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Tra il Tigri e l'Eufrate
Franco Pagetti

Da quattro anni Franco Pagetti risiede stabilmente a Baghdad e dal 2004, unico fotoreporter italiano costantemente presente in quel territorio, è corrispondente dall'Iraq per Time Magazine. Reporter di guerra, in uno scenario - secondo la sua testimonianza - "ogni giorno peggiore. I quotidiani rischi di autobombe o altre aggressioni, fanno sì che lavorare, o semplicemente vivere, sia sempre più difficile. La guerra, che all'inizio doveva portare pace, ha creato solo mostri e le persone o emigrano in altri paesi o più spesso scompaiono per sempre". Ora l'Umbria gli rende omaggio. Fino al 26 agosto il Complesso Museale di San Francesco di Montefalco (in provincia di Perugia) ospita "Tra il Tigri e l'Eufrate. Iraq, una guerra senza fine", una mostra a cura di Enrica Viganò, che raccoglie oltre 70 immagini scattate da Franco Pagetti dal 2003 al 2007.

Di seguito riportiamo alcuni estratti dai testi di grandi giornalisti internazionali come Aparisim "Bobby" Ghosh e Tim McGirk (di Time Magazine) e George Pucker (del New Yorker), che affiancano le immagini di Pagetti in esposizione.



© Franco Pagetti

Tim McGirk, capo dell'ufficio del Time a Gerusalemme
Metà del talento di ogni fotogiornalista è l'istinto - come riconoscere una storia prima che si imponga con violenza all'orizzonte. Nel gennaio 2003, tre mesi prima che la coalizione guidata dagli americani lanciasse il suo "scioccante e spaventoso" bombardamento su Baghdad, Franco Pagetti seguiva l'intuizione che, nonostante le false proteste di Bush e Blair, la guerra in Iraq sarebbe stata inevitabile. Aveva ragione. Diversamente dai molti fotogiornalisti che si accalcavano in Kuwait per lavorare a stretto contatto con le truppe, Franco si è immediatamente diretto a Baghdad. Per Franco, la storia ha sempre ruotato intorno agli iracheni, non alla macchina da guerra americana che ribolliva con agitazione tra le sabbie dell'antica Babilonia e che ha ipnotizzato molti altri fotografi.



© Franco Pagetti

Franco era con gli iracheni quando le bombe caddero su Baghdad, quando le truppe americane irruppero e la statua di Saddam fu abbattuta e quando cominciò il saccheggio … Nei primi giorni, dopo la caduta di Saddam, era possibile per un fotogiornalista vagare per le strade di Baghdad e nelle province con un certo grado di sicurezza. Franco ha documentato le vite sconvolte e surreali degli iracheni, liberati dopo 30 anni di tirannia, che ora tentavano di trovare la loro strada in un caos crescente, quello che Rumsfeld definisce "libertà disorganizzata" … Franco e pochi altri fotografi sono rimasti e hanno trovato metodi ingegnosi per lavorare. Hanno viaggiato in auto malridotte per non attirare l'attenzione; hanno scattato rapidamente prima che una folla infuriata si riunisse e informasse qualche jihadi della presenza di uno straniero; e si sono affidati al sesto senso dei loro amici iracheni. Franco è diventato un esperto della segretezza/anonimato, con i riflessi di un cacciatore, sapendo che poteva fare solo uno scatto, forse due o tre, al suo soggetto prima che la situazione diventasse troppo pericolosa … Documentare questa guerra civile è la sfida attuale di Franco. Ma poiché lo scontro tra sciiti e sunniti si sta espandendo, l'unica possibilità per Franco di muoversi nel paese, fotografando la condizione degli iracheni, è di andare a seguito delle truppe americane. "È tragico," dice, "ma questo è l'unico modo che ho per fare fotografie ai comuni iracheni e alla loro sofferenza".



© Franco Pagetti

Aparisim "Bobby" Gosh, capo dell'ufficio del Time a Baghdad
Le immagini di Pagetti dalle linee del fronte presentano una visione autentica della guerra in tutti i suoi aspetti: orrore, tragedia e coraggio. Ma alcuni dei lavori più apprezzati di Pagetti non sono stati realizzati durante il periodo di "integrazione" con i militari americani, ma per le strade delle città dell'Iraq. Andando impavido dove pochi fotoreporter hanno osato spingersi, Pagetti si è mischiato tra gli iracheni e li ha fotografati nelle loro case, nelle loro scuole e uffici, nei loro negozi e moschee. In tal modo ha costruito il più esauriente portfolio sulla vita di una società devastata dalla guerra. Le sue immagini del popolo iracheno sono caratterizzate da una profonda comprensione della loro culturae da una forte empatia per la loro attuale condizione. Dopo la primavera del 2006, allo scatenarsi della guerra civile sunnito-sciita nella capitale irachena, Pagetti è entrato a far parte del ridotto numero di fotoreporter ancora operanti al di fuori del sistema di embed militare. È stato capace di entrare in alcuni dei più pericolosi quartieri di Baghdad, come Sadr City, al tempo in cui nessuno straniero lì era al sicuro.



© Franco Pagetti

George Packer, The New Yorker
Come sopravvivi documentando la guerra in Iraq per quattro anni? Non parlo di sopravvivenza fisica – questa, è abbastanza ovvio, è il risultato di una vaga combinazione di fortuna e senno. Intendo come puoi mantenere un tuo equilibrio emotivo e intellettuale di fronte all'incessante orrore che questa guerra ha prodotto, così da poter essere in grado, anno dopo anno, di tener aperti e saldi la tua mente e il tuo cuore? Come puoi continuare a guardare? Nel lavoro del fotografo italiano Franco Pagetti, che ha trascorso molto più tempo in Iraq di qualsiasi altro giornalista che io conosca, possiamo cercare una risposta … Mentre camminavamo nei dintorni di Kirkuk, - inconsci del fatto che quelli sarebbero stati gli ultimi giorni in cui si poteva camminare liberamente in Iraq, tra gli iracheni - lui affrontava il suo dovere di documentare questa città multietnica, con la sua storia antica e i suoi problemi politici, con un comportamento libero da cerimonie, si potrebbe dire di un uomo che cerca il giusto taglio del prosciutto: totalmente concentrato, sempre un po' insoddisfatto e senza parole.



© Franco Pagetti

Forse, mentre lavorava, c'era qualcosa della ponderatezza del suo essere stato ricercatore scientifico. Ti dimenticavi che lui era là. Anche quando è stato trattenuto per breve tempo dai miliziani curdi, Pagetti in qualche modo si era trasformato in un osservatore inavvertito. Questa abilità gli ha permesso di arrivare così vicino alla vita degli iracheni -come si può vedere dalle sue immagini – fino a donne che fanno acquisti al mercato di Kirkuk o escono dal luogo in cui si vota o si disperano sopra i loro morti. Penso che l'accostarsi alla fotografia negli anni centrali della sua vita abbia permesso a Pagetti di superare il proprio ego molto più di quanto non facciano gli altri fotografi più giovani, fattore che risulta essenziale per la buona riuscita di ogni lavoro. Non ha dovuto quindi imparare a privilegiare il soggetto rispetto allo stile e a se stesso, gli è venuto naturale.



© Franco Pagetti

Chi è
Franco Pagetti nasce a Varese nel 1950. Frequenta la facoltà di chimica a Milano e inizia a lavorare nel laboratorio del professor Chini. Il 1980 è l'anno della svolta: comincia a occuparsi di fotografia prima come assistente di Carla De Benedetti, fotografa di architettura del mondo, poi negli studi di importanti fotografi di moda a New York e Parigi. Dal 1985 al 1992 collabora con Vogue Italia, Elle Italia, Marie Claire, Amica e molte altre testate del gruppo Condè Nast (Uomo Vogue, Vogue Pelle). Dai primi anni ‘90 inizia anche a lavorare nel campo della pubblicità realizzando campagne per importanti società internazionali. Nel 1988 realizza per Marie Claire Italia e l'Europeo il suo primo reportage fotogiornalistico sulle donne torturate dal regime cileno. Nel 1991 segue per il Venerdì di Repubblicai momenti più difficili della crisi che investe l'Irlanda del nord. Da questo momento comincia ad alternare le campagne pubblicitarie ai reportage, fino alla scelta definitiva, nel 1997, di dedicarsi totalmente al reportage. Scelta che lo porta a farsi testimone di eventi drammatici: per incarico del World Food Program è nel sud del Sudan, documenta poi l'attacco di Al Qaeda all'ambasciata americana di Nairobi fino ad approdare in Afghanistan per incarico del Comitato internazionale della Croce Rossa di Ginevra. I viaggi in Afghanistan si alternano a quelli in altre zone di crisi in Africa e in Asia: Sierra Leone, South Africa, Isreale, Palestina, Indonesia, Timor Est, Kashmir e Pakistan. Dal gennaio 2003 è in Iraq, unico fotografo italiano a Baghdad prima e durante i bombardamenti americani, preludio della guerra resa esplicita dall'arrivo in città dell'esercito americano nell'aprile 2003. Dal 2004 è stabile in Iraq, dove trascorre in media otto mesi all'anno, e collabora in esclusiva con il settimanale Time.