio precario, spesso su acque putride e maleodoranti abitate da ratti. Matasse scomposte di cavi elettrici penzolano come liane e a tratti la corrente arriva, ma per accendere la luce è necessario avvitare o svitare l'unica lampadina che passa di stanza in stanza. Grossi contenitori d'acqua piovana permettono di lavarsi, non sempre. Più di tutte mi colpisce Marialena, una donna anziana, i suoi occhi incavati, il suo sorriso arrendevolmente malinconico.


© Cristina Francesconi

© Cristina Francesconi

Chiedo se posso fotografare lei e la sua casa; fa cenno di sì e mi prende per mano, sposta una tenda e mi mostra il pavimento nudo, fatto di tavole ammuffite, dove dorme con la nipotina di 8 anni, unica superstite della sua famiglia. I pochi abiti piegati in un angolo. Poi inizia a piangere. Sussurra: "Morirò qui. Io si, ma vorrei che mia nipote tornasse ad avere una vita degna". La abbraccio, scendo i ripidi gradini della sua "palafitta" con un gran nodo in gola. Era vero, c'era qualcosa di cui vergognarsi in Chocò. Sulla riva del fiume sua nipote gioca con uno dei miei palloncini.

Chi sono

Sono nata a Lucca nel 1964, dove ancora vivo e lavoro nella tipografia di famiglia. Condivido la vita con mio figlio David di 26 anni.
Sono una fotografa amatoriale che, compatibilmente con gli impegni professionali, ha avuto la fortuna di viaggiare tanto, toccando moltissime parti di mondo. Nel 2003 ho iniziato a viaggiare come volontaria.
La prima esperienza è in Zimbabwe, in un reparto pediatria per bambini terminali di Aids. Imparare a fotografare il dolore con la necessaria dignità che il soggetto merita non è facile, ma è d'obbligo. Da allora mi sono spostata in realtà sempre più complesse tenendo presente, sempre, questo primo insegnamento. Le opere pittoriche realizzate dai senza terra colombiani, insieme al materiale fotografico e testimonianze video, sono a disposizione per chi sia interessato a realizzare una mostra che dia voce a questa gente.
Per informazioni: www.cesvi.org