Africa 2

A cura di:

Fotogiornalismo dal viaggio alla guerra
Alessandro Gandolfi

Un giorno di fine febbraio è successo che il mio amico mi ha convinto a partire, io ho convinto lui e ci siamo ritrovati insieme all'aeroporto del Cairo, a smistare tassisti finché non è arrivato quello giusto. Faccia pulita, auto in buono stato, ottimo prezzo fino al confine, poi erano cavoli nostri. La Libia è iniziata così e alla fine è durata cinque settimane. Bengasi, Ajdabyia, Brega, Ajdabyia, Bengasi e poi Ajdabyia, Ras Lanuf, Brega, Ajdabyia, Bengasi, ecc.


© Alessandro Gandolfi

Bengasi, piazza Mahkama.
Libici sventolano un'enorme bandiera della Libia monarchica, diventata un simbolo della rivolta
© Alessandro Gandolfi

Dopo quaranta giorni rimangono nella mente immagini alla rinfusa, se ne escono random come in un blob televisivo: l'hotel Al Fadeel e la suite di Berlusconi, l'hotel Uzu che è meglio e si spende meno, il media center al tribunale nord, la piazza sempre piena di gente urlante e le donne con le foto dei loro uomini uccisi, i colleghi con i portatili in perenne cerca di prese della luce, le chiacchiere al ristorante turco che ha la macchina del caffè sempre rotta e offre solo Nescafé, i ribelli che sparano in aria dietro di te e ti spaccano i timpani, le bombe che scoppiano al fronte e via che si scappa indietro. Scappano tutti, i ribelli, i fotografi dalla barba lunga, il giornalista della CNN con i capelli bianchi e anche quell'altra che con l'elmetto e il corpetto antiproiettile sempre addosso se ne stava comunque sempre chiusa in macchina.


© Alessandro Gandolfi

Bengasi, piazza Mahkama.
Una manifestazione al femminile contro Gheddafi in piazza Mahkama
© Alessandro Gandolfi

È successo che mi ero perso la Tunisia e l'Egitto ma non potevo perdermi la Libia. C'ero stato due mesi prima in Libia, quando ancora Tripoli era serena e Gheddafi ospitava i grandi della terra. Però a dicembre per un pelo non ero andato in Cirenaica e così arrivarci ora, in piena rivolta, mi sembrava di chiudere un cerchio. A fine febbraio sono partito per la Libia senza un accordo con alcun giornale, senza un assignment come si dice in gergo. Volevo raccontare storie legate alla guerra ma standomene in disparte, osservando da altri punti di vista, narrare con immagini altre facce di quella realtà.


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Misurata, operazione chirurgica su un ferito da granata all'Hekma Private Clinic
© Alessandro Gandolfi

Dopo due giorni la mia agenzia fotografica (Parallelozero) mi ha scritto che la testata tedesca Die Zeit era interessata ad avere un fotografo in Libia. Il giornalista scrivente era già a Bengasi, ci siamo incontrati al bar dell'Uzu Hotel, abbiamo discusso di idee e iniziato a lavorare insieme. Anche se a vederlo sembra un quotidiano, si sfoglia come un quotidiano e ha la stessa carta di un quotidiano, Die Zeit in realtà è un settimanale ed è ovviamente interessato a raccontare storie inedite, originali, di media durata. Insomma, quello che volevo fare io. Senza l'assillo della quotidianità, dell'appuntamento fisso con l'invio serale, dello stress per la mancanza di internet che a Bengasi in quei giorni andava e veniva.


© Alessandro Gandolfi

Bengasi, piazza Mahkama. Una manifestazione al femminile contro Gheddafi in piazza Mahkama
© Alessandro Gandolfi

Certo, abbiamo ascoltato decine di voci, percorso migliaia di chilometri, affrontato tematiche specifiche e risolto problemi di giornata. Ma alla fine per cinque settimane mi sono accorto di avere sempre e solo cercato di immortalare la quotidianità. I gesti, gli sguardi, le abitudini di un popolo stanco del regime al quale - almeno qui - non si era mai assuefatto. Ho fermato le proteste in Mahkama Square, gli aiuti medici in arrivo dall'Egitto, la fuga degli stranieri, i combattimenti al fronte. Ma ho fotografato soprattutto la vita che scorre parallela agli avvenimenti rilevanti: un massaggio all'hamam, una partita a calcio, una siesta dopo la battaglia, un abbraccio fra giovani ribelli, la stanchezza di un dottore, le lacrime a un funerale, la preghiera sulla barca diretta a Misurata. Perché spesso, quando posso, non cerco la notizia ma amo aspettare e scavare. Le foto mi vengono meglio così.


© Alessandro Gandolfi

Brega, ribelli al fronte in attesa di un attacco
© Alessandro Gandolfi

Professione Reporter - Speciale Libia: raccontare la prima linea,
con Alessandro Gandolfi e Pietro Suber

La Libia è al centro delle cronache estere dal febbraio 2011, quando il paese viene contagiato dall'onda di protesta partita in Tunisia e proseguita in Egitto. Corrispondenti, inviati e fotoreporter provenienti da tutto il mondo muovono verso Bengasi, capitale dei
ribelli anti Gheddafi, per seguire da vicino una rivolta che muta ben presto in vera e propria guerra. Alessandro Gandolfi, per cinque settimane fotografo on assignment a Bengasi per il giornale tedesco Die Zeit, e Pietro Suber, volto noto del giornalismo televisivo italiano, inviato in Libia per conto di TG5 e Matrix, sono i docenti di questo workshop. Due giorni durante i quali, oltre ad affrontare in maniera esauriente l'aspetto generale della nascita, della realizzazione e della pubblicazione di un reportage fotografico, si entrerà nello specifico del lavoro svolto in Libia dai due inviati. Come si pianifica e si realizza un reportage fotogiornalistico in un teatro di guerra? Come vi opera una troupe televisiva? Fotogiornalismo e giornalismo televisivo collaborano da decenni alla copertura visiva delle notizie, ma quali sono le differenze fra i due tipi di comunicazione? E quale il ruolo dei social network come Twitter e Facebook?
Prossimo appuntamento a Milano il 4/5 giugno. Workshop adatto a fotografi con esperienza. Costo 300 euro. Per prenotazioni scrivere a: workshop@parallelozero.com