Intervista a Davide Monteleone

A cura di: Alice Falco, Romina Marani

L’idea e la passione

Membro dell’agenzia fotografica VII Photo dal 2011, vincitore di tre World Press Photo e altri grandi premi internazionali, Davide Monteleone è tra i più apprezzati fotoreporter italiani. Con il sostegno del Premio Carmignac - di cui è si è aggiudicato la scorsa edizione - ha potuto dedicarsi a Spasibo, un lungo progetto di ricerca fotografica sul campo per raccontare la Cecenia odierna. L’esposizione dedicata a Spasibo è arrivata ad Arles, nella prestigiosa cornice dei Rencontres (mostre, eventi, workshop, stage, dal 7 luglio al 20 settembre), ed è stata inaugurata in occasione della proclamazione del vincitore della 5a edizione del premio fotogiornalistico (istituito per «favorire il lavoro sul campo dei fotoreporter che si trovano ad affrontare una crisi di finanziamento senza precedenti nel settore e ad operare in un contesto infiammato dai dibattiti sui rischi corsi dai fotografi indipendenti», per sostenerne e incoraggiarne la «vocazione per la testimonianza»): la giovane fotografa iraniana Newsha Tavakolian, per il progetto sulla classe media del suo paese Behind the curtain.
 


© Davide Monteleone  

Con Spasibo, il tuo ultimo lavoro dedicato alla Cecenia, hai vinto la quarta edizione del Premio Carmignac. Spasibo significa «grazie». A chi la gratitudine? Puoi spiegarci come mai hai scelto questo titolo e come nasce questo progetto?

È un titolo sarcastico, un ringraziamento che i ceceni dovrebbero fare a Kadyrov (Ramzan Kadyrov, Primo Ministro della Cecenia, ndr), a Putin, alla Russia per tutto quello che è successo, per i conflitti, per come è gestita la situazione in Cecenia adesso. E poi deriva da una grossa scritta che si trova su un palazzo nella piazza di Grozny (capitale della Cecenia, ndr). Questo progetto nasce in maniera molto semplice. La Fondazione Carmignac ha indetto un bando, due anni fa ormai. Il tema riguardava la Cecenia che è un po’ il mio territorio di lavoro e ho inviato una specie di sinossi su quel che intendevo fare: raccontare cos’è l’identità cecena per i ceceni adesso, in una Cecenia pacificata, normalizzata - almeno apparentemente - dopo due conflitti e con questa figura autoritaria che gestisce il paese.
 


© Davide Monteleone
 

Scorrendo le immagini di Spasibo, colpisce subito non ritrovare il colore e quell’impronta cromatica che caratterizza molti dei tuoi lavori. Per questo progetto hai scelto il non-colore, un bianco e nero molto delicato e poco contrastato. Sembra un cambio netto rispetto allo stile dei tuoi lavori precedenti. Come mai questa direzione?

Non è detto che poi continui a lavorare in bianco e nero in futuro. Questa era un’occasione specifica per quel progetto. Mi ero dedicato al Caucaso abbondantemente e mi serviva anche una modalità tecnica che mi facesse vedere le cose in un altro modo, essendo la fotografia un’arte applicata che utilizza degli strumenti tecnici relativamente limitati che ti vincolano ad avere un determinato sguardo, ad avere una determinata visione. Ho scelto il bianco e nero, di usare sempre il cavalletto, lavorando anche molto con il flash. Questo è il primo motivo. Il secondo è che volevo rendere un po’ omaggio a una fotografia di documentario e al fotogiornalismo, che di fatto è nato in bianco e nero.
 


© Davide Monteleone
 

In un testo d’introduzione a Spasibo citi una frase dello Zar Nicola I: «I ceceni sono un popolo combattivo, difficile da conquistare, facile da comprare». Com’è stato il tuo approccio come fotografo con la popolazione cecena? Hai incontrato difficoltà?

Guarda, è molto semplice. Conoscendo abbastanza bene il territorio, avevo già dei contatti anche dai precedenti viaggi. Mi sono trovato sempre piuttosto bene, soprattutto con la popolazione locale, e non ho mai avuto problemi. Anzi sono stato spesso ospitato, accudito, accompagnato. Quindi veramente non ci sono stati problemi. Di tanto in tanto alcune difficoltà con le autorità, ma normale routine di questo lavoro. Cose che fanno parte del mestiere. Questo è stato possibile, da un lato, per il lavoro fatto in precedenza in quel territorio; e, dall’altro, perché il premio del Carmignac mi ha consentito di stare dei mesi sul territorio, sul campo. Ho avuto anche il tempo fisico di stabilire dei contatti un po’ più approfonditi, diversamente da quanto succede con assignment ed editoriali che ormai durano molto poco.
 


© Davide Monteleone
 

Quanto conta nel tuo lavoro il fattore umano, l’interazione con le persone?

Beh, tanto. Ovviamente per capire un po’ di più è abbastanza indispensabile sentire quantomeno le opinioni degli altri. Non necessariamente bisogna fotografarli, però un minimo bisogna integrarsi. Questo non vuol dire diventare amici, è una cosa diversa. Rimane sempre un rapporto in qualche modo professionale, che ha una forma di distacco. Poi con qualcuno si crea anche un’amicizia, ma questo è un altro discorso.


© Davide Monteleone
 

A volte hai scelto di raccontare storie senza passare attraverso la gente, lasciando parlare i loro oggetti. Tre anni fa con Catalogue from Lampedusa hai raccontato l’immigrazione clandestina fotografando semplicemente, su fondo bianco, oggetti abbandonati dai migranti: fotografie, documenti, libri, rosari, bottiglie, scarpe. Quest’anno, con Relics of Maidan, hai deciso di raccontare la rivoluzione in Ucraina ancora una volta attraverso oggetti e frammenti raccolti dalle barricate: una maschera a gas, un mazzo di fiori, un piccone, un elmetto. Com’è nata l’idea? Come hai scelto gli oggetti?

Niente di nuovo, è una pratica tipica, abbastanza tradizionale della fotografia documentaria o della fotografia scientifica, di quella fotografia che serve per dare delle testimonianze. È ovvio che magari c’è un’attenzione più accorta alla composizione, alle luci, all’estetica. Però la necessità è la stessa. Sono oggetti che si ricollegano a degli avvenimenti, a delle storie ben specifiche. Ma è una curiosità temporanea, non so se durerà. Credo si possa applicare solo a determinati lavori, è una delle possibilità della fotografia documentaria. Nel caso di Lampedusa gli oggetti sono stati raccolti nel tempo da un’associazione che si chiama Askavusa. Al tempo li tenevano dentro un magazzino in maniera abbastanza approssimativa. Pensavano potessero essere importanti. L’intenzione era di farci un museo e, nell’attesa, ho creato un piccolo set e li ho fotografati lì. In Ucraina, invece, li ho fotografati sul posto. Li ho trovati andando in giro per le barricate, raccolti e fotografati così.
 


© Davide Monteleone
 

La Russia, il Caucaso, la linea tracciata dalla Cortina di Ferro, lo Stretto di Bering. Da molti anni con le tue immagini racconti l’Europa orientale, basti pensare al tuo primo libro Dusha, a Cardo Rosso o a Modern Odyssey. Cosa ti ha portato così spesso in questi luoghi? Quanto è importante per un fotoreporter specializzarsi in un’area?

Il perché, molto banalmente, dipende dai casi della vita, interessi personali che si mischiano con occasioni professionali. È iniziato così, poi la passione è diventata sempre più forte e ho cominciato ad approfondire. Credo che oggi, soprattutto oggi che di fotografi ce n’è una quantità mostruosa, specializzarsi in qualche modo possa essere utile. Specializzarsi in una tecnica particolare, in una regione geografica, in una modalità fotografica. Meglio ancora, specializzarsi con tutti i vari ingredienti possibili e diventare riconoscibile da un punto di vista sia stilistico, che estetico, geografico, storico e via dicendo. Credo che sia fondamentale. Credo che per quelli che continueranno a fare il lavoro con una modalità un po’ casuale, non ci sarà molto futuro nel marasma della quantità di immagini che ci sono oggi.
 


© Davide Monteleone
 

Con Modern Odyssey hai esplorato un altro linguaggio, costruendo un prodotto multimediale che unisce audio, immagine fissa e in movimento. Una voce fuoricampo gracchiante, come uscita da una vecchia radio, accompagna le riprese. Immagini che ingannano, in bilico tra fotografia e video. Paesaggi che si animano improvvisamente. Oggi c’è sempre maggiore attenzione verso i documentari multimediali. Proprio negli ultimi anni, per incoraggiare e sostenere questa modalità di racconto, sono state istituite sezioni specifiche di grandi premi internazionali del fotogiornalismo, dal World Press Photo a Visa pour l’Image di Perpignan. Come vedi gli attuali sviluppi di progetti multimediali che integrano fotografia, audio, video e testo? Com’è stata la tua esperienza? Hai seguito da solo tutta la lavorazione dalle riprese al montaggio?

La scelta di fare un video è stata determinata da una serie di condizioni. La condizione principale era il fatto che ho passato più di un mese a bordo di questa nave e sapevo benissimo che mi sarei annoiato a morte. Ho avuto tantissimo tempo per fare, oltre a fotografare, per leggere libri, guardare film. Ho deciso di provare a sperimentare e, per la prima volta, di fare un video. Ho fatto io le riprese e il montaggio in collaborazione con un’altra persona, Anna Arutyunova. È stato un esperimento una tantum e credo che se mi dovessi avventurare verso quella direzione deciderei piuttosto di fare un documentario, un film, o qualunque altra cosa che però sia ben definita. Ma non so. La multimedialità in realtà esiste quasi sempre nei miei lavori. Ad esempio, con la commistione tra testo e immagini, quando ho collaborato con degli scrittori. Se non multimediale, potremmo dire bimediale. Anche quando si fa un libro c’è la collaborazione con la grafica, ci sono di fatto già varie forme di linguaggio, elementi diversi. Ho partecipato a un incontro qualche giorno fa a Officine Fotografiche e quello che ho detto è che tutto è benvenuto. La distinzione, secondo me, si fa per qualità. Ci sono delle cose fatte molto bene e sono apprezzabili. Ma ce ne sono altre che sono, a mio parere, un po’ approssimative e di cui non si sentirebbe certamente la mancanza. Il problema grosso è che in realtà questi tentativi di fare cose che sono diverse dalla fotografia fissa hanno soprattutto, a mio parere, l’intenzione di diversificarsi dalla quantità di immagini che c’è oggi. Lo stato delle cose è che poi questi progetti multimediali difficilmente sono monetizzabili, cioè non si vendono, non ci si guadagna. Quindi, un ennesimo sforzo da parte di fotografi e delle persone coinvolte che poi in realtà si ritrovano con il problema di chi li finanzia.
 


© Davide Monteleone
 

Tornando all’immagine fissa, cosa non deve mancare a tuo avviso nella costruzione di un racconto?

L’idea!
 

Parlando di attrezzatura, c’è un obiettivo che preferisci agli altri?

Io non uso una macchina 35mm. Uso delle macchine medio formato. Adesso lavoro con una macchina medio formato con dorso digitale. Uso delle ottiche da banco ottico. Nello specifico un 36, un 48 e un 90 che "tradotti" al 35mm, sono più o meno un 24, un 35 e un 50.
 

Sappiamo che molti tuoi progetti continuano a essere in pellicola. Che rapporto hai con il digitale? In base a cosa scegli tra l’uno e l’altro?

Adesso, credo che userò più spesso il digitale che la pellicola, avendo speso tra l’altro un sacco di soldi per rimodernare l’attrezzatura e avendo ora un dorso digitale più o meno equivalente a una pellicola in medio formato. Fino al Cardo rosso è stato tutto in pellicola, quantomeno i progetti personali.
 


© Davide Monteleone
 

Come hai cominciato questa professione?

Al tempo era vagamente più semplice, facevo delle storie e le vendevo ai giornali. Poi sono entrato in Contrasto e ho fatto il corrispondente in Russia. Non erano proprio assignment, ma al tempo era molto più semplice. Ormai è diventata sempre di più un’iniziativa personale. Oggi è veramente rara la figura del fotografo che viene mandato da qualche parte per fare qualcosa. E anche i referenti editoriali che, almeno per quanto mi riguarda, prima erano o potevano essere considerati dei clienti, ora sono in qualche modo più dei partner che dei clienti. Diventano lo strumento distributivo del tuo lavoro, ma è molto più frequente che sia io a proporre loro una storia e non viceversa.
 


© Davide Monteleone
 

Accanto alla tua attività principale, ti capita di tenere corsi e workshop, di avere a che fare con studenti e appassionati decisi a intraprendere la professione del fotoreporter nonostante le ben note difficoltà del mercato editoriale. C’è un consiglio che daresti o che usi dare a chi si sta accostando a questo mestiere?

Non ti nascondo che diventa sempre più complicato fare questo mestiere, a parità di qualità della fotografia e ammesso che uno abbia delle idee valide. Bisogna inventarsi sempre dei modi nuovi per finanziarsi, per avere un introito regolare. Sempre che uno voglia farlo, come professione e non come passatempo, che potrebbe essere anche una soluzione. Dopodiché, certamente serve la tenacia. Perché senza quella, soprattutto oggi, è molto difficile fare breccia nella concorrenza che è veramente sconfinata. Bisogna dedicarsi a lavori e progetti che ti stanno particolarmente a cuore, è inutile inseguire le news dell’ultimo momento, le mode. Meglio dedicarsi alle cose per cui c’è un interesse personale. Io l’ho trovato nella Russia, ognuno se lo trovi in quello che vuole. Non c’è limite a questo, possono essere veramente le lampade di casa, piuttosto che qualunque altro soggetto. Essere appassionati a qualcosa aiuta a resistere ai continui scoraggiamenti che si incontrano durante il percorso.
 

 

Chi è

Davide Monteleone, nato nel 1974, inizia la sua carriera nel 2000 diventando fotografo editoriale per l’agenzia Contrasto. L’anno successivo si trasferisce a Mosca come corrispondente. Questa decisione determinerà lo sviluppo del suo futuro lavorativo. A partire dal 2003, Monteleone vive tra Italia e Russia, seguendo lunghi progetti personali. Pubblica il suo primo libro Dusha, anima russa nel 2007, seguito da Le linea inesistente nel 2009 e Cardo rosso nel 2012. I suoi progetti lo hanno portato a vincere numerosi premi, inclusi vari World Press Photo e altri riconoscimenti come Aftermath e European Publisher Award. Negli ultimi anni ha lavorato per riviste internazionali, fondazioni e istituti culturali, esponendo e insegnando. Dal 2011 è membro dell’agenzia VII Photo.
 


Davide Monteleone all'inaugurazione della mostra "Spacibo" ad Arles -
Fotografia di Alice Falco ©


L'inaugurazione della mostra "Spacibo"
ad Arles - Fotografia di Alice Falco ©