Inviati

A cura di:

Condominio multietnico
Carlo Gianferro


© Carlo Gianferro

Apro il portone del palazzo dove abito. Entro. Mi avvio ma con l'orecchio aspetto di sentire il tonfo del portone che si chiude alle mie spalle. Bisogna sempre chiudere il portone, pena la collera di condomini intransigenti che "dato i tempi" e "l'abbondanza di facce straniere inquietanti" l'hanno imposta come regola Numero Uno. Da rispettare religiosamente. Mi volto e vedo una mano che blocca, all'ultimo istante, la porta. Una mano, scura, nera. Nell'androne compare la figura del mio vicino di casa. Africano. Un vero nigeriano doc. Figli e bella moglie compresi. È una delle famiglie extracomunitarie che vivono nel condominio. Mi saluta e gli rispondo con un sorriso. Ci incamminiamo verso le scale. Saliamo senza dire una parola. Al primo pianerottolo si ferma e suona il campanello della sua abitazione. Lo sorpasso e ci scambiamo nuovamente un breve cenno di saluto. Continuo a salire e nella mia testa si affollano una serie di interrogativi su di lui, sul suo paese, sulle sue tradizioni, sulla sua famiglia. Non lo conosco bene come, del resto, non conosco la maggior parte dei condomini dello stabile. Siano essi italiani o stranieri. L'usuale modo di convivenza tra sconosciuti che si riscontra nelle grandi città nelle quali persiste una pigra volontà di approfondire la conoscenza di coloro che ti vivono vicino.



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Mi rendo conto che non ho stimolato la mia curiosità sul modo di vivere dei "nuovi Italiani" presenti nel nostro paese. Siamo, ormai, abituati a condividere il nostro tempo e il nostro spazio con persone che arrivano da ogni parte del mondo. Non ci sorprendono più i vari colori e sfumature della pelle delle persone che incontriamo ogni giorno camminando nelle nostre città. Abbiamo perso ogni curiosità nell'approfondire e conoscere queste culture importate. Voglio conoscere il mio vicino africano. Voglio raccontare la sua storia quotidiana. Voglio capire come e quanto lui e la sua famiglia si sono integrati con la nostra cultura occidentale. Voglio essere curioso e impertinente. Voglio un amico nuovo. Un amico che è venuto da lontano. Torno indietro e scendo le scale di corsa. Sono davanti all'ingresso del suo appartamento. Suono il campanello. Mi viene ad aprire. Ci guardiamo e ci sorridiamo. Il nostro saluto è cambiato. È più intenso e quasi familiare. Non mi chiede nulla e mi fa entrare in casa. La casa è pervasa da un gradevole e forte odore di cibo. Cibo africano. Mi invita a cena. Davanti ad un buon piatto la nostra conoscenza si amplia e si consolida. Diventiamo, siamo, amici.



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Con le fotografie che ho scattato in questi due mesi ho voluto raccontare la quotidianità e la storia di Caius e Agatha. Nigeriani arrivati in Italia circa venti anni fa. Una storia che inizia con una fotografia appesa su una parete della loro casa. Una storia che si intreccia con altre storie. E che moltiplica gli incontri e le conoscenze.
Un pranzo, con amici eccellenti della comunità africana dove il cibo viene benedetto da un alto prelato papale. Una storia culinaria e conviviale che diventa un reportage. Una giornata nel negozio di parrucchiera di Agatha dove raccolgo la quotidianità dei clienti e dei lavoranti fatta di bellezza e di serenità. Scatti che diventano piccoli reportages.


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Altri racconti fotografici si intrecciano guardando i manifesti elettorali appesi dentro i negozi dei miei amici. Loro partecipano e caldeggiano per i loro candidati alle storiche elezioni del "Candidato aggiunto extracomunitario" per il Comune di Roma e mi trascinano ai loro comizi elettorali. Le parole e le orazioni diventano ancora reportages. Le immagini politiche si amplificano e mi trasportano alla grande manifestazione Italia-Africa. In quel contesto ho cercato di raccontare e trasformare in ogni singola foto le piccole storie di persone estremamente ordinarie che diventano uniche negli attimi mentre si salutano, filmano, contestano allegramente o guardano e parlano. Altri piccoli racconti dentro un unico reportage. Le stesse emozioni che ho cercato di registrare durante il matrimonio di amici di Agatha e Caius. Incontri con persone allegre e ispirate che partecipano alla conclusione nuziale di un grande atto d'amore portando tutta la loro Africa dell'abbigliamento, nella gioia e nella profonda spiritualità. Un altro reportage. E tutte queste storie fatte di espressioni, sguardi, sorrisi, ho cercato di coglierle ed impressionale nella carta satinata delle fotografie. Da una semplice stretta di mano e un sorriso di un vicino di casa ho incontrato un mondo africano ricco di semplice cordialità.



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Chi sono
Da appassionato viaggiatore, durante i miei spostamenti ho fotografato volti, persone, natura e le diverse realtà sociali incontrate, accrescendo così la mia sensibilità e professionalità.
Appassionato di fotografia di reportage e di architettura, ho seguito numerosi corsi di fotografia e collaborato, al termine degli studi, alle iniziative delle scuole.
Presso la Graffiti Press di Roma ho seguito un corso di reportage.
Ho partecipato a vari concorsi italiani ed internazionali.
Nel 2003, dopo anni di lavoro presso società di informatica, ho deciso di trasformare professionalmente la mia passione per la fotografia.
Nel Dicembre 2003 ho collaborato alla realizzazione di un libro sull'architettura dell'Est Europa.
Nel Gennaio 2004 ho partecipato al concorso internazionale Lange-Taylor assieme alla scrittrice Renata Calzi presentando un reportage sugli zingari della Repubblica di Moldova e Romania.
Nel giugno 2004 ho esposto a Foiano Fotografia "Condominio Multietnico".

carlogianferro@yahoo.it
 

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