Infrarosso IR ed Ultravioletti UV con Nikon D700 nel restauro di antichi dipinti Tibetani

A cura di: Luigi Fieni

Attraverso la sostituzione del filtro low-pass di serie, si è potuta utilizzare questa fotocamera per eseguire diverse analisi e studi di dipinti murali sostituendo pienamente costosissime apparecchiature dedicate alla riflettologia infrarossa.


» Introduzione » L'importanza dell'infrarosso nel restauro
» Attrezzature e procedure di modifica » Tecniche di scatto
» Metodologia ed applicazioni sul campo » Sensibilità e vantaggi
» Considerazioni pratiche » Risultati ed immagini: nel visibile e nell'infrarosso

 

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Lomonthang, capitale del regno del Mustang, Nepal.


Introduzione

Grazie al supporto dell'American Himalayan Foundation è in atto dal 1999, una lunga campagna di restauri con lo scopo di salvaguardare il patrimonio culturale tibetano del regno del Mustang, Nepal. Nel 2009, grazie ad una preziosa collaborazione con Nital, si è potuta sfruttare la straordinaria efficacia dell'uso della Nikon D700 per la riflettografia infrarossa applicata al campo del restauro di dipinti tibetani. Attraverso la rimozione del filtro IR-cut si è potuta utilizzare questa fotocamera per eseguire diverse analisi e studi di dipinti murali sostituendo pienamente costosissime apparecchiature dedicate. Si sono così potuti studiare i cicli pittorici presenti nei templi di Jampa e Thubchen, nella capitale del Mustang, dando un prezioso contributo allo studio della tecnica di esecuzione di queste pitture murali del XV secolo.

Premessa: le prestazioni eccellenti delle più recenti Reflex Digitali Nikon, la loro qualità di immagine e la superba resa cromatica, hanno spinto molti utenti a cercare nuovi usi per questi concentrati di tecnologia, al fine di soddisfare i propri bisogni o le proprie necessità personali, sia dal punto di vista artistico che scientifico.

Seguendo l'esempio di numerose sperimentazioni eseguite in precedenza con Nikon DSLR documentate anche su queste pagine eXperience, è stata efficacemente modificata una Nikon D700 al fine di utilizzarla per scopi scientifici e di ricerca. In questo modo la fotocamera ha acquisito maggiore efficienza nel registrare informazioni in uno spettro che spazia dall'ultravioletto al visibile fino all'infrarosso.

Entrando più nel dettaglio, le radiazioni elettromagnetiche che l'occhio umano percepisce, ovvero la luce visibile, sono comprese approssimativamente in un intervallo di lunghezze d'onda che spaziano tra i 400 ed i 750 nanometri. Oltre questi limiti, le radiazioni divengono a noi invisibili, pur mantenendo la capacità di interagire in vari modi con la materia che ci circonda, per assorbimento, riflessione o per trasmissione.

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Veduta dell'Annapurna, base di partenza per i 3 giorni a cavallo che permettono di raggiungere Lomonthang.

Cenni sui monasteri presi in esame: questa metodologia di fotografia all'infrarosso è stata utilizzata per lo studio di due monasteri fondamentali per l'arte tibetana, il tempio di Jampa (1448) ed il monastero di Thubchen (1472). Entrambi i templi si trovano nella capitale del regno del Mustang, Lomonthang, passato dallo status di regno tibetano a territorio nepalese nel XIX secolo.

Il regno del Mustang ha intrapreso una politica di controllo del turismo, cercando di limitarne il più possibile l'afflusso. Si pensi che i primi turisti ufficiali sono stati autorizzati solo nel 1992, quando il Nepal decise di aprire i confini di questo regno ad un numero limitato di turisti all'anno.

Questi due monasteri, costruiti su un altopiano di 3.850 metri, sono una delle pochissime testimonianze rimanenti dell'arte tibetana del XV secolo. Per questo motivo, dal 1999 The American Himalayan Foundation ha sponsorizzato una lunga campagna di restauro, ancora in corso di svolgimento, atta a salvare quest'immenso patrimonio culturale.

Quest'anno, grazie alla Nikon D700 modificata come di seguito descritto, è stato possibile studiare a fondo la tecnica di esecuzione di questi preziosissimi dipinti murali.

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Il tempio di Thubchen, 1472, durante la riconsacrazione alla fine dei lavori di restauro

Cenni sulla stratigrafia di un dipinto murale: prima di entrare nel cuore dell'eXperience, credo sia necessaria una breve introduzione riguardo la tecnica di esecuzione delle pitture murali. Anche se quest'ultima varia secondo il legante che si usa e della locazione geografica dove si è sviluppata una particolare tecnica, ci sono comunque delle metodiche comuni che vengono seguite da ogni artista.

Raramente un dipinto murale (e sottolineo dipinto murale per sfatare questo luogo comune che fa chiamare affresco qualsiasi cosa dipinta su di un muro!) si esegue direttamente sul muro. Quest'ultimo ha bisogno di essere preparato ad accogliere il dipinto. Tutto ciò avviene con la stesura di vari strati preparatori, la natura dei quali dipende dalla tecnica pittorica scelta e dai materiali presenti in loco (calce, gesso, argilla, adobe…). Lo scopo di questi strati preparatori è quello di ottenere una superficie liscia sulla quale disegnare e successivamente dipingere.

È difficile che un pittore dipinga senza aver concepito un progetto precedentemente e viste le grandi dimensioni dei muri, ha sempre bisogno di organizzare lo spazio a sua disposizione. Questo spazio è organizzato con il disegno preparatorio, che poi verrà coperto, quindi nascosto, dal colore. Sul colore, il pittore eseguirà il disegno finale, quello che il nostro occhio vedrà al termine dell'esecuzione del dipinto.


L'importanza dell'infrarosso IR nel restauro

La riflettografia infrarossa è la tecnica più efficace per rivelare la presenza del disegno preparatorio di cui sopra. Veniva realizzato dai pittori dell'epoca con diverse tecniche assecondando le proprie esigenze. Sotto la pellicola pittorica si possono quindi trovare le tracce di com'è stato organizzato il disegno preparatorio: griglie per un riferimento spaziale su dove posizionare gli elementi o i personaggi del dipinto, veri e propri “stencil” che venivano usati per eseguire disegni dello stesso oggetto in sequenza (in questo caso dello stesso Budda o dello stesso motivo decorativo), pentimenti dell'artista quali posizioni del corpo cambiate successivamente col disegno finale, chiaroscuri a tratteggio oppure leggeri schizzi intervallati sui quali, in seguito, l'artista eseguiva la stesura definitiva del dipinto. In altri casi ancora, iscrizioni o mantra (preghiere buddiste) coperte volontariamente dall'artista, firme, prove per cercare la corretta curva o l'angolazione migliore di un viso e di un corpo. In rari casi sono state trovate anche caricature...

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Fotografia IR che mostra chiaramente il disegno preparatorio, successivamente nascosto dallo strato pittorico.

Questo tipo di fotografia può quindi fornire delle varietà di dati tale da consentire uno studio approfondito sulla storia del dipinto, sia sulla sua genesi che sulla personalità del o degli artisti che hanno lavorato sull'esecuzione di un dipinto murale. Si tratta di una metodologia d'indagine attraverso la quale si può arrivare a fornire ulteriori verifiche sulle tecniche adottate in un determinato periodo. Perciò, questo nuovo approccio tecnico di valutazione non solo ci concede la visione di particolari inediti perché non visibili all'occhio umano, ma ci aiuta anche a comprendere i vari percorsi creativi dell'artista in quel preciso momento storico.

Oltre all'acquisizione di un'immagine con la tecnica ad infrarosso, anche la sua successiva post elaborazione ci aiuterà ad analizzare gli strati più interni del dipinto stesso. Elaborazione che dipende ovviamente dalla permeabilità chimico-fisica dei pigmenti utilizzati dall'artista alla radiazione infrarossa e dallo spessore della pellicola pittorica presa in esame.

Grazie a questa particolare tecnica fotografica, il dipinto si mostrerà notevolmente differente da come ci appare realmente, sia per quel che riguarda il colore (poiché il sensore RGB interpreterà i colori in maniera diversa), sia per quel che riguarda la sua struttura, la sua lucentezza e la sua opacità. Tutto questo dipende ovviamente da quei parametri fotografici adottati quali il tipo di filtro, che influisce sulla penetrazione delle lunghezze d'onda nel dipinto, ed il tipo di illuminatore utilizzato, cioè le lunghezza d'onda della luce emessa dall'illuminante.

Con questa tecnica fotografica, inoltre, acquisendo l'immagine con tutto lo spettro registrabile dalla fotocamera si possono confrontare e classificare i pigmenti utilizzati dagli artisti dell'epoca, come pure controllare la presenza di restauri avvenuti con il passare dei secoli. Siccome qualsiasi pigmento invecchia, alterandosi chimicamente e fisicamente, in una maniera e con un tipo di degrado che dipende strettamente dalla sua interazione con la luce e con l'aria, sarà possibile notare colori aggiunti in epoche successive. Infatti, la fotografia infrarossa interpreta colori apparentemente uguali all'occhio umano in maniera differente, diversificando quello che al nostro occhio sembrerebbe uno stesso colore.

Per tutti i motivi sopra descritti, la fotografia nell'infrarosso fatta in maniera preventiva, diventa estremamente utile al restauratore o allo storico, sia per la manutenzione di un'opera pittorica, in questo caso dipinti murali, che per lo studio dei suoi elementi compositivi, informazioni fondamentali per la stesura di un progetto di restauro efficace, oppure per uno studio dell'opera puramente accademico.