[Condi]Visioni


Lorenza Mercuri & Domenico Ianaro



Due fotografi, di professione e/o per passione, due lettori di Sguardi che hanno scritto alla redazione per proporre di condividere i loro racconti, le loro visioni. Un viaggio lontano, nella megalopoli Tōkyō, e uno - anzi due - vicino, nel cuore del Piemonte, tra il castello di Pralormo e la Sacra di San Michele. Scrive, per Sguardi, Lorenza Mercuri: «se si registrasse l’energia cinetica prodotta dall’incessante passaggio umano nelle strade e nella metropolitana di Tōkyō risulterebbe un continuo e mutevole passaggio tra zone di energia e zone spente. Diciamo, di temporanea inattività. Zone che si riscaldano e si raffreddano, si riempiono e si svuotano, una sorta di respiro, di battito, della città. Tōkyō no kodō.


Cosa ci fa la statua della libertà ad Odaiba? Una delle tante attrazioni assieme ai mall tematici le cui scenografie ricreano palazzi del rinascimento italiano. © Lorenza Mercuri



Inizio così il mio racconto delle giornate a Tōkyō. Sarà anche un’attitudine di sguardo, impressionistico e frammentato, ma la presenza di una città-organismo è qualcosa di più che una metafora, in una geografia che intreccia sottosuolo e skydeck, mall e giardini immersi nel silenzio, templi buddhisti e sale di pachinko, e dove il movimento collettivo è così intenso che le automobili quasi non esistono; l'uso del veicolo privato è off-limits, la città si attraversa dal sottosuolo, e per percepirne la verticalizzazione, che ha avuto origine con il boom urbanistico degli anni 70, basta salire su uno dei tanti skydeck che il Governo Metropolitano di Tōkyō ha predisposto per ammirare e fotografare i landmark che compongono l'immagine della città progetto.


Asahi Beer Tower, dorato boccale di birra di 22 piani con la schiuma in cima, opera di Nikken Sekkei, e Asahi Flame, edificio in granito nero levigato sulla cui sommità Philippe Starck ha posato, sospesa, la sua fiamma dorata da 350 tonnellate. Sedi monumentali e operative della birra Asahi lungo il fiume Sumida. Sullo sfondo, la Tokyo Sky Tree, forse il più popolare tra i tanti skydecks cittadini. © Lorenza Mercuri



Restano nelle pieghe a tratti vecchie machiya, risparmiate dalla continua reurbanizzazione della metropoli, casualmente o, come nel caso del Golden Gai, insediato nel centralissimo Kabuki-cho, per strenua volontà degli abitanti. Vecchie case di legno. Lungo TōkyōBay, tatami all’interno, un minuscolo terrazzo dove prima di addormentarmi non posso fare a meno di onigiri, il ventilatore mescola l’agro della soia con l’afa estiva, entra nella mia fisiologia del sonno, facilmente.


Questa è una vecchia machiya lungo i canali di Tsukishima. Le Machiya sono case di legno degli anni Venti e Trenta, costruite dopo il Grande Terremoto del Kanto, che distrusse Tokyo nel 1923, e in parte risparmiate dai bombardamenti del marzo 1945. Rappresentano un patrimonio culturale che i giapponesi negli ultimi anni iniziano a riconoscere in quanto tale. © Lorenza Mercuri



Quando esco di casa la mattina la prima cosa che vedo al fondo della mia via tra le due file di minuscole e un po’ fiabesche case di legno... boom: cinquanta piani di grattacielo, uno dei tanti residenziali di Tsukishima. Tōkyō è un conglomerato di 36 milioni di abitanti, una città riplasmata continuamente, e necessariamente, perché la natura sismica del territorio rende obsoleta e “a rischio” una casa costruita magari quaranta anni prima.


Bon-odori è la danza in memoria dei defunti; una danza popolare, con gesti stilizzati che ricordano il lavoro contadino, molto semplici e facilmente imitabili. Una delle più partecipate è a Hibiya Park Marunouchi: gruppi di donne anziane, residenti, impiegati usciti dal lavoro, turisti, tutti insieme danzano intorno alla fontana al centro del parco. In queste occasioni di festa le famiglie di Tokyo fanno picnic notturni nei parchi. © Lorenza Mercuri



Percorrendo la città mi domando se i meccanismi di contaminazione che sono propri di tutte le metropoli, in definitiva, mi attraggono per il semplice fatto di rassicurarmi, circa la possibilità di una commistione, di spostamenti e trasformazioni, che i singoli individui avrebbero proprio in virtù di una coscienza collettiva spontanea e di un continuo scambio legato ai consumi, alla cultura materiale; un dinamismo contraddittorio e vitale che sentiamo “garantito” in una metropoli. Al di là di questa suggestione a me familiare, a Tōkyō c'è qualcosa di più: un'insolita, stratificata e profonda contaminazione, che caratterizza tutta la cultura giapponese, l'arte e l'estetica della vita quotidiana.


Tsukiji workers. Tsukiji Market è un involontario fenomeno turistico: i turisti si mettono in coda dalle tre del mattino per fotografare l’asta dei tonni



Faccio mia la spiegazione che ho trovato in un'opera molto bella, scritta da David e Michiko Young, Spontaneity in Japanese Art and Culture: “Il Giappone non è l'unico ad avere un ritmo ‘estetico’, caratterizzato dal movimento avanti e indietro, tra sobrietà ed esuberanza estetica. Questo tipo di contrasto indubbiamente si riscontra in tutte le culture. Il Giappone è un affascinante caso di studio, tuttavia, perché entrambe le tradizioni, sobria ed esuberante, hanno una storia lunga e ricca. Alcuni elementi di entrambe queste tradizioni hanno derivazioni indigene, mentre altri sono stati importati dall’estero. I giapponesi sono riusciti a integrare entrambe le tendenze, senza cercare di integrarle in un tutto omogeneo. Piuttosto, i giapponesi sembrano trarre piacere in questa dualità”.


Shibuya crossing è un luogo iconico dove il respiro di Tokyo acquista evidenza fotografica. © Lorenza Mercuri



Per questo reportage ho utilizzato un corpo macchina D800E con ottiche da viaggio, ovvero tali da "non appesantire la falcata", un 20mm 2.8 e un 50mm 1.4. Quest'ultimo lo considero un fuoristrada con cui poter arrivare ovunque in un reportage di viaggio. Oltre che per leggerezza e luminosità, considero queste ottiche amabili per il reportage perché le percepisco come più intime e sobrie rispetto alla "maestosità" di uno zoom. Riservo le ottiche zoom alla fotografia di eventi. Considero la D800E superlativa alle alte sensibilità. Ho portato con me anche un’ormai vecchia Ricoh GR digital, che uso "in emergenza". E un GorillaPod, rivelatosi utile e divertente per fotografare sugli skydeck, in quanto i pochi open air sono anche molto ventosi ed è stato un pratico aiuto improvvisando dei punti di aggancio, sia pur precario, per la ripresa», conclude Lorenza Mercuri.


Alcuni ristoranti e tavole calde sono minuscole, tanto che si mangia in piedi, magari due o tre alla volta! Il cibo della pausa pranzo non è sushi ma ramen e soba. © Lorenza Mercuri



Dal Giappone all'Italia. Racconta, a Sguardi, Domenico Ianaro: «il Castello di Pralormo si trova nel cuore del Piemonte e per chi abita a Torino o in provincia è oggi un luogo in cui fare una bella passeggiata nelle giornate di primavera, godersi i giardini fioriti pieni di tulipani e ammirare le campagne della zona. L’origine del castello risale al XIII secolo, quando era una fortezza a pianta quadrata per la difesa del territorio. I fondatori furono i Signori di Anterisio, poi la residenza passò alla famiglia dei Biandrate e successivamente dei Roero che da fortezza lo trasformarono in una dimora elegante e prestigiosa. Nel 1680 giunse da Barcellonette Giacomo Beraudo, capostipite della famiglia oggi proprietaria, quella dei Conti Beraudo di Pralormo. I suoi eredi amarono molto questa residenza, tanto che nel XIX secolo fu chiamato anche il famoso architetto paesaggista tedesco Xavier Kurten, che allora stava lavorando al Castello Reale di Racconigi, per creare il parco all'interno del castello. Kurten fu artefice dei più importanti parchi delle residenze sabaude e delle dimore di nobili aristocratici piemontesi introducendo lo stile del “giardino romantico all'inglese”.


Castello di Pralormo © Domenico Ianaro



Durante tutto l’anno vivono nel castello gli attuali discendenti e proprietari: il conte Filippo Beraudo di Pralormo con la figlia e la moglie Consolata, la quale è stata ideatrice e realizzatrice di numerose iniziative volte alla tutela e alla conservazione del patrimonio artistico e storico della famiglia nonché del Piemonte. Fu così che a seguito di un viaggio in Olanda compiuto nel 1999, Consolata di Pralormo pensò di valorizzare il parco della residenza di famiglia sviluppando un grande evento dedicato al tulipano. A partire dal 2000, ogni anno ad aprile, il parco del castello medievale di Pralormo ospita l’evento Messer Tulipano con la spettacolare fioritura di oltre 75.000 tulipani e narcisi che annunciano così la primavera: ogni edizione di questo evento botanico ospita un nuovo piantamento sempre rinnovato nelle varietà e nei colori ed attira ogni anno decine di migliaia di turisti.


Sacra di San Michele © Domenico Ianaro



Mi sono recato all’evento con la mia Nikon D610 e l’intenzione di raccontare in maniera creativa i colori e la fioritura dei tulipani: l’aiuto di un prisma mi ha permesso di catturare questi splendidi fiori con effetti di luce, creando in fase di composizione un mondo di riflessi, arcobaleni ed effetti molto dinamici e allo stesso tempo spontanei. L’idea è stata il frutto della voglia di sperimentare e guardare un evento che avevo ammirato già in passato con occhi diversi, seguendo lo spirito di “Sguardi”. Ho utilizzato principalmente l’obiettivo Nikon 70-200 vr 2.8, spesso alle maggiori aperture di diaframma per sfruttare il sorprendente effetto bokeh e lo sfocato che questa lente è in grado di offrire. La focale del teleobiettivo mi ha permesso inoltre di ridurre la profondità di campo e di far sembrare i fiori più vicini tra loro, mettendone a fuoco una piccola porzione.


Castello di Pralormo © Domenico Ianaro



Da un angolo di Olanda in Piemonte a uno dei luoghi in cui adoro recarmi, per me che prediligo la fotografia di paesaggio, sia per scattare qualche foto sia per staccare dalla frenetica vita di città: laSacra di San Michele, un’abbazia di epoca romanica, la cui edificazione risale tra la fine del X e l’inizio dell’XI secolo, arroccata sulla sommità del monte Pirchiriano all’imbocco della Val di Susa.La Sacra è una tra le più importanti architetture religiose del territorio alpino piemontese, e sicuramente uno dei luoghi più suggestivi della regione, riconosciuta con legge regionale Monumento simbolo del Piemonte per la sua eccezionale collocazione e visibilità.


Sacra di San Michele © Domenico Ianaro



Partendo dal paese di Avigliana si sale in macchina verso la Sacra, lungo una strada immersa tra boschi e curve. Occorrono circa una decina di minuti per raggiungere il monastero che è a un’altitudine di circa 960 s.l.m. Non molto distante dal piazzale dalla Sacra parte un piccolo sentiero che attraverso una piacevole passeggiata conduce in pochi minuti in cima a un belvedere che offre una visione quasi a 360°: da qui, infatti, è possibile ammirare la figura del monastero con la sua posizione a strapiombo e tutta la vallata sottostante in cui si possono notare in particolare i due laghi di Avigliana (il Lago Piccolo e il Lago Grande) oltre che le rovine dell’antico castello subito sopra il paese di Avigliana.


Sacra di San Michele © Domenico Ianaro



Cerco quasi sempre di arrivare sul posto al mattino presto prima dell’alba, per ammirare il sorgere del sole che con i suoi primi raggi regala una luce straordinaria su tutta la Val di Susa ma anche per fare un sopralluogo e cercare punti di vista e i particolari nuovi che catturano la mia attenzione. La levataccia viene spesso premiata: ogni volta lo scenario cambia, si passa da mattinate ventose con cieli sereni a panorami ricchi di nuvole, fino a giornate in cui il monte è circondato da una fitta nebbia che avvolge la valle e pian piano si allontana scoprendo il paesaggio. Ma capita anche di tornare a casa senza aver fatto uno scatto o almeno senza quello che si aveva in mente, per via delle condizioni meteo che cambiano rapidamente o della foschia che tarda a diradarsi: è uno degli aspetti che bisogna mettere in conto per chi ama la fotografia di paesaggio! Le foto qui presentate sono realizzate con Nikon D610 abbinata a un obiettivo grandangolare, il Nikon 17-35 2.8, e a un medio tele, il Nikon 70-200 2.8 oltre al cavalletto».


Sacra di San Michele © Domenico Ianaro

Chi sono



Lorenza Mercuri. Sono nata e vivo a Milano. La mia formazione fotografica è preceduta da un’esperienza nel campo della ricerca drammaturgica, mentre l’attenzione per il linguaggio fotografico matura lavorando presso l’Agenzia Contrasto, che è stata per me un importante osservatorio sui progetti e gli stili fotogiornalistici dei fotografi di Magnum Photos (distribuita in Italia da Contrasto). Proseguo la mia esperienza dedicandomi alla fotografia di scena, per poi orientarmi verso la fotografia commerciale e di eventi.
Per saperne di più:
www.photoshootmi.com




Domenico Ianaro. Sono nato nel 1980 e vivo nella provincia di Torino; da alcuni anni mi sono avvicinato da amatore al mondo della fotografia, spinto dalla voglia di migliorarmi e di trasmettere questa mia passione; di recente ho creato un sito personale in cui raccogliere i miei scatti.
Per saperne di più:
www.domenicoianaro.it