Maestri

A cura di:

A tu per tu con i grandi fotografi
Manuela De Leonardis

Un titolo azzeccato, un libro riuscito, la fotografia dall'interno, cercando di cogliere sfumature psicologiche, qualche scintilla che scatta. A tu per tu con i grandi fotografi è la raccolta di interviste a venticinque grandi maestri internazionali della fotografia che Manuela De Leonardis ha pubblicato su varie testate - in particolare su Il Manifesto, Alias, Art a part of Cult(ure), www.artapartofculture.net - tra il 2004 e il 2010: Gabriele Basilico, Letizia Battaglia, Sandro Becchetti, René Burri, Francesco Cito, Marco Delogu, Mitch Epstein, Elliott Erwitt, Lalla Essayidi, Franco Fontana, Alberto García-Alix, Flor Garduño, Caio Mario Garrubba, Eikoh Hosoe, Pieter Hugo, Mimmo Jodice, Rinko Kawauchi, Laura Letinsky, Sarah Moon, Daido Moriyama, Yossef Nabil, Lou Reed, Ferdinando Scianna, Malick Sidibé, Massimo Vitali.

Mimmo Jodice a Palazzo delle Esposizioni, Roma 2010 (foto Manuela De Leonardis)
Mimmo Jodice a Palazzo delle Esposizioni,
Roma 2010 (foto Manuela De Leonardis)
Ferdinando Scianna a Lucca LDPF 2009 (foto Manuela De Leonardis)
Ferdinando Scianna a Lucca LDPF 2009
(foto Manuela De Leonardis)

Tranne la formula indiretta usata per Lou Reed - celebrato musicista dei nostri tempi, ma anche valido interprete del mezzo fotografico - incontrato da Manuela De Leonardis a Roma nel 2006 in una riservatissima conferenza stampa a Palazzo Santacroce, tutte le altre conversazioni sono frutto di incontri vis-à-vis. Scambi di sguardi tra la giornalista e i suoi interlocutori nell'intimità dello studio o dell'abitazione, o più spesso davanti alle opere, negli spazi espositivi allestiti in occasione di mostre e festival di fotografia a Roma, Tokyo, Parigi, Milano, Lucca, Reggio Emilia e Savignano. Ogni incontro è una storia a sé.

Di seguito, riportiamo alcuni estratti delle interviste-conversazioni con Letizia Battaglia (al Lucca Digital Photo Fest, nel novembre 2010), Sandro Becchetti (nella sua casa di Bracciano, nel marzo 2005), René Burri (a Milano, a Palazzo dell'Arengario durante l'allestimento della sua antologica, nel gennaio 2005), Flor Garduño (al Museo di Roma in Trastevere, in occasione della sua prima personale romana, nell'ottobre 2006), Daido Moriyama (nel suo ufficio a Tokyo, giugno 2010). I testi e le foto sono dell'autrice. Il volume A tu per tu con i grandi fotografi è pubblicato da Postcart, pp. 168, b/n, euro 12,50.

Letizia Battaglia
estratto dell'intervista pubblicata su www.artapartofculture.net nel 2011

Fotografare è un dovere per te. Un metterti alla prova nello sfidare quotidianamente dolore, morte, ingiustizia, omertà… Sei riuscita a scattare in situazioni difficilissime, ma c'è stata una volta in cui ti sei rifiutata di fotografare la scena del delitto. Era il 29 luglio 1983, quando fu assassinato il giudice Rocco Chinnici.
Quella fu la prima volta che non me la sentii. Lui era uno di quei giudici amabili che, a differenza di altri, non era servo del potere. Mi aveva stupito il suo rapporto con i ragazzi nelle scuole: spiegava con molta cautela e delicatezza cosa fosse la mafia e quale fosse il suo lavoro. Per cui, quando una mattina - credo che fossero le otto meno qualcosa - chiamarono dal giornale dicendo di correre, perché forse (il collegamento con la polizia avveniva in modo illegale, per cui sapevamo tutto, ma certe volte non i nomi) il giudice Chinnici era stato ucciso, insieme ad altre tre o quattro persone, dissi che non lo volevo vedere morto. Sì, fu la prima volta che, in qualche modo, tradii il lavoro. Certo, sapevo comunque che ci sarebbe andato Franco o mio fratello Ernesto o gli altri fotografi. Non volli fotografare. Successivamente non avrei fotografo neanche Falcone e Borsellino, pur essendomi recata sul posto. Oggi, a settantacinque anni e mezzo, me ne pento. Era meglio se avessi fotografato, collaborando a testimoniare su quelle vicende.

Letizia Battaglia a Lucca 2010 (foto Manuela De Leonardis)
Letizia Battaglia a Lucca 2010 (foto Manuela De Leonardis)

 

Sandro Becchetti
estratto dell'intervista pubblicata su Il Manifesto nel 2005

Ti è sempre piaciuto fotografare le mani…

Si, ho fotografato spesso le mani. Ad esempio ho fotografato le mani di Pasolini e quelle di Richter, il pianista, come pure le mani dei contadini. Le mani del pensiero e le mani della fatica sono la stessa cosa, solo che le mani del pensiero non hanno confini, mentre quelle della fatica hanno dei limiti strettissimi. Le mani hanno avuto sempre un significato profondamente simbolico. Una mano aperta può esprimere maledizione, il pugno chiuso rabbia. Le mani non si possono truccare, sono veramente l'espressione della condizione umana. Il discorso delle mani, in fondo, è quello dell'uovo e della gallina. Sono le mani, le azioni degli uomini, che creano il pensiero, la moralità o è il pensiero che determina l'azione? Mi viene in mente, a questo proposito, la pratica dei Tefillin che gli ebrei mettono durante la prima preghiera del mattino. I Tefillin sono due corde che si intrecciano, prendendo le dita, e vanno su per il braccio sinistro per finire in un dado di pelle che sta sulla fronte, il cui interno contiene un passo biblico.

Sandro Becchetti e Lenin, Lugnano in Teverina 2009 (foto Manuela De Leonardis)
Sandro Becchetti e Lenin, Lugnano in Teverina 2009 (foto Manuela De Leonardis)

 

René Burri
estratto dell'intervista pubblicata su Acta Photographica nel 2005

In che modo il tuo ambiente familiare e culturale ha influito sulla tua formazione?

Vengo da una famiglia semplice, povera. Dopo la guerra sono cambiate molte cose, ma prima la Svizzera era molto isolata. Da bambino vivevo nella casa in campagna vicino Berna, circondato da radici, maiali, cavalli, polli, tante mosche. Il contatto con la terra, con la natura, è stato sicuramente fondamentale per la mia formazione. Quanto alla mia famiglia, le due componenti più importanti sono state l'energia di mia madre e la creatività di mio padre, che faceva il cuoco. Sembra strano, ma in un paese come la Svizzera - dove si mangiano soprattutto patate - mio padre portava a casa i gamberi e altre prelibatezze. Mentre mia sorella storceva il naso, io assaggiavo quei cibi, sollecitato anche da mia madre che mi diceva: "René, devi avere la curiosità di assaggiare quello che non hai mai mangiato". Non è solo una questione di gusto, ma proprio di curiosità. In fondo, nel mestiere del fotografo a muovere tutto è proprio la curiosità.

René Burri mix con autografo, 2010 (foto Manuela De Leonardis)
René Burri mix con autografo, 2010 (foto Manuela De Leonardis)

 

Flor Garduño
estratto dell'intervista pubblicata su Il Manifesto nel 2006

Nel ‘79 é stata assistente di Manuel Álvarez Bravo. E' stato allora che ha deciso che la fotografia sarebbe stata il suo mestiere?
Di Don Manuel sono stata assistente per un anno, ma chi mi ha veramente trasmesso l'amore per la fotografia è stata Kati Horna, la mia insegnante alla Antigua Accademia de San Carlos, che ho frequentato tra il ‘76 e il ‘78. Kati era una fotografa di origine ungherese, rifugiata in Messico. Più che fare un corso tecnico di fotografia ci parlava della vita. La sua era decisamente incredibile: era stata fotoreporter e amica di personaggi come Robert Capa, Marx Ernst, László Moholy-Nagy, Herman Weir, Leonora Carrington... Insomma io, che non avevo neanche vent'anni, ascoltavo con entusiasmo tutti i suoi racconti. Malgrado non avesse grandi capacità tecniche, aveva un occhio magico, un mondo interiore fatto di emozioni e sogni. Aveva anche un grado di onestà, verso se stessa e la vita, che era unico. È stato allora che mi sono detta che avrei voluto fare la fotografa. Con Don Manuel, invece, mi si è aperto un altro mondo. Ho imparato tanto, non solo sulla fotografia, ma anche sulla pittura, sulla musica - dal rock alla musica classica - insomma il suo è stato un insegnamento sul quotidiano. Da lui ho appreso anche la responsabilità verso questo mestiere. Lui era molto metodico e altrettanto critico, ma dedicava corpo e anima al lavoro. La costanza nel raggiungere lo scopo, anche questo mi ha insegnato.

Flor Garduño mix, 2010 (foto Manuela De Leonardis)
Flor Garduño mix, 2010 (foto Manuela De Leonardis)

 

Daido Moriyama
estratto dell'intervista pubblicata su Alias/Il Manifesto nel 2010

Le sue immagini sono sempre attraversate da un senso di movimento, una visione disordinata che è anche psicologica. Apparizioni fugaci che sono la voce di un'inarrestabile irrequietezza. L'atto del fotografare – l'inquadratura, poi lo scatto – sono anche un modo personale per mettere ordine?
No, non è un modo per mettere ordine. Le mie fotografie non raccontano una storia, immortalo degli attimi, delle piccole cose all'interno del tutto. Quello che mi interessa è mostrare quel piccolo frammento. È per questo che nelle mie immagini c'è sempre un senso di movimento e disordine. Scatto diecimila foto e poi le pubblico in un libro, così senza un ordine. Mi darebbe fastidio l'idea che ci fosse una sorta di percorso didascalico. Le fotografie sono messe a caso, ma sono tutte sullo stesso piano: ognuna ha lo stesso valore. Non c'è quella che rappresenta il momento culmine, oppure la fase di transizione tra un tema e l'altro. Sono tutti frammenti uguali di una stessa realtà.

Daido Moriyama all'ex Ospedale S. Spirito, Modena 2010 (foto Manuela De Leonardis)
Daido Moriyama all'ex Ospedale S. Spirito, Modena 2010 (foto Manuela De Leonardis)

 

Chi è
Manuela De Leonardis è nata a Roma nel 1966, dove vive. Laureata in Storia dell'Arte Moderna, dal 1997 al 2004 collabora con la Fototeca Nazionale/ICCD di Roma, occupandosi di ricerca, catalogazione e schedatura di fondi fotografici storici. Giornalista freelance è iscritta all'Ordine dei Giornalisti dal 1993. Attualmente scrive di arti visive per Il Manifesto/AliasExibart, Art a part of Cult(ure)Andy Magazine. Nel 2007 inizia l'attività di curatela con la mostra L'Italia rurale degli anni Sessanta: Sardegna, Basilicata, Calabria nelle fotografie di Mario Carbone, in collaborazione con l'Istituto Italiano di Cultura di Lille, a cui fanno seguito altre tra cui: Piccole storie su Roma, Tempio di Adriano, VI edizione di FotoGrafia – Festival Internazionale di Roma (2007); Kakushiaji. Il gusto nascosto. Fotografie di Reiko Hiramatsu (insieme a Nicoletta Zanella) - FotoGrafia 2008 - Roma, Galleria Navona 42 (presentata anche nel circuito off di Fotografia Europea 2010, Reggio Emilia); Ma la morte mai. Fotografie di Alessandro Martinelli (insieme a Nicoletta Zanella) - FotoGrafia 2008 - Roma, Biblioteca Angelica. Invitata per le letture portfolio al SI FEST - Savignano Immagini Festival 2008 e al LDPF - Lucca Digital Photo Fest 2010 (nell'ambito del quale fa parte della giuria del Premio Del Carlo) è stato membro della giuria internazionale di arti visive del Fine Arts Festival di Muscat (Oman) 2010.