Storia

A occhi aperti, quando la Storia si è fermata in una foto

Mario Calabresi

«Cosa potremmo sapere, cosa potremmo immaginare, cosa potremmo ricordare dell’invasione sovietica di Praga se non ci fossero, stampate nei nostri occhi, le immagini di un “anonimo fotografo praghese”, che si scoprì poi chiamarsi Josef Koudelka? Quanta giustizia hanno fatto quelle foto, capaci di raccontare al mondo la freschezza e l’idealismo di una primavera di libertà. Ci sono fatti, pezzi di storia, che esistono solo perché c’è una fotografia che li racconta».
 


Robert F. Kennedy funeral train, 1968. © Paul Fusco/Magnum Photos/Contrasto
 

Così ha scritto Mario Calabresi che, appassionato di fotografia, ma anche e soprattutto di giornalismo e realtà, ha intrapreso un viaggio profondo nella storia recente, cercando alcuni dei “testimoni oculari” (Abbas, Gabriele Basilico, Elliott Erwitt, Paul Fusco, Don McCullin, Steve McCurry, Josef Koudelka, Paolo Pellegrin, Sebastião Salgado, Alex Webb) che con il loro lavoro, e la voglia di scavare tra le pieghe della cronaca, hanno raccontato alcuni momenti straordinari del nostro presente in una serie di immagini realizzate con gli occhi ben aperti sul mondo.
 


Sahel, 1984. © Sebastião Salgado/Amazonas Image/Contrasto
 

Ne è nato un libro, A occhi aperti (Contrasto, 208 pp., 122 foto a colori e in bianco e nero, 19,90 euro), che ha raccolto le interviste a dieci grandi fotografi, dieci testimoni del nostro tempo. Il progetto del libro è diventato una mostra, a cura di Alessandra Mauro e Lorenza Bravetta, (all’Auditorium di Roma fino al 10 maggio) in cui Calabresi guida il visitatore a scoprire il lavoro degli autori che ha incontrato, il loro approccio speciale e intenso, le loro storie, e a condividere la possibilità di osservare il mondo da una prospettiva privilegiata, lo sguardo del fotoreporter.
 


San Ysidro, California, 1979. © Alex Webb/Magnum Photos/Contrasto
 

Di seguito, l’introduzione di Mario Calabresi: «Nell’estate del 1982 Tonino Milite, che stava per sposare mia madre e da tempo era diventato il nostro papà, organizzò una serie di corsi per me e i miei fratelli: pesca, canottaggio e fotografia. Io partii da quest’ultimo e, per un mese, ogni giorno passavo due ore a imparare la messa a fuoco, i tempi di esposizione, le inquadrature. Il premio finale arrivò a Natale: una robusta macchina fotografica russa. Avevo 12 anni e non sarei mai diventato un fotografo, anche se per un certo periodo tormentai amici e parenti con le mie diapositive e il bianco e nero, ma la passione per l’immagine non mi avrebbe più lasciato.
 


Romania, 1968. © Josef Koudelka/Magnum Photos/Contrasto
 

Complice è stato il più giovane dei miei zii, Attilio Capra, fotografo di professione, prima di moda, poi di paesaggi urbani, che mi ha cresciuto portandomi con sé ogni volta che non andavo a scuola o durante le vacanze. Mi ha mostrato decine di libri e di riviste, trasmesso il suo amore per Ansel Adams, trascinato nei laboratori di stampa e indicato tutte le mostre che dovevo vedere. Ricordo il giorno in cui fotografò Martin Scorsese in cima al Duomo di Milano, il regista aveva la testa tra le mani e non si vedeva la faccia, io pensai che era un’occasione persa, invece oggi quel ritratto senza volto non finisce di piacermi.
 


Rajasthan, India, 1983. © Steve McCurry/Magnum Photos/Contrasto
 

La terza persona che devo ringraziare è Ramak Fazel fotografo americano di origine iraniana, che da venti anni mi travolge con la sua passione per Robert Frank e Gilles Peress e con cui ho seguito la campagna elettorale del 2008. Io riempivo taccuini e lui raccontava la grande mobilitazione per Obama e il circo delle Conventions, fotografando le facce dei supporter democratici e repubblicani. Proprio per Repubblica, all’inizio di quell’avventura, avrei intervistato Paolo Pellegrin a Brooklyn; mi aveva suggerito di farlo Angelo Rinaldi, vicedirettore e art director del giornale, spiegandomi che negli incontri con i fotografi avrei trovato molte chiavi di lettura del giornalismo.
 


Beirut, 2006. © Paolo Pellegrin/Magnum Photos/Contrasto
 

Uno dei più intensi fu quello con Paul Fusco. Nella stanza di Angelo ho seguito tutte le tappe del progetto “Genesi” di Salgado e ricordo l’emozione che provavamo ogni volta che arrivavano le scatole con le immagini da pubblicare. Dal 2009 sono tornato in Italia per dirigere La Stampa ma ho continuato a inseguire i fotografi. Raramente ne ho scritto, se non quando ho dovuto ricordare Gabriele Basilico, una delle persone più complete e affascinanti che abbia incontrato in questo viaggio».
 


Beirut, 1991. © Gabriele Basilico/Studio Gabriele Basilico, Milano
 

Chi è
Mario Calabresi, scrittore e giornalista, direttore del quotidiano La Stampa dal 2009, è nato nel 1970 a Milano. Ha lavorato come cronista parlamentare all’Ansa e alla redazione romana de La Stampa. È stato caporedattore centrale de La Repubblica, poi come corrispondente da New York per lo stesso quotidiano ha seguito tutta la campagna presidenziale americana e l’elezione di Barack Obama. A occhi aperti è il suo quarto libro, i tre precedenti pubblicati con Mondadori sono Spingendo la notte più in là (2007), La fortuna non esiste (2009), Cosa tiene accese le stelle (2011). L’ultimo libro pubblicato è Non temete per noi, la nostra vita sarà meravigliosa (Mondadori, 2015).

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