Inviati (sott'acqua)

A cura di:

Indonesia, creature da (a)mare
Vittoria Amati

Qualche giorno dopo la mostra una ragazza di 14 anni mi chiese: «vorrei fare delle foto belle come le tue posso comprarmi una macchina fotografica subacquea con 150 euro?» Di tutte le domande che potevano mettermi in imbarazzo questa forse è quella che mi ha lasciato francamente senza risposta. Vorrei dirle di si per non diminuire il suo entusiasmo, cerco di spiegarle qualcosa sul rapporto costo, qualità, risoluzione ma dopo avere annaspato in mille contraddizioni e omissioni devo arrendermi all'idea che fare foto subacquee non è cosa per una ragazza così giovane. Non perché ragazzi giovani non possano fare foto bellissime, le categorie junior di molto concorsi di fotografia naturalistica premiano foto straordinarie, ma solo perché la fotografia subacquea raduna in una sola disciplina molti mestieri difficili che si riescono a coordinare solo più avanti, quando si arriva ad una certa esperienza.

© Vittoria Amati
© Vittoria Amati - Red Soft Coral and Brittlestar

I grandi nomi della fotografia subacquea sanno perfettamente del grande vantaggio che hanno guadagnato sul terreno internazionale povero di concorrenti per queste ragioni. Avere acquaticità per manovrare chili di attrezzatura sott'acqua esposti alle correnti, sapere cosa cercare e dove mantenendo il controllo, non è da tutti. E questa è soltanto la base. Gli optional sono una laurea in biologia marina, una rivista sulla quale pubblicare le foto come fa ad esempio David Doubilet per National Geographic o Michael Aw per Ocean Geographic e risorse per potersi attrezzare con un equipaggiamento subacqueo e fotografico sofisticato e costoso. La mia storia riflette molto questi handicap. Ho cominciato a fare foto professionalmente sui vent'anni e la prima rivista per la quale ho lavorato è stata, ironicamente, Il Subacqueo. Per una ragazza giovane entrare nel mondo dell'editoria era impossibile, nessuno ti offriva la prima occasione ma sfruttando la mia capacità di immergermi con le bombole ottenni un posto come inviata per documentare gli itinerari subacquei italiani. Non scattavo foto sott'acqua perché non ne ero capace e infatti nei servizi apparivano solo gli esterni. Perché non potevo imparare? Perché era maledettamente difficile coordinare il tutto.

© Vittoria Amati
© Vittoria Amati - Trapezia rufopunctata

Dalla frequentazione con l'editoria subacquea nacque l'amicizia con Stefano Navarrini, giornalista e fotografo subacqueo per Mondo Sommerso. Lo accompagnai come modella nel 1984 alle Seychelles per una gara internazionale di fotografia. Arrivammo secondi dopo Kurt Amsler, un fotografo svizzero, che all'epoca era considerato il genio della fotografia subacquea. Quello che vidi in quei giorni non lo potrei dimenticare mai. Kurt era famoso per avere una modella bravissima tibetana che era anche la sua compagna. Come faceva una ragazza scesa dalle montagne del Tibet ad immergersi era la prima cosa che ti incuriosiva, la seconda era come faceva a buttarsi come faceva lei. Eravamo su un fondale di circa 15 metri, le barche con i team quasi una accanto all'altra. Kurt e Stefano scattavano senza pausa tranne per il fatto che Stefano si era dovuto fermare perché i flash (costante di tutti i fotografi) non funzionavano. Vedevo Tashi, la tibetana, buttarsi in acqua con il solo costume da bagno, maschera, cintura dei pesi in una mano, bombola sotto il braccio e l'erogatore in bocca. Nient'altro. Ero con gli occhi fuori dalle orbite. A quel punto mi dissi: «se lo fa lei, lo posso fare anche io». Al secondo giorno, per ottimizzare i tempi, ero anche io con la bombola sotto il braccio. Da quel viaggio la cosa che ho imparato è che nei limiti della propria incoscienza si può andare giù in qualunque modo, basta avere aria. Ripenso a lei ogni volta che incontro, su qualche barca, quello fissato con l'attrezzatura, quello che si è vestito tecnico per fare paura alla morte.

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© Vittoria Amati - Nembrotha sp

Con la fotografia ci sono punti di sovrapposizione con questa storia. Molti fotografi giocano a crearsi un'immagine da robot con cervello bionico in grado di imparare a memoria tutti i libretti di istruzione: quello della macchina, della custodia, dei flash, del computer, del computer di riserva, della prima memoria, della seconda memoria, e della seconda unità di riserva. Fa cool. E impressiona molto quello che stenta a venire a capo del libretto istruzioni della compatta. Succede così che il fotografo scrive il manuale su come si fotografa sott'acqua e l'allievo finisce con il fotografare esattamente come il maestro ha insegnato. La verità? Non sono le regole che ci fanno diventare fotografi. Credo di avere una delle collezioni più complete di manuali. Letti anche con molta cura. Ma sinceramente non sono stati i libri ad insegnarmi, ma gli sbagli.

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© Vittoria Amati - Reef Cuttlefish, Sepia latimanus

Per anni sono stata vittima degli amici fotografi ai quali chiedevo informazioni. Facevano finta di mettermi al corrente dei loro segreti e invece mi attiravano per rivendermi la loro attrezzatura dismessa. Ho un cimitero di vecchie custodie vastissimo. Buttavo foto e non riuscivo a capire perché. Poi piano piano con la perseveranza ottusa di una fotografa stanca di sentire le solite menate sulle regole d'oro della fotografia - sole a mezzogiorno, poca acqua tra te e il soggetto, tempo veloce per congelare i movimenti, flash orientato per evitare la sospensione - ho imparato a correggere gli sbagli. Quanta acqua esattamente si deve togliere tra la macchina e il soggetto? 5 metri di acqua? 3 metri? 1 metro? Praticamente tutta. E allora perché non parlare chiaro subito. Vuoi una bella foto sott'acqua? Usa il macro. Oppure consulta l'atlante su destinazioni marine senza plancton, dove l'acqua è limpida come quella della tua vasca da bagno. L'Islanda ad esempio.

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© Vittoria Amati - Sea Urchin (diadema savignyi)

Quando finalmente ho capito che di acqua tra me e il soggetto non ce ne doveva essere, che i flash sono la chiave di volta ma che in alcuni casi si possono usare anche quelle foto in luce naturale che scatti a pochi metri disperata perché le batterie si sono esaurite, che il filtro rosso da mettere davanti l'obiettivo o dietro al 10 fisheye te lo puoi ritagliare dalle vecchie gelatine Kodak che ti sono rimaste tra gli avanzi dell'attrezzatura dismessa, che la custodia che fa acqua a 16 ore di volo da casa te la ripari da sola, che da un pezzo di plastica ritagli la forma della staffa che va nella custodia dimenticata a casa, quello è il momento della tua rivincita contro la schiera di fotografi che insegnano che ad ogni pesce esiste una combinazione di tempo e diaframma precisi, una lente e soprattutto un'inquadratura ideale. Quando leggi su un manuale il consiglio su come s'inquadra, quel consiglio è già vecchio. Lo prendi, lo smonti e lo rifai secondo il piano creativo della tua testa. Non ho mai sentito di una persona che fa fotografia a cui manca il senso della composizione. È una contraddizione. Quello che non avrà è lo stesso senso della composizione degli altri fotografi, rimasti intrappolati nella replica del senso compositivo che avevano i primi biologi marini/fotografi che inquadravano, come foto segnaletiche, le creature marine per schedarle al museo.

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© Vittoria Amati - Chlamis squamosa, Tridacna squamosa

La fotografia subacquea oscilla tra due versanti: la schedatura degli animali, e il risultato dell'exploit tecnico dei loro flash. Da questi due versanti non sembrano uscire la maggior parte dei grandi fotografi del passato. E più si attrezzavano con equipaggiamenti super costosi e più non facevano altro che produrre foto fatte dai flash. Il più bravo di tutti a fare lavorare la sua attrezzatura è Alex Mustard, un logorroico e super produttivo fotografo inglese che come un panzer o una rete a strascico fotografa tutto quello che si muove sott'acqua e a qualsiasi latitudine. Inutile visitare il suo sito perché vi deprimerebbe. Vi chiedereste solo: «e io adesso cosa fotografo?». Da parte sua ci deve essere una precisa volontà di sterminare i concorrenti. È il classico esempio di razionalità applicata, con un twist di militarismo inglese. Lui non solo fotografa, scheda, spiega, scrive recensioni per ogni pezzo di attrezzatura fotografica subacquea che esce, ma inventa. È l'inventore dei Magic Filters e recentemente si è applicato anche ad inventare un ring flash. Purtroppo è bravissimo.

© Vittoria Amati
© Vittoria Amati - Rhopalaea crassa

Le mie foto sono la reazione a decenni di dominazione razionale della fotografia subacquea. Ho digerito foto di pesci presi da tutte le angolazioni, ma quello che ho digerito meno è stata l'arroganza dei fotografi che dimenticano di essere mere tappe di un percorso esplorativo che in brevissimo tempo i giovani avranno superato. Tra qualche anno anche la ragazza di 14 anni con una compatta a costo contenuto farà foto bellissime se solo eviterà di leggere cosa insegnano i manuali. Laurent Ballesta, giovane fotografo/biologo francese, è un esempio di come l'equazione - uomo che domina l'ambiente marino + supremazia dei flash x autocelebrazione - è stata finalmente ribaltata. Le sue immagini vincono premi a go-go, e sono strameritati. Usa il flash solo per fermare l'azione, e che azione, ma non è invasivo.
Laurent come Stefano Navarrini e come molti altri fotografi hanno cominciato con una Nikonos. Stefano recentemente mi ha detto : «se solo la Nikon sapesse quanto sarebbe comoda una Nikonos rivisitata». Pienamente d'accordo. Già un set macchina-custodia-due flash è abbastanza, ma cosa fai quando le macchine devono essere due? Una con il macro e l'altra con il grandangolo? La mia macchina di riserva in viaggio è una Nikonos. Non so veramente riserva di cosa perché ancora non sono riuscita a scattare una foto pubblicabile. Eppure nella sua difficoltà di uso sta tutto il suo fascino. Si dice che un bravo fotografo dovrebbe avere tempi ed esposizione in testa. La prima volta che ho indovinato l'esposizione con la Nikonos è stata la volta che mi sono detta: «ok, adesso sei una fotografa subacquea». A volte nella confusione delle formule TTL dei flash si perde di vista l'importanza di allenare l'intuito, di sentire e capire la luce. Quindi si producono quelle foto con la gorgonia in primo piano sparata dal flash, con il raggio di sole a mezzogiorno, la triste silhouette nera del compagno d'immersione che tiene in mano una penosa torcia accesa che illumina a vanvera uno specchio d'acqua immenso come il campo di ripresa del grandangolo montato. Ci deve essere stato un manuale, diffusissimo, che ha consigliato questa composizione. Forse negli anni Sessanta. E i replicanti hanno ubbidito. Fino all'avvento di Laurent.

© Vittoria Amati
© Vittoria Amati - Fire Dartfish (Nemateleotris magnifica)
Bulb-tentacle sea anemone - Entacmaea quadricolor

Chi è
La carriera di fotografa di Vittoria Amati parte da lontano. Siamo negli anni ottanta. E inizia proprio con la collaborazione ad una rivista che si occupa di mondo sommerso: il Subacqueo. Dopo essersi dedicata a reportage e ritrattistica di personaggi politici e protagonisti centrali del nostro tempo ritorna, in questi ultimissimi anni, al lavoro più impegnativo: fotografare sott'acqua. Sperimentazione e passione le permettono di emergere in un ambito fotografico fra i più tecnici e didascalici, quello subacqueo. L'ultima sua mostra (www.museodizoologia.it) è composta da 45 immagini, lavorate partendo dal negativo ed elaborate in collaborazione con Domenico De Arcangelis, sulla biodiversità del Parco marino di Bunaken, nel nord di Sulawesi, in Indonesia.

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